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Mondo
novembre, 2008

New Deal Casa Bianca

Più soldi per i giovani e meno per gli anziani abbienti. Copertura sanitaria per i bambini. E aumento della paga minima sindacale

Obamismo. Nei corridoi di Washington lo chiamano già così, ma per ora è solo una speranza. Per definire una nuova era è necessario un nome. Gli anni di Franklin Delano Roosevelt passarono alla storia come il New Deal, che ebbe un prolungamento nella Nuova Frontiera di John Kennedy. Quelli di Ronald Reagan furono segnati dal marchio di fabbrica di un presidente carismatico e ricordati semplicemente come reaganismo. E ora?
La ricerca di un neologismo per battezzare il nuovo che avanza non è un gioco di società. Al contrario, esprime l'ansia di capire quale sarà l'ispirazione di un presidente che dovrà stare ai bordi del campo per oltre due mesi mentre l'economia attraversa il momento peggiore dalla Seconda guerra mondiale. Per la politica estera Obama ha enunciato un metodo: la diplomazia, ma qual è la sua ricetta per risolvere i problemi interni di un Paese dove le ineguaglianze sociali non sono mai state così forti dagli anni Trenta? In altre parole: che cos'è l'obamismo?

Kwasi Cobie Harris, professore di scienze politiche alla San José State University, prevede che Obama si occuperà soprattutto di resuscitare Wall Street, di salvare le banche e l'industria automobilistica sulla via della bancarotta. Poi sarà la volta dei proprietari di case che non sono in grado di affrontare il mutuo e dei piccoli imprenditori soffocati dalla crisi del credito: "Le porte del salvataggio sono aperte e sarà difficile impedire che venga esteso a tutti quelli che ne hanno bisogno". È la più grande operazione di welfare mai vista negli Stati Uniti dall'epoca di Roosevelt.
Mark Fabiani, che negli anni Novanta era consigliere speciale di Bill Clinton, ritiene che il primo obiettivo sarà ridare fiducia ai cittadini mostrando che il governo ha il controllo della situazione: "Obama aumenterà la paga minima sindacale, congelata da George Bush intorno ai cinque dollari all'ora, ed estenderà i diritti sindacali nell'industria. Inoltre obbligherà le banche salvate dai soldi dello Stato a bloccare i pignoramenti e a rinegoziare il tasso di interesse dei mutui che stanno andando in protesto". Sono soluzioni mirate a dimostrare che esiste un piano per uscire dalla crisi: "Oggi il paese è come congelato, in attesa che arrivi il Salvatore. Obama dovrà subito finanziare progetti in grado di produrre lavoro in luoghi ben visibili. Un po' come fece Roosevelt", dice Fabiani.

La prima iniziativa riguarderà certamente l'energia. Obama ha più volte promesso, nel corso della sua campagna elettorale, che investirà 15 miliardi di dollari all'anno per un decennio, per sviluppare le energie alternative. Si sa che il gruppo di lavoro creato all'indomani delle elezioni sta mettendo a punto un provvedimento per incentivare la moltiplicazione di piccoli impianti sparsi per il Paese. Si tratta di un punto chiave del programma di Obama che prevede di creare cinque milioni di posti di lavoro pilotando in questa direzione miliardi di dollari che oggi vengono spesi per acquistare il petrolio dal Medio Oriente e non solo.
Chris Lehane, che diresse la campagna di Clinton nel 1996, dice che per uscire da questa crisi Obama utilizzerà la più classica delle ricette keynesiane: "Pompare una quantità enorme di denaro in lavori pubblici di tutti i tipi, dalle infrastrutture alla salute, dall'energia alla scuola, nella speranza che, vedendo arrivare i soldi pubblici, anche gli imprenditori privati riacquistino fiducia e ricomincino a credere nei nuovi mercati". Dopo trent'anni di reaganismo, le infrastrutture del Paese sono allo stremo e hanno bisogno di enormi investimenti: la rete stradale è invecchiata, le metropolitane sono spesso fatiscenti, persino i network di telecomunicazioni, pur in mano ai privati, sono arretrati rispetto a quelli europei e giapponesi.

Obama non potrà fare tutto subito. È opinione diffusa che dovrà rinviare alla seconda parte del suo mandato, o addirittura a un eventuale secondo termine, alcune delle riforme a lui più care: "Il deficit del bilancio è destinato a crescere molto in futuro, e di questo bisognerà tenere conto per la riforma della sanità, che avverrà gradualmente", prevede Henry Aaron, esperto di sanità alla Brookings Institution, il think tank che ha fornito alla campagna di Obama la gran parte dei suoi consulenti: "Nella riforma sanitaria occorrerà introdurre nuove tasse per aiutare a pagare i costi crescenti dell'assistenza. Sono passi politicamente difficili da compiere e non è opportuno affrontarli subito. Ma la riforma della sanità non deve diventare antitetica alla nuova disciplina del bilancio. Al contrario, deve sostenerla".
È probabile che una delle prime mosse di Obama sia quella di riproporre una serie di provvedimenti a cui la Casa Bianca si era opposta. Il Congresso aveva già approvato una legge che estende in modo significativo la copertura sanitaria ai bambini: il presidente Bush aveva posto il veto, in uno dei suoi gesti più impopolari. Sarà facile trovare un accordo nel Congresso per una rapida riedizione di quella iniziativa. Inoltre Obama ha promesso di volere investire otto miliardi di dollari per la prima infanzia e altri dieci miliardi per le scuole.

Per realizzare i suoi progetti Obama deve dare il via a una grande espansione
degli apparati statali, rischiando una reazione di rigetto nell'opinione pubblica. Trent'anni di propaganda reaganiana hanno creato la percezione collettiva che le strutture dello Stato siano in larga misura inefficienti e corrotte. "Il governo non è la soluzione dei nostri problemi: il governo 'è' il problema", disse Ronald Reagan nel suo discorso inaugurale, il 21 gennaio 1981. E quella frase è ormai stampata sui libri di storia e nella mente di milioni di americani. I conservatori lo aspettano al varco e, per evitare la crescita del dissenso tra l'opinione pubblica, Obama dovrà necessariamente prendere di petto l'antico problema della produttività dei lavoratori pubblici. E dovrà forse scontrarsi con alcuni importanti sindacati, primo fra tutti quello della scuola, che da anni si batte contro la valutazione dei risultati dei docenti.
Obama ha più volte detto, nel corso della campagna, che i nuovi investimenti sociali saranno possibili sono se si riuscirà a tagliare le spese pubbliche improduttive. Non ha mai precisato a che cosa si riferiva, ma molti sperano che con il suo pragmatismo il nuovo presidente riuscirà a rompere vecchi schemi culturali e a rinnovare in profondità logiche di assistenza cristallizzate da decenni. Isabel Sawhill, esperta di welfare state alla Brookings Institution, ritiene che Obama potrebbe ribaltare la logica del vecchio welfare, che dedica oltre il 40 per cento delle risorse pubbliche agli anziani, tra pensioni pubbliche e assistenza sanitaria. Sawhill dice che Obama potrebbe tagliare i fondi destinati agli anziani abbienti per spostarli verso l'assistenza ai giovani e alle nuove famiglie. Si tratta di un provvedimento cruciale per ridurre le forbici dell'ineguaglianza che si stanno allargando a svantaggio delle nuove generazioni. Obama non ha mai indicato iniziative di questo tipo nel suo programma elettorale, ma la Sawhill sa che questo problema è sul tappeto. Il tema del costo degli anziani negli Stati Uniti, come nel resto dell'Occidente, è destinato a esplodere e Obama ha bisogno di liberare risorse per finanziare i suoi progetti senza restare legato al passato: "È necessario riscrivere il patto intergenerazionale che oggi rischia di rompersi perché sposta troppe risorse sui vecchi e troppo poche sui giovani".

Obama potrebbe avere bisogno di una mossa simile non solo per mostrare le sue capacità di innovazione, ma anche per rinsaldare il suo rapporto con i giovani, che sono stati la vera forza trainante che lo ha portato alla Casa Bianca. Il nuovo presidente deve tener vivo il movimento di base creato negli ultimi due anni e di cementare la rete organizzativa dei piccoli circoli locali che sono sorti come funghi in tutti gli Stati Uniti.
Alcuni suggeriscono che l'obamismo potrebbe non essere una filosofia, ma solo un metodo di lavoro. Cass Sunstein, professore di legge ad Harvard e importante consulente di Obama nel corso della campagna elettorale, ha scritto che Obama è un "visionario minimalista", un ossimoro che esprime bene le caratteristiche del neo presidente, in grado di cambiare il Paese proprio per la sua capacità di risolvere i problemi uno a uno, con intelligenza e pragmatismo, raccogliendo intorno a sé sempre i cervelli più brillanti e adottando le soluzioni migliori indipendentemente dalla loro targa ideologica.
Molti si affannano a scoprire la logica che ha spinto Obama a stilare l'elenco dei suoi consiglieri. Che cosa accomuna intellettuali come il supermiliardario Warren Buffett e l'amministratore delegato di Google Eric Schmidt, l'ex ministro del Lavoro Robert Reich e l'ex presidente di Harvard Larry Summers, l'uomo obbligato a dimettersi dalle femministe per alcune dichiarazioni controcorrente? La risposta più ovvia è anche la più semplice: la loro intelligenza fuori dal comune.

Al contrario di George Bush, che amava le persone fedeli, decideva d'istinto ed era privo della pur minima curiosità intellettuale, Obama è affascinato dalle persone intelligenti. Prima di prendere qualunque posizione, nel corso della campagna elettorale, chiamava i massimi esperti del problema sul tappeto e avviava con loro un ping pong dialettico per mettere a fuoco le minime sfaccettature della questione. Solo a quel punto prendeva una decisione. Chi lo conosce bene dice che farà così anche alla Casa Bianca. Forse sarà solo questa la grande svolta dell'obamismo: l'intelligenza al potere.

Ha collaborato Paolo Pontoniere

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