Di Marco Pannella ci ricordiamo solo quando, per l’ennesima volta, i medici gli ordinano di mangiare o di bere o almeno di sottoporsi a salvifica flebo. Segue l’immancabile rifiuto, la denuncia dei media che lo hanno fin lì ignorato, l’abbraccio a chi lo ha sostenuto, l’anatema contro chi lo ha abbandonato. La voce, rilanciata a ripetizione da Radio radicale, si fa sempre più affaticata e impastata, la sofferenza comunicazione, la stanchezza gesto politico. Finché un piccolo passo avanti del parlamento o del governo lo convincono ad avvicinare alle labbra un qualche liquido o uno spicchio di mela. Per prepararsi alla successiva battaglia. Come quella in corso. Che stavolta coincide con i suoi 84 anni (2 maggio) o con i quaranta dalla formidabile battaglia per il “no” nel referendum sul divorzio (12 maggio).
Da che lotta, cioè da sempre, il gesto estremo, la forza del messaggio e l’obiettivo fissato pesano assai più delle coerenze logiche e politiche, tracimano fino a oscurare le inevitabili accuse di cinico e voltagabbana. Nel 1992 si inventa con successo Oscar Luigi Scalfaro presidente della Repubblica; nel 1996 ne chiede l’impeachment, anche perché due anni prima s’è alleato con l’emergente Berlusconi in cambio di una pattuglia in Parlamento; anticlericale e anticoncordatario, ieri adorava Wojtyla, oggi si appella a Bergoglio (ed Emma Bonino storce il naso); tuona contro corruzione, partitocrazia, Costituzione ignorata e l’anno scorso – a settembre, un mese dopo la definitiva condanna della Cassazione per frode fiscale – porta l’ex Cav. a firmare i suoi referendum sulla giustizia.
Però buca lo schermo e conquista consensi (non nelle urne), fa incazzare ma costringe a seguirlo opinione pubblica e parlamentari sparsi. Insomma stupisce; non fa politica come gli altri; non è ricco ed è sempre solo sulla scena nonostante presidenti segretari tesorieri e militanti del partito. Non disdegna, anzi incoraggia battaglie a favore di divorziati abortisti omosessuali brigatisti ladri puttane mafiosi neofascisti e pornostar, e con alterni successi ne ha pure portati alcuni in Parlamento (Toni Negri, Cicciolina, ma anche la vittima della malagiustizia Enzo Tortora), purché ciò serva a tutelare un qualche diritto violato.
Pannella è l’unico politico che abbia attraversato con lo stesso passo di marcia Prima e Seconda repubblica, e ancora si agiti in questa parvenza di Terza, sempre italianamente contraddittorio inafferrabile illogico anarchico e incoerente: forse per questo Edmondo Berselli lo aveva definito “l’autobiografia della nazione politica”. E poi colpisce perché paga con il suo stesso corpo. Anzi, quando giace in un letto d’ospedale, ecco i politici ricordarsi di lui, condividere la sua battaglia, cercare in questa temporanea solidarietà di alleviare qualche senso di colpa, aggrapparsi a un’àncora di salvezza.
Anche stavolta, in un tragico continuum tra sciopero della sete e aneurisma e ancora sciopero, ci ha ricordato lo scandalo delle carceri dal cui stato, ammonivano gli illuministi più di due secoli fa, si misura il tasso di libertà e democrazia di una nazione. Mago della comunicazione, Pannella è riuscito ad andare perfino oltre le sue aspettative: lo ha cercato Napolitano; gli ha telefonato Bergoglio convincendolo a bere un caffè; ha fatto irruzione in piazza San Pietro proprio mentre la Chiesa faceva santi due papi visto che, proprio lì, di lui e di carceri hanno parlato Napolitano e Francesco.
Stavolta però non ci si potrà fermare agli applausi liberatori. La sentenza della corte dei diritti dell’uomo che inchioda l’Italia alle sue responsabilità è del gennaio 2013; l’appello di Napolitano al Parlamento perché strappi i detenuti da condizioni di pena ottocentesche è di sei mesi fa; ed entro il 28 maggio, ha detto la Corte, la situazione va sanata o i detenuti risarciti a carissimo prezzo. Ma ormai, per quella data sarà possibile solo trovare un po’ di soldi e rimandare di nuovo il problema. Con il rischio di dimenticarsene. E di costringere il vecchio Pannella a digiunare ancora.
Twitter @bmanfellotto