Pioggia. Tanta, troppa, torrenziale: 450 millimetri in 12 ore. Fermare il fango, a quel punto, è diventato impossibile. E l'acqua ha inghiottito 16 persone, ne ha costrette più di duemila a scappare. Un evento estremo, legato però a una prassi costante: quella di divorare l'ambiente. «Il rischio non si riesce mai a portare a zero, ma si può far molto per prevenire i danni più gravi», spiega Alessandro Trigila, ricercatore dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione dell'ambiente) ed esperto di frane e dissesto idrogeologico: «È ancora presto per valutare gli effetti del ciclone, capire cosa si sarebbe potuto evitare, ma un dato è certo: il consumo di suolo c'entra, se consideriamo più in generale la situazione sul dissesto idrogeologico a scala nazionale».
Lo si ripete ad ogni emergenza: bisogna ridurre la cementificazione, fermare quegli otto metri quadri al secondo di terra che vengono rimpiazzati, anche in questo istante, dall'asfalto. Parole che però restano nel vuoto: le costruzioni aumentano e al posto di frenarsi su boschi o pianure le alluvioni si abbattono su strade, palazzi, capannoni. «Nel 1956 era urbanizzato il 2,8 per cento del territorio. Oggi è il 7: più di due volte tanto. Consumare il suolo a questa velocità significa aumentare l'esposizione delle persone alle conseguenze dei fenomeni naturali». Anche perché malta e mattoni non hanno seguito affatto il passo della popolazione: «Nel 1961 l'Italia aveva 50 milioni di abitanti, nel 2011 sono diventati 57. Il 12 per cento in più. Nello stesso periodo però le case sono passate da 14 a 27 milioni. Con un aumento di circa il 100 per cento».
La fotografia è desolante, e ben nota. «Ma non è irrimediabile», insiste Trigila: «Per prevenire i danni gli interventi si possono fare: mettere in sicurezza i letti dei fiumi, costruire argini più forti, de-localizzare i luoghi più esposti, attivare sistemi efficaci di allarme, aggiornare costantemente le carte dei rischi e tenerne al corrente la popolazione». Interventi possibili, ma costosi. E il portafoglio dello Stato è sempre più risicato: «Nel 2008 lo stesso ministero dell'Ambiente aveva valutato in 40 miliardi di euro i fondi necessari a mettere in sicurezza paesi e città. In 15 anni ne sono stati spesi 4,25. Ovvero 300 milioni all'anno: troppo poco. E come se non bastasse nell'ultima legge di stabilità i finanziamenti a questo scopo sono stati ridotti ancora, a un decimo: 30 milioni per il 2014».
Nel frattempo poi, sono iniziati gli effetti, concreti, del cambiamento climatico, per cui «eventi atmosferici gravi come le alluvioni», spiega il ricercatore: «che prima si ripetevano a grandi distanze di tempo, oggi sono sempre più intensi e ravvicinati», per cui tutte le infrastrutture che non li avevano considerati affatto ora sono molto più esposte.
«Per questo è fondamentale il monitoraggio», conclude Trigila: «Noi lo facciamo con le frane: un database nazionale pubblico e consultabile dove c'è traccia delle 487mila frane segnalate dai tempi dei romani, così come i luoghi in cui potrebbero avvenire». Per le alluvioni a tenere conto dei dati sono le Autorità di bacino, ora in via di riorganizzazione. Un riferimento costante, nazionale, non c'è: «Quello che sappiamo è che ci sono 12.873 chilometri quadrati di suolo a criticità idraulica, senza nemmeno considerare gli scenari più catastrofici», come quello che ora ha colpito la Sardegna.
«Bisognerebbe essere rigidi, oggi, almeno sui vincoli: vietare di aumentare i rischi nei piani regolatori», chiede Trigila. Ma questo, nelle mani dei politici, significherebbe molti soldi in meno nelle casse dei comuni. Per cui più che un consiglio, è una speranza.