A vederlo così, sembrerebbe il Mastella del terzo millennio. Come il guardasigilli, Sergio De Gregorio è un campano cicciottello e dall'aria paciosa. E come il capo dell'Udeur ha la battuta svelta, penna affilata da ex giornalista e indole da centrista di movimento. Pur di trovarsi sempre al centro dei giochi è capace di cambiare partito ogni sei mesi: Forza Italia, Nuova Dc e Italia dei Valori dal 2005 in poi. Socialista ai tempi di Craxi, mentre "L'espresso" va in stampa risulta iscritto al Gruppo Misto. Ma basta fare due chiacchiere con chi lo ha incrociato in campagna elettorale per capire che l'attuale presidente della commissione Difesa del Senato non è un semplice replicante. È molto di più. È un personaggio che da cronista d'assalto ha saputo diventare editore, e da editore si è fatto imprenditore internazionale. Ha rapporti diretti e di alto livello con le autorità iraniane, bulgare, russe e argentine. Molti colleghi senatori credono che sia semplicemente un grande amico di Nicolò Pollari, il direttore del Sismi del quale De Gregorio tesse incessantemente le lodi da mesi. E invece lui ha legami complessi ed eterogenei anche con il mondo delle "barbe finte".
La scorsa settimana, mentre il suo passaggio nel limbo dei «deciderò volta per volta per chi votare» faceva tremare l'intero centrosinistra, De Gregorio da Fuorigrotta se ne stava a Teheran per affari. Una destinazione, quella iraniana, che per chi si occupa di intelligence ha un significato preciso: essere nella nuova Mecca. Oggi tutti i servizi occidentali, dalla Cia giù giù fino al Sismi, sono a caccia di fonti e contatti nella vecchia Persia. Lui, "'o Senatore", ce li ha. L'ultimo viaggio lo ha fatto con il cappellino della sua associazione Italiani nel Mondo, che vanta sedi in una dozzina di capitali del pianeta. E Dio solo sa che ci faccia in posti come Iran e Bulgaria, dove gli immigrati italiani bisogna cercarli col lanternino. L'associazione è una creatura bicefala, metà partito e metà holding finanziaria, intorno alla quale ruotano una tv satellitare (Italiani nel mondo Channel) e tutta una serie di società editrici, pubblicitarie, immobiliari e perfino di export-import alimentare. Certo, stando alle aride visure camerali, De Gregorio sarebbe un imprenditore «ad elevato rischio d'insolvibilità»: dieci assegni protestati per un valore totale di 77 mila euro e rotti.
L'ultimo protesto è del 4 aprile 2006, una settimana prima delle elezioni che lo hanno portato a Palazzo Madama. Ma il nostro uomo ha un piccolo impero che sulla carta vale almeno 3 milioni di euro e una liquidità che gli ha pemesso campagne elettorali fastose. E anche ai confini dell'immaginabile. Alle regionali campane del 2005, aveva fatto preparare centinaia di "6x3" con il suo faccione declinato sopra tre diverse possibili liste: Forza Italia, lista personale e Nuova Dc di Gianfranco Rotondi. Dopo un'asta estenuante, mise le pecette sugli altri simboli e si candidò con gli ultimi eredi della Dc. Rotondi, spettatore divertito, ammette: «Col senno di poi, feci un'autentica mattana a prendermi De Gregorio, i miei volevano andarsene tutti, ma lui ci portò un sacco di voti e ancora mi stupisce la quantità di suppliche che ricevetti da tutta Forza Italia perché non gli dessi ospitalità».
Lanciato nell'empireo della politica nazionale dall'Italia dei Valori, uno così non poteva certo star fermo. Intanto si è fatto eleggere presidente della commissione Difesa con i voti dell'opposizione. Agevolato da un'incredibile gaffe della rifondarola Lidia Menapace, certo. Ma c'è chi giura che avrebbe vinto lo stesso grazie ai suoi rapporti trasversali. Diventato presidente, si è subito detto contrario alla missione in Iraq, antipatizzante di Israele («Stermina i civili») e in disaccordo con il mandato Onu per il Libano. Ma anche fieramente contrario a qualsiasi legge sul conflitto d'interessi e a qualunque ricambio ai vertici del Sismi, dove siede il suo amico Pollari. Non è malvisto, però, neppure al Sisde del generale Mario Mori: l'uomo che guidava il Ros dei carabinieri quando il cronista De Gregorio fece una micidiale intervista al pentito di mafia Tommaso Buscetta, in crociera premio nel Mediterraneo. Micidiale nel senso che da allora la credibilità di Buscetta, che si fece scappare allusioni pesantucce (poi ritrattate) su Berlusconi e Dell'Utri, cominciò a colare a picco. De Gregorio, invece, è un battello inaffondabile, sempre in partenza per nuovi porti•