Con un figlio di 13 anni, è difficile che Pasquale Scimeca, il regista di “Biagio” ?(al Festival internazionale del film di Roma ?il 24 ottobre e nelle sale a novembre), se ne vada a vivere alla Missione di speranza e carità. Succede, invece, nel film al regista contraltare del Biagio Conte interpretato da Marcello Mazzarella.
Comunque Scimeca, tra una visita e l’altra, ha passato lì un anno e mezzo, a studiare, preparare e scrivere la sceneggiatura, poi a girare l’inizio e la fine. Tutto il resto di questo film duro e delicato insieme, sentito, vissuto, «amato fino alle lacrime» per riprendere una battuta del regista che nel film è il doppio di Scimeca, è girato sui monti, negli eremi, per strada, nei sotterranei della Stazione di Palermo: i luoghi dove Biagio Conte maturò, un quarto di secolo fa, la sua scelta missionaria, tra dubbi di follìa, incomprensioni e ritrovamenti familiari, disperazione degli emarginati come lui quando tale divenne per sua scelta.
Scimeca, 58 anni, socio con altri cinque di una cooperativa indipendente di produzione battezzata Arbash, è il regista di “Placido Rizzotto”, che raccontava la storia del sindacalista di Corleone ucciso dalla mafia. ?E poi di quel “Rosso Malpelo”, tratto da Giovanni Verga siciliano come lui, raro esempio di quello che lui chiama «capitalismo etico»: tutti gli utili di quel film sono stati infatti utilizzati per costruire direttamente, nel boliviano Potosì che è una delle aree più povere della Terra, quattro “college” per gli orfani dei minatori morti sul lavoro.
Quella che pensi sia una scelta di partenza, raccontare le origini e non l’avventura successiva, ciò che Biagio Conte ha realizzato in un ventennio fra scontri e battaglie e penitenze, è invece un taglio deciso in ultimo: «Avevamo girato tutto, fino a oggi, ma erano come due film diversi e giustapposti», racconta Scimeca. In luogo del racconto di un’impresa, il dramma di un’anima in cerca di salvezza.