La psicoanalista ascolta con aria professionale la giovane paziente che le racconta di avere allucinazioni in cui un bambino danzante la prende in giro e le tira oggetti. "Dagli un calcio nel sedere", consiglia sicura. La paziente prova a resistere, si lagna, fa domande. L'analista preme un bottone e fa partire una risata in stereofonia: "Quando i pazienti dicono una sciocchezza ritengo che la mia risata non sia sufficiente".
È una delle conversazioni tipo tra una giovane avvocatessa e la sua psicoterapeuta, protagoniste di un rapporto esilarante che costella una delle serie televisive più innovative e intelligenti degli ultimi anni: 'Ally McBeal'. Una legal comedy, dove un gruppo di avvocati affronta con un registro comico-sentimentale argomenti forti come la clonazione, l'eutanasia, il culto della bellezza, le molestie sessuali, ma dove si tocca il grottesco soprattutto nella descrizione di uno dei bisogni più pervasivi della società americana: la ricerca, anzi la pretesa, del benessere psichico.
Su questo tema i telefilm stanno dimostrando da tempo di saperla più lunga del cinema. Hanno sviluppato un loro codice da post-psicoanalisi che chiama lo spettatore a una visione complice, quasi a dirgli: tu sai già tutto di questa disciplina che da un secolo ci promette un po' di felicità in terra, ne conosci le regole e le procedure, per questo puoi ridere con noi mentre le sovvertiamo o le rendiamo paradossali.
Là dove il cinema tratta per lo più la cura della psiche come ai tempi di 'Io ti salverò', a parte la comicità caricaturale di 'Terapia e pallottole' e l'ironia di quel capolavoro animato che è 'Zeta la formica' (dove il formicone psicologo dice all'imbranato protagonista: "Lei non si sente insignificante, lei è insignificante!"), la tv si esercita con disincanto creativo sulla falsariga di quel mondo metropolitano dove Woody Allen ha fatto scuola.
Così, per più di cento puntate, l'avvocatessa Ally incasserà senza reagire le intemperanze di terapeuti che indicano spazientiti l'orologio se lei si dilunga troppo, che la risbattono sulla poltrona se lei osa alzarsi prima del tempo, che fanno scoppiare palloni di gomma americana masticata per noia e che, all'esclamazione infine inevitabile: "Ma questa non è una terapia normale!", rispondono serafici: "Tu non sei una persona normale". Di guarigione non si parla mai, di miglioramenti neanche. La 'cura' non sembra tendere ad altro che a perpetuare se stessa come indispensabile corredo della vita quotidiana.
Tanto è vero che in 'Sex and the City', sofisticata serie ambientata nella New York intellettuale, dove sarebbe naïf che le quattro emancipate e molto nevrotiche protagoniste andassero esplicitamente dallo psicoanalista, se ne evoca la continua immanenza. E tocca a Stafford, l'amico gay delle quattro ragazze, dare le ironiche coordinate: "A New York non si può stare senza analista. Io ne ho tre: uno quando mi voglio far coccolare, uno quando voglio essere sgridato e uno quando voglio vedere un bel ragazzo!".
Proprio a New York è andato dall'analista per cinque stagioni televisive anche Anthony Soprano, protagonista della omonima serie sulla mafia italo-americana che ha battuto in patria ogni record d'ascolto. Ma in questo caso la dottoressa è stata cosi realisticamente rappresentata da avere gli apprezzamenti di molte associazioni di specialisti. Dove esercitare allora quel di più che avrebbe dimostrato sapienza e malizia? Non era certo sufficiente la crisi esistenziale di un capo mafia abituato a uccidere senza pietà, già ampiamente sfruttato dal cinema. Ecco allora l'idea dell'innamoramento tabù. Che il transfert sia spesso erotico gli spettatori lo sanno da tempo, come sanno che lo psicoanalista non deve cedere a una tentazione che sarebbe rovinosa per l'esito della cura. Possono quindi godersi quel continuo sfiorare del limite tra i due, con il mafioso che ribolle di confusione erotica mentre racconta omicidi e con la coltivata analista che si fa pensosa, si estrania dal suo mondo alto borghese e indulge a fantasie sul rude paziente assassino.
Così quando arriva sul video lo strepitoso e iperrealista 'Casalinghe disperate' la strada è quasi obbligata. Lo psicoterapeuta (palesemente un comportamentista) è una figura di contorno che si fa carico della maniacale Bree, ma lo fa portandola a cena, corteggiandola discretamente e dando esplicite indicazioni sul da farsi. Ma l'invito a lasciare un delinquenziale fidanzato, farà sì che quest'ultimo lo pedini mentre fa jogging e lo scaraventi giù da un ponte. Non male come sintesi dei turbamenti, delle gelosie inconscie e del senso di esclusione che tormentano spesso le persone vicine a un paziente in analisi. Va anche notato che l'attore che interpreta lo sfortunato terapeuta è lo stesso che in 'Scrubs' (la cinica serie ambientata in un ospedale) veste i panni di uno psichiatra che capovolge ogni buon senso con comportamenti demenziali. Quasi un segnale di continuità agli spettatori più accorti.
Insomma, non c'è narrazione televisiva di nicchia o di strepitoso successo che in Usa rinunci a dire la sua, quanto più originale e controcorrente, sugli specialisti della psiche. Fino a inventare un investigatore che, più che psicologo, è psicotico ma deve a questa, diciamo, qualità il successo delle sue indagini. Si tratta di 'Detective Monk', in Italia passato di sfuggita su Retequattro, una specie di post tenente Colombo che è pieno di tic, non tocca cose e persone per motivi igienici, non pesta le righe bianche delle strisce pedonali, non va in ascensore o nelle piazze vuote. Un'ossessività e una ipersensibilità verso il reale che gli fanno però vedere l'indizio che sfugge al resto del mondo.
È in questo clima che nasce l'ultimo arrivato, la summa per immagini (anche se non proprio teoricamente aggiornata) di tutto ciò che sappiamo della psiche. È 'Criminal Minds', da quest'anno in programmazione sul satellite italiano, dove una squadra comportamentale dell'Fbi si occupa di catturare i serial killer. Ma è una squadra che non raccoglie prove dalla scena del crimine, non sa che farsene di Dna e impronte digitali. Gli smaliziati profiler del piccolo gruppo sanno tutto di traumi infantili, comportamenti coatti, coazioni a ripetere, ed esplorano le menti criminali andando a ritroso nel passato. Capita quindi che una madre iperprotettiva, un padre dimissionario, una mortificata adolescenza illuminino talmente bene il presente da far prevedere le mosse del killer, capire per quale tipo di rivalsa inconscia uccide e anticiparlo prima del successivo delitto. Speriamo che i veri Psychological profilng dell'Fbi, nati in Usa negli anni Ottanta sull'onda del successo delle scienze comportamentali, siano un po' più sofisticati nelle deduzioni, ma non si può negare che il determinismo psicologico e il meccanismo causa effetto abbiano il loro fascino narrativo
In Italia siamo alla preistoria. A un cinema pensoso che si ispira ai traumi infantili, meglio se incestuosi (vedi 'Amore molesto' di Martone e il troppo celebrato 'La bestia nel cuore' di Cristina Comencini), risponde una tv che non sa dove stia di casa la psicologia. Siamo pieni di ginecologi che risolvono problemi sessuali e di preti che si occupano di gialli dell'anima, ma di una sintesi tra le due specialità neanche l'ombra. Ci provò tanti anni fa Fiorella Infascelli con 'Ritratto di donna distesa', simulazione ben riuscita di una seduta psicoanalitica della durata di 45 minuti con la cinepresa puntata sulla faccia tormentata di Giuliana De Sio, ma non riuscì mai a farsi dare un secondo passaggio in video. Figuriamoci quindi se è possibile praticare la malizia dissacrante degli sceneggiatori americani. L'unico tentativo conosciuto, andato in onda a giugno su Canale 5, è stata la miniserie 'Padri e figli', una specie di medico in famiglia formato psico con un Silvio Orlando (sprecato nel ruolo) che dirime con il buon senso questioncelle familiari e beghe di quartiere in un consultorio d'avanguardia. L'idea in più sarebbe quella di non far avere al povero padre psicologo nessun prestigio in famiglia, dove moglie e figli non lo considerano un granché. Ma stupirebbe il contrario a sentirlo pronunciare sentenze psicologiche del tipo: "Tu che non butti via niente, figuriamoci se riesci a separarti dal tuo uomo".
Meglio così per gli psicoanalisti nostrani, che almeno manterranno qualcosa dell'antica aura, mentre i colleghi statunitensi già assediati dalle neuroscienze, preoccupati dall'eccessiva concorrenza, paralizzati dalle minacce di risarcimento per mancata guarigione, sono pure costretti a guardarsi nello specchio deformante della tv. n