Di fronte al successo di Obama Michael Walzer, il padre nobile della sinistra americana, invita alla cautela: “L’eccesso di aspettative mi rende nervoso. Non dobbiamo attenderci cambiamenti troppo rapidi...”. Professore emerito al prestigioso Institute for Advanced Studies di Princeton (l’istituto elitario di cui faceva parte Albert Einstein) Walzer è anche direttore del mensile “Dissent”, la rivista della sinistra radicale, ed è autore tra l’altro di “Guerre giuste e guerre ingiuste”, uno dei testi chiave sull’etica dei conflitti armati. Lo abbiamo intervistato.
Professor Walzer, dopo la vittoria di Obama, quanto può davvero cambiare l’America?
“Ci vuole cautela. Ci sono limiti al cambiamento possibile. Recentemente sono stato in Italia per dieci giorni e tutti quelli che ho incontrato sperano che cambierà il mondo. Io mi sono affannato a ripetere che il cambiamento sarà graduale. Obama non è né socialdemocratico né di sinistra. Certo può essere spinto in quella direzione allo stesso modo in cui lo fu Franklin Delano Roosevelt negli anni Trenta. Neanche lui era di sinistra e non aveva certo in mente il New Deal quando corse per la presidenza”.
Però allora il cambiamento arrivò...
“Negli anni Trenta l’America cambiò enormemente. E penso che anche con Obama vedremo grandi cambiamenti nel ruolo del governo nell’economia. Ci sarà un nuovo regime di regole, un serio progetto per l’assistenza sanitaria, un grande sforzo governativo nel settore dell’energia... E credo che alla fine, suo malgrado, Obama si ritroverà a essere un presidente molto più radicale di quanto voglia essere...”.
Si spieghi...
“Fino a oggi Obama si è presentato come un candidato non “partisan”, si è battuto contro la guerra ideologica che da anni va avanti a Washington. Ma sono certo che quando presenterà il suo progetto per la sanità ci sarà uno scontro frontale. E lui dovrà trovare un modo per vincerlo. Non potrà essere al di sopra delle parti”.
Nonostante ciò lei è cauto...
“Ci sono cose in cui il cambiamento sarà lento. Prendiamo la Corte Internazionale di Giustizia. Bill Clinton si impegnò in prima persona perché gli Stati Uniti vi aderissero ma fu bloccato dal Pentagono”.
Perché?
“Il Pentagono temeva possibili processi di tipo politico contro i soldati americani sparsi nel mondo. Così disse di no. Clinton passò attraverso una dura crisi personale perché i suoi uomini avevano giocato un ruolo importante nel progettare la Corte Internazionale nel corso della Conferenza di Roma. Ma non volle, o non poté, combattere contro il Pentagono. E io credo che anche Obama non vorrà sfidare il Pentagono, almeno non dall’inizio. E questo perché non ha una storia militare alle spalle e ha bisogno della fiducia dei generali che devono risolvere parecchi problemi in Iraq e in Afghanistan. E non ha certo voglia di sfidarli in nome della Corte Internazionale. Può darsi che qualcosa accada nel secondo termine della sua presidenza, ma non nel primo”.
Perciò Obama non potrà ridurre il gigantesco budget militare...
“Non credo che vorrà farlo, anche perché si è impegnato a ottenere una grande vittoria militare in Afghanistan. Questo sarà un incentivo a ridurre le forze in Iraq ma non renderà facile l’abbattimento delle spese militari. Ci sono troppi interrogativi aperti: quali sono i costi logistici per uscire dall’Iraq? Quali basi dovremo lasciare nel paese? Sono decisioni che Obama dovrà prendere con i generali, non contro di loro”.
Quanto impiegherà a uscire dall’Iraq?
“Certo non gli basteranno 16 mesi come ha promesso. In Iraq ci sono 150 mila soldati americani e altrettanti lavoratori privati a contratto. E poi ci sono tutti quelli che hanno collaborato con noi: abbiamo l’obbligo morale di non abbandonarli, a meno che non siano loro a chiederlo. Non possiamo andar via come avvenne in Vietnam. È un’operazione complicata. I curdi e i sunniti non vogliono che ce ne andiamo. Il governo sciita deciderà l’atteggiamento da prendere sulla base dei suoi rapporti con curdi e sunniti. Ma tutti sono cauti nel valutare il nostro ritiro. Sarà un disimpegno assai più graduale di quanto gli uomini di Obama siano oggi disposti ad ammettere”.
Come reagirà la lobby del petrolio di fronte all’elezione di Obama?
“La lobby del petrolio non è politicamente forte come il Pentagono. Sono certo che l’amministrazione Obama si impegnerà al massimo nello sviluppo di energie alternative e nel limitare i consumi di combustibili fossili. Anche se, con l’economia che rallenta, non sarà facile”.
Come definirebbe Obama? Un liberal? Un pragmatico?
“È certamente un pragmatico. È una persona dotata di grande sangue freddo. In economia è un centrista. In politica estera non sappiamo ancora quali siano le sue propensioni. Possiamo capire qualcosa analizzando i suoi consiglieri e le cose che ha scritto. Ma quali siano il suoi istinti di pancia sui grandi temi, non è ancora chiaro”.
Come risponderà Obama alla crisi del reaganismo?
“Il reaganismo è morto un mese fa, con la crisi finanziaria. Ora Obama ci darà qualcosa di simile al New Deal di Roosevelt. Il pendolo oscilla verso quella direzione. Spero che cambi anche il rapporto con i sindacati. Ha ragione Paul Krugman quando dice che una delle cause della crisi finanziaria è stata la diseguaglianza crescente in questo paese. Una delle migliori ricette per ottenere un cambiamento è rafforzare il movimento sindacale”.
E in politica estera?
“Lì non vedo pendoli oscillare. I consiglieri di Obama sembrano orientarsi verso una sorta di “internazionalismo liberal”. In altre parole, ci sarà una nuova enfasi sui rapporti multilaterali, più apertura verso l’Onu e le altre istituzioni internazionali, un grande sforzo di collaborazione con i partner europei. Ma non sarà facile vedere grandi cambiamenti in Afghanistan o in Pakistan, in Israele o in Palestina. L’opposizione sul campo non diminuirà a causa dell’elezione di Obama. Certo, ci saranno novità rilevanti. Sarà chiusa la prigione di Guantanamo, verrà ripudiato l’uso della tortura, si cancelleranno le operazioni di “rendition”. Tutte svolte significative. Ma i problemi geopolitici più complessi non cambieranno”.
L’alleanza Usa-Europa diventerà più centrale?
“Questo richiederà cambiamenti da ambo i lati. Con Obama gli americani saranno più desiderosi di consultarsi con gli europei, di stringere accordi, di siglare compromessi, ma dall’altra avranno bisogno di aiuto per l’intervento in Afghanistan o per la costituzione di una “no fly zone” sul Darfur. Se l’Europa vorrà impegnarsi in operazioni di questo tipo, allora credo che la cooperazione sarà eccellente”.
Sarkozy sembra assumere un ruolo guida...
“Sarkozy crede nella cooperazione con l’America. Ci manda segnali di grande amicizia. Il problema è capire quali risorse è preparato a mettere in campo in progetti comuni”.
Chi saranno i protagonisti della nuova Bretton Woods?
“Oltre a Usa ed Europa, questa volta i giapponesi giocheranno un ruolo importante. E forse anche i cinesi. In passato Bretton Woods fu un grande programma socialdemocratico per creare istituzioni internazionali: una per il commercio e un’altra per il sindacato. Ma la seconda non fu mai avviata. Non so se siamo pronti a rimettere in piedi un progetto di quel genere. I consiglieri economici di Obama potrebbero essere spinti in questa direzione dalla forza delle cose”.
Obama ha qualche probabilità di fermare la corsa atomica dell’Iran?
“Dipende da quanta cooperzione riuscirà a ottenere dall’Europa, dalla Russia e dalla Cina. La diplomazia Usa sarà messa alla prova. Ma la decisione cruciale di non attaccare l’Iran quest’anno è venuta dall’interno dell’amministrazione Bush. E credo che il ministro della Difesa Robert Gates abbia giocato un ruolo importante in questa decisione. Probabilmente alcuni generali pensavano che attaccare Teheran fosse una scelta folle”.
Temevano riflessi disastrosi sull’Iraq…
“Esatto. Recentemente Gates ha fatto diversi interventi pubblici in cui sembrava candidarsi al gabinetto di Obama. Anche altri hanno spinto in questa direzione all’interno dell’amministrazione Bush. Recentemente sono stati fatti filtrare all’esterno alcuni memo secondo i quali gli iraniani sono assai più lontani dalla bomba atomica di quanto la gente di Bush stesse affermando. La svolta di Obama sarà un grande impegno nella diplomazia”.
Non sorprenderebbe se Obama desse un ruolo importante al generale Petraeus...
“È probabile che Petraeus sia il futuro capo di stato maggiore”.
Sarà un’amministrazione protezionista?
“Non è chiaro che cosa vogliano fare gli economisti di Obama. Potrebbero voler modificare certi accordi di libero scambio ponendo alcuni vincoli sul lavoro infantile e sui diritti sindacali. Recentemente su “Dissent” abbiamo pubblicato un articolo sulla produzione di gomme di bicicletta che sono state costruite negli Usa per cent’anni. Poi la produzione migrò in Messico, che le produceva a un quarto del costo. Ma dopo dieci anni le aziende messicane furono cancellate da quelle cinesi, che producevano a costi dieci volte inferiori. È una corsa verso il basso che ha effetti terribili sui lavoratori. Qualche accordo internazionale per stabilire i diritti sindacali e i salari minimi cambierebbe la natura della competizione. E i cinesi sarebbero obbligati a sviluppare il loro mercato interno. Una nuova Bretton Woods avvierà un processo di ripensamento delle regole del commercio internazionale”.
Come sono cambiati i liberal in otto anni di presidenza Bush?
“Gli anni di Bush hanno reso i liberal più determinati a usare il potere politico per cambiare le cose. Nancy Pelosi alla Camera e Harry Reid al Senato sono più decisi dei leader di otto anni fa. Credo che useranno in modo efficace la forte maggioranza ottenuta al Congresso. Dall’altro lato molti liberal stanno abbandonando la partigianeria e lo zelo ideologico tradizionali. E questo è merito di Obama, il quale ha deciso di correre al centro ponendosi al di sopra delle parti. Obama porterà nell’amministrazione alcuni repubblicani, come Richard Lugar, esattamente come fece Roosevelt. E farà uno sforzo per creare un clima bipartisan”.
Che impatto avrà la vittoria di Obama sui conservatori?
“I neoconservatori opteranno per una politica economica più pragmatica, meno ideologica. Per loro sarà facile perché vengono da posizioni di sinistra: fu la politica internzionale a spingerli verso destra. I neocon potrebbero dare sostanza al conservatorismo compassionevole, all’ambientalismo e a un certo tipo di welfare sulla scia dei Tories inglesi. Ma ci sono grandi tensioni tra i neocon e i conservatori tradizionali. McCain, che appartiene ai secondi, anche di fronte alla crisi che stiamo attraversando ha continuato a parlare della spesa pubblica come di un peccato capitale. Dopo questa batosta qualcosa potrebbe cambiare”.
Queste elezioni rappresentano una svolta nel modo di fare politica in America?
“L’organizzazione di base creata da Obama ha funzionato molto bene e potrebbe cambiare la politica in America. Quel tipo di organizzazione di base era quasi scomparsa dopo gli anni Sessanta, ai tempi del movimento contro la guerra in Vietnam. Ora sta nascendo un nuovo tipo di politica locale. Non so se riuscirà a darsi una stuttura istituzionale. Ma quello che è successo in questi mesi non accadeva da quarant’anni”.