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I profughi siriani e il muro della Bulgaria

Dal confine con la Turchia arrivano nei campi del sud bulgaro i fuggiaschi della guerra siriana. E qui trovano un muro che li blocca alle porte dell'Europa: trenta chilometri di acciaio, cemento e filo spinato. Il racconto del nostro inviato

Elhovo e Harmanli sono parenti lontani di Lampedusa. A mezz’ora di macchina da queste due città nebbiose nel sud della Bulgaria, l’ideale di un’Europa comune nella politica, nelle merci e anche nelle persone verrà un’altra volta ferito da tonnellate di filo spinato. Trenta chilometri di muro d’acciaio e cemento, fatto di matasse taglienti e pannelli prefabbricati, lasceranno presto passare le merci. Ma non le persone: impediranno cioè l’arrivo di altri profughi siriani dal confine con la Turchia. O meglio, devieranno la marcia di uomini, donne e bambini altrove, verso i barconi che salpano dalla Libia. Oppure verso nuovi valichi di terra: dove probabilmente saranno presto progettate ulteriori barriere spinate da far luccicare al sole come lame di coltelli puntati. 

Nessuno dei sopravvissuti alla guerra in Siria fotografati in questo reportage di Matteo Bastianelli avrebbe mai immaginato di finire nei centri di raccolta di Elhovo e Harmanli. Solo un fuori di senno potrebbe affrontare rischi e fatiche per rifugiarsi nel Paese più povero d’Europa. Ma anche la Grecia ha costruito un muro tra le curve del fiume Evros al confine con la Turchia. Così la questione non è stata risolta: semplicemente l’hanno spostata qualche decina di chilometri più in là.
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A pochi minuti da Elhovo e Harmanli, i territori di Bulgaria, Grecia e Turchia convergono in un unico punto. Tre bandiere, tre lingue, tre comunità vittime della crisi economica e umanitaria dei nostri giorni. Il posto di frontiera bulgaro di Kapitan Andreevo lungo l’autostrada E80 è la porta sud-orientale dell’Unione europea. Il passaggio quotidiano di migliaia di camion. Ma a parte le 28 stelle gialle su sfondo blu stampate ovunque sui cartelli, l’Ue sembra davvero lontana. 

Se le confrontiamo con i palazzi asettici di Bruxelles o con le vetrate di cristallo che abbelliscono il parlamento di Strasburgo, è difficile immaginare che queste fotografie siano state scattate in uno Stato dell’Unione. Ma è proprio così. Le drammatiche condizioni dei profughi siriani arrivati loro malgrado da queste parti, ci rivelano senza volerlo dove siamo approdati noi come cittadini europei. La Bulgaria non si è mai sollevata completamente dagli effetti della dittatura comunista. Mentre la Grecia è stata da poco affondata dalle conseguenze dei dettati liberisti dell’Europa più ricca.
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Da quando in Siria l’assassino di Stato Bashar Assad ha preso a fucilate le manifestazioni che chiedevano più democrazia, la Turchia è sotto pressione. Gran parte dei due milioni di siriani fuggiti all’estero sono ammassati nei campi profughi turchi e in quelli allestiti in Giordania e Libano. Dal fango dei campi profughi pronti a esplodere di disperazione da un momento all’altro, cercare scampo diventa naturale. Magari verso paesi come Germania e Svezia che possono vantarsi di un sistema di accoglienza più efficiente. Può non piacere, soprattutto all’estrema destra europea. Ma è quanto sta accadendo. Se politici, finanzieri e studiosi del “World economic forum” riuniti a Davos pochi giorni fa sono «impegnati a migliorare lo stato del mondo», così annuncia il loro pomposo slogan, come si può pretendere che un padre o una madre non provino a migliorare lo stato dei loro figli? 

Dentro le immagini del reportage, scopriamo altre conseguenze di questioni mai risolte. La provenienza dei profughi, ad esempio. Sono curdi siriani. Tutti loro sanno che un curdo in Turchia non ha futuro. Figuriamoci un curdo che è pure profugo e anche siriano. Le autorità bulgare, confidando sulla povertà diffusa nel Paese, forse non si aspettavano di diventare meta di migliaia di richiedenti asilo. Così quando si sono trovate di fronte agli obblighi che qualsiasi Stato membro dell’Unione deve rispettare, si è scoperto che in Bulgaria mancava qualunque forma di assistenza: proprio in questi giorni è dovuto intervenire l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati a evitare che i sopravvissuti alla guerra morissero di fame e freddo.

La Bulgaria ha sette milioni e mezzo di abitanti, un tasso di crescita negativo, un prodotto interno lordo pro capite di 7 mila dollari l’anno, il 76esimo posto nella graduatoria mondiale. Giusto per un confronto, il Pil pro capite italiano è di 33 mila dollari, quello tedesco di quasi 42 mila, quello svedese di 55 mila. Una potenza internazionale, almeno sulla carta, come l’Unione europea non dovrebbe essere messa in crisi da qualche migliaio di persone.

I siriani entrati in Bulgaria nel 2013 sono infatti appena novemila. Secondo i dati raccolti dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, i profughi sbarcati in Italia lo scorso anno sono stati invece 42.900. Di questi, 14.700 sono approdati a Lampedusa e 14.300 in provincia di Siracusa. E sempre sul totale italiano, 11.300 sono siriani, 9.800 eritrei, 3.200 somali. «I flussi migratori hanno registrato un aumento del numero di persone in fuga da guerre e regimi», osserva José Angel Oropeza, direttore dell’ufficio di coordinamento dell’Oim per il Mediterraneo.

La Bulgaria è un’alternativa più sicura rispetto alle rotte che attraversano il mare. E, come accade per l’Italia, la meta per la maggior parte dei profughi che ha passato il confine bulgaro è il Nord Europa. Per i siriani curdi è la Germania, dove alcuni di loro hanno parenti emigrati anni fa. Aziz ha presentato domanda di asilo al consolato tedesco per ricongiungersi con la moglie e i due figli. Aziz era un musicista in Siria. È in viaggio con gli altri tre figli, Ida, Nuhad e Gazal. E con il suo tanbur, un tipo di liuto che Azar suona riempiendo di nostalgia e tristezza le lunghe ore vuote.

Nel campo profughi di Harmanli, 1.500 persone sistemate nei container e nelle camerate gelide di una caserma in disuso, ciascuno ha il suo dolore. Lo tengono chiuso nei ricordi, nel cuore o tra le fotografie fissate sul telefonino. Non c’è solo lo strappo dalla propria vita che la guerra ha spazzato via. Un giovane uomo conserva sullo smartphone l’immagine del suo bambino. Ha dovuto abbandonarlo in Siria. Gli occhi chiusi, la bocca leggermente aperta, come se stesse dormendo. Uno sguardo più attento rivela il foro di un proiettile. Dopo la morte di suo figlio, quell’uomo si è messo in viaggio per salvare il resto della famiglia.

Ogni giornata nel campo scorre in attesa che qualcosa accada. I bambini in coda alla distribuzione del cibo. I materassi luridi alla loro terza o quarta vita ammassati in corridoio. La minestra cucinata per tutti in un pentolone all’aperto. La brina che indurisce la fila di pantaloni e calzini stesi. I cartoni buttati nel fuoco dai più piccoli per scaldarsi e giocare con le nuvole di fumo. I pochissimi bagni chimici. Un barbiere improvvisato nel cortile. Il sole freddo, i corvi ovunque. E le mani indurite dalla temperatura sotto zero: spesso dentro o fuori i container non fa nessuna differenza. 

Dalla Bulgaria, il viaggio proseguirà verso la Romania. E poi, via terra, sempre più a nord. Un viaggio illegale per necessità: la legge europea non prevede ingressi legali per i richiedenti asilo. Anche se quella di Bruxelles si chiama Unione, ogni Stato deve fare da sé. I profughi di guerra non possono essere rimpatriati in Siria. Ma vengono comunque respinti al loro passaggio dei confini. Karl Kopp, direttore dell’associazione tedesca Pro Asyl, chiede l’apertura di un’inchiesta internazionale su quanto da mesi sta accadendo tra Grecia e Turchia.

La notte del 21 gennaio l’ultima strage: dodici siriani e afghani, in gran parte bambini e neonati, sono annegati davanti all’isola di Farmakonisi durante un tentativo della guardia costiera greca di rimandare indietro un barcone con ventotto persone. «Secondo i sopravvissuti», racconta Kopp, «la guardia costiera ha trainato la loro barca ad alta velocità nel mare mosso per riportare i rifugiati verso la costa turca. Per questo lo scafo si è rovesciato». La marcia attraverso la Bulgaria resta così il percorso più sicuro. Ancora per poco. La barriera di filo e lame di acciaio sarà pronta tra qualche settimana. Venticinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, l’Europa torna sui suoi passi. 

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