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Cultura
dicembre, 2010

'La mia Suu Kyi innamorata'

Gli anni di Oxford. L'incontro con Michael Aris. Il matrimonio, il cancro di lui, la dittatura a Rangoon. Il regista Luc Besson racconta 'The lady', il film che sta preparando sull'eroina della libertà birmana

I paffuti tories poco più che ventenni sorridono dalle foto ricordo, quasi presagiscano il proprio futuro di potere. David Cameron, il ministro degli Esteri William Hague, quello della Pubblica istruzione Michael Gove (in kilt), il sindaco di Londra Boris Johnson sono riconoscibili assieme a centinaia di altri illustri studenti del passato. Siamo nella Oxford Union, sede dell'associazione degli studenti dell'omonima università. Oggi però l'abituale fruscio di studenti e docenti lascia il posto al più concitato via vai di una troupe cinematografica. Visitiamo un set finora top secret: qui a Oxford insegnava Michael Aris, studioso del Tibet e marito di Aung San Suu Kyi, 65 anni, l'attivista democratica birmana premio Nobel per la pace liberata lo scorso 13 novembre dalla giunta militare del suo paese dopo circa 15 anni di arresti domiciliari nella sua casa di Rangoon. Il film è ovviamente su di lei, con l'attrice sino-malese Michelle Yeoh nel ruolo della protagonista e il regista francese Luc Besson al primo progetto politicamente impegnato. Un film girato in gran segreto: la prima parte delle riprese è stata effettuata in Thailandia dietro lo schermo di una sceneggiatura falsa presentata nel timore che le autorità locali, se avessero saputo che si trattava di una biografia della grande "nemica" del regime birmano, non avrebbero concesso i permessi necessari.

Aris, interpretato dall'inglese David Thewlis, è diretto da Besson in una scena di routine universitaria. Durante i numerosi ciak, il regista segue meticolosamente qualsiasi aspetto della scena: non è uno di quelli che delega le piccolezze, se c'è un bicchiere fuori posto in un'inquadratura si alza e lo sposta lui stesso. La troupe anglo-francese è appena rientrata dopo otto settimane in Thailandia e sul set la terza moglie di Besson, Virginie, che è produttrice, fa da affabile cicerone. "The Lady" (così è chiamata Suu Kyi in birmano dal suo popolo) racconta un decennio della sua vita, da quando cioè decide di entrare in politica nel 1988 come leader della National League for Democracy: di lì a poco, temendo di non essere riammessa in patria, sceglierà di non tornare in Gran Bretagna dal marito, visto l'ultima volta nel 1995 e nel frattempo colpito da un tumore che lo uccide nel 1999. È questa scelta tragica, tra lo stoico e il disumano, che Besson ha deciso di raccontare in coproduzione con l'inglese Andy Harries la cui moglie, la scrittrice Rebecca Frayn, ha scritto la sceneggiatura.

"È vero, è un film diverso da quelli che ha fatto finora", ammette durante una pausa delle riprese Besson: "Ma i miei film sono tutti diversi: è quello che mi piace del cinema. Forse c'è qualche piccola somiglianza con "Giovanna D'Arco": due eroine forti che combattono per una causa nobile". Eppure Aung San Suu Kyi non aveva affatto la vocazione dell'eroina: pur essendo figlia di Aung San, il padre della Birmania moderna assassinato nel 1947, era cresciuta all'estero e aveva sposato Aris nel 1972. "Viveva qui a Oxford. Conduceva una vita semplice, da casalinga inglese che bada ai bambini", racconta il regista: "Ma nel 1988 ricevette una chiamata dalla madre Khin Ky, anche lei con prominenti ruoli politici, che era rimasta a Rangoon e si era ammalata. Tornò immediatamente in Birmania. Ma lì, quando si venne a sapere che era la figlia del presidente scomparso, la sua gente e i dissidenti che avevano bisogno di un simbolo le chiesero di partecipare alla lotta politica". La donna accettò, e vinse le elezioni nel 1990: in tutta risposta il regime l'avrebbe incarcerata in casa, proibendole ogni contatto con l'esterno. Il film descrive l'impatto di eventi storici di questa portata su una famiglia. "All'inizio il marito poteva andarla a trovare, prima che la mettessero agli arresti domiciliari; ma anche dopo, non venne mai meno al suo compito di occuparsi dei loro due figli, a Oxford", racconta Besson.

L'idea del film è venuta a Harries e alla moglie dopo un viaggio in Birmania. L'esperienza che aveva maturato come produttore di "La Regina", altro film su una figura politica importante e soprattutto vivente è stata fondamentale nel perché ma anche nel come del progetto: "Abbiamo parlato con una trentina di persone a lei più o meno vicine che ci hanno raccontato molte cose, ma non con i figli, che hanno preferito non collaborare", racconta il produttore. Con la stessa sagacia a cui aveva pensato a Helen Mirren nel ruolo di Elisabetta II, Harries ha offerto la parte a Michelle Yeoh, che ha accettato con entusiasmo. Ha studiato il birmano e si è sottoposta a una dieta ferrea per diventare ancora più sottile di quanto non sia normalmente: "Quando ho incontrato il figlio la prima volta mi ha detto: "Mia madre è più magra di te!" Non ci potevo credere. Ho perso altri cinque chili per prepararmi", dice la stella di Hong Kong, che è appena tornata da Rangoon dopo aver finalmente incontrato Aung San Suu Kyi. "Per me questa parte era perfetta e ci ho messo dentro il meglio che avevo", aggiunge, muovendo animatamente le minuscole mani: "Ho cercato di riprodurre non solo le sue movenze, così altere eppure delicate, ma anche il suo travaglio interiore. E non è stato facile, è una donna che emana una calma superiore".

Una figura davvero imponente quella di Suu Kyi, vera e propria erede di Gandhi nella ferma risoluzione a non cedere alla violenza e ai soprusi di una giunta militare che governa col pugno di ferro. Per Besson, inizialmente contattato da Harries e Yeoh per coprodurre, ma che si è poi innamorato del progetto tanto da volerlo dirigere lui, è anche superiore a Giovanna d'Arco: "La sua è la prima lotta non violenta di una donna, armata solo della sua gentilezza. Giovanna d'Arco era violenta ed è stata eliminata: Aung San Suu Kyi, non è né l'uno nè l'altro". Un esempio per l'Occidente, visto che "si batte per cose che abbiamo e che diamo per scontate: ormai nemmeno votiamo quasi più". La recente liberazione non ha influito sullo svolgimento delle riprese: "Il film è stato concepito due anni fa, quando nessuno si aspettava che sarebbe stata liberata, l'idea era di risvegliare l'interesse per la sua causa".

A interessare Besson è però soprattutto il contenuto umano di un personaggio troppe volte messo in secondo piano dalla luminosità quasi accecante dell'immagine pubblica.

"Lei è una di queste figure che tutti conoscono senza saperne nulla in realtà. Sanno della Birmania e della sua prigionia, ma nulla di questa storia d'amore che la rende umana". Ma anche il raccontare un'unione così stretta anche se travagliata, un amore che regge il confronto col mito letterario: "Dopo "Giulietta e Romeo" questa è la storia d'amore con il peggior finale che abbia mai sentito. È terribile essere costretta a scegliere tra il tuo paese e i tuoi figli e marito. È come "La scelta di Sophie", la peggiore cosa che si possa fare a un essere umano, in particolare una donna".

Pur non nascondendo la sua personale inclinazione, Besson invoca equanimità rispetto alle scelte della sua eroina. "Quello che voglio è mettere il pubblico nella stessa sua situazione e chiedersi: è amore? È umano dover scegliere tra il tuo paese e la tua famiglia?" E torna il confronto con Giovanna d'Arco: "In quel film chiedevo: fino a che punto ti puoi spingere per il bene di una causa come quella francese, e per di più nel nome di un Dio che ha ordinato di non uccidere?" Per un attimo appare un dittico nella sua filmografia: da una parte l'eroina cristiana violenta, dall'altra la mite eroina buddista. Le prevedibili accuse di sfruttare la vicenda di una figura perseguitata a fini di spettacolo, Besson sembra averle già messe in conto: "So che le "biopic" possono banalizzare la vicenda del personaggio che raccontano, è un rischio. Ma volevo che la gente sapesse di più di lei: spero che il pubblico sia toccato dal film, che pianga un po', ma poi vada in rete a documentarsi e la sostenga". Da padre, all'inizio il regista faceva fatica a comprendere le motivazioni del suo personaggio: "È difficile per me che ho cinque figli non rimanere sconcertati davanti a una donna che ha preferito il proprio paese a figli e marito. Ma se prendi questa decisione, voglio capirne la ragione. Io all'inizio delle riprese quella scelta non l'avrei mai fatta: adesso, ci penserei. Quello che cerco di fare in questo film è far cambiare idea allo spettatore ogni dieci minuti".

Sul suo rapporto con certa critica cinematografica francese che lo accusa di essere troppo americanizzato, Besson si irrigidisce: "Io faccio film. Il resto sono chiacchiere su chi fa film. Le mie influenze principali? Mia madre, mio padre, il mio cane, un bastardo di nome Socrates", ma poi si rilassa: "A volte mi chiamano Jean-Luc Besson", ironizzando sulla confusione col papa laico engagé, Godard. E si allontana. Rimaniamo con l'energica Michelle. Cosa è successo quando ha finalmente incontrato la donna oggetto di tanto studio e fatica (ha imparato anche il birmano prima delle riprese)? "Con lei non si è parlato del film, non mi sembrava il caso. Mi sono fatta raccontare della situazione attuale del paese, che lei vede risolvibile solo pacificamente, come sempre. Appena mi ha vista, mi ha abbracciato e quando le ho detto che speravo che non le avremmo creato troppi fastidi mi ha risposto: "E perché? Siete voi che fate il film, non io!"".

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