Le operazioni militari in corso a Gaza sono solo l'ultimo capitolo di una spirale di azione e reazione che va avanti da anni. Ed è ormai evidente come, per raggiungere una vera stabilità, servano in entrambi gli schieramenti nuovi capi non ostaggio dei signori della guerra

Non ci sarà pace tra israeliani e palestinesi fino a quando non nasceranno leader dei due schieramenti capaci di uscire dalla trita spirale azione-reazione. Col coraggio sufficiente per decidere ?un piano e applicarlo simultaneamente, qualunque cosa succeda sul campo. ?E con l’intelligenza di capire che gli attentati servono ai terroristi esattamente per provocare una vendetta e far deragliare le buone intenzioni ?di risolvere una crisi ormai secolare.

Spesso si compie l’errore di immaginare che un accordo tra i belligeranti sia impossibile. Non è vero. Da Oslo 1993 in poi di patti ne sono stati discussi fin troppi e tutti hanno ricalcato, grosso modo, quello originale sancito con la stretta ?di mano tra Rabin e Arafat. Perché, salvo dettagli, alternative non ce ne sono: due Stati per due popoli, scambi di territori condivisi, ritiro delle colonie più lontane dalla linea verde del 1967, Gerusalemme capitale per entrambi. Stando ai sondaggi ?i rispettivi cittadini sarebbero daccordo: esiste una larga maggioranza favorevole alla fine del conflitto.

E ALLORA PERCHÉ ciò che sembra così ragionevole non viene adottato? Perché ?ci sono sempre dei signori della guerra che conoscono bene i riflessi pavloviani ?di politici ostaggio della logica del gioco ?al rialzo per non apparire deboli davanti alle frange più estreme della loro opinione pubblica: quelle minoranze rumorose che in Medioriente hanno sempre la meglio. Non per caso il rapimento e la barbara uccisione dei tre ragazzi israeliani, allievi di una Yeshiva, nei Territori, è avvenuto a ridosso dell’inizio di un faticoso processo di conciliazione nazionale tra Hamas e Fatah che ha prodotto un governo di unità assai inviso, oltre all’ala più estrema del movimento fondamentalista, al governo ?di Bibi Netanyahu, da sempre indisponibile a trattare con Hamas. ?La vendetta è presto scattata coni raid aerei su Gaza e con la distruzione nell’area di Hebron delle abitazioni ?dei due presunti autori del sequestro, Marwan Kawasmeh e Amar Abu Eisha.

Il governo dello Stato ebraico promette d?i annientare Hamas una volta per tutte. Qualche suo ministro propone addirittura l’invasione e la nuova occupazione della Striscia. Mentre i militari frenano perché sanno che Hamas non si può distruggere, nemmeno al costo di un’operazione su vasta scala che non solo provocherebbe costi umani inaccettabili ma destabilizzerebbe il già precario quadro dell’intera regione: i generali, proprio perché conoscono la guerra, sono spesso i più (relativamente) saggi.

SULL’ALTRO FRONTE, l’escalation nuoce soprattutto al presidente Abu Mazen ?e al suo prestigio. Lo costringe a scegliere tra una solidarietà di fratellanza e la necessità di tenere aperta quella flebile fiamma di dialogo pur se non ha prodotto alcun risultato concreto in un processo ?di pace che da troppo arranca. Netanyahu ?è un convinto sostenitore della logica ?che lo “status quo” conviene a Israele, perpetuare l’occupazione della Cisgiordania (dura da 47 anni...) una garanzia per la sicurezza dello Stato, negare la presenza di interlocutori credibili la maniera più elegante ?per rimandare all’infinito una soluzione che lo obbligherebbe a quelle “dolorose concessioni” messe nel conto, nell’ultima parte della sua vita, persino ?da Ariel Sharon.

La cosa che sfugge, ?a leader interessati solo alla propria sopravvivenza, al tirare a campare di andreottiana memoria, è che il tempo lavora contro Israele. Se non arriverà a definire confini accettati del proprio Stato, potrebbe essere sommerso da quell’onda demografica araba che si sta rivelando più potente persino della sua supremazia bellica. Mentre l’ostilità crescente dei turbolenti vicini aumenta la condizione ?di precarietà di un Paese che soffre della sindrome del rifiuto. Ma la battaglia per ?la sua esistenza ha bisogno di uno sforzo di fantasia inedito. Che eviti il tranello dell’azione-reazione. Che non lasci impunito un delitto così raccapricciante ?e vengano perseguiti sì i responsabili. ?Ma senza infliggere una punizione collettiva a un popolo intero.

g.riva@espressoedit.it

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