Adorato dagli americani, osteggiato in Ue, temuto da Mosca: le risorse da shale gas potrebbero essere tanto grandi da liberare gli Stati Uniti e l'Europa dal giogo energetico di Medio Oriente e Russia. Bufala del decennio, crimine ambientale o futuro del mondo?

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Quando nel 2012 il più autorevole ente per l’energia al mondo, l’International Energy Agency (IEA), dichiarò che gli Stati Uniti sarebbero diventati energeticamente indipendenti dal 2035, producendo più petrolio e gas dell’Arabia Saudita già dal 2020, la notizia fu accolta con un mix di sconvolgimento e scetticismo. Le previsioni aprivano alla possibilità di una nuova rivoluzione energetica, di proporzioni tali da sconvolgere gli equilibri politici tradizionali. Lo shale gas sembra possa offrire risorse abbondanti come mai era stato previsto. Tutto questo a fronte di stime non confermate, facili speculazioni e un impatto ambientale molto più forte delle fonti tradizionali.

Che il gas sia una risorsa sempre più importante lo dimostrano lo storico accordo tra Cina e Russia del maggio 2014, centrato sulle forniture di gas naturale, e il conflitto in Ucraina, il paese con la più imponente rete di gasdotti d'Europa. L’importanza del gas, il cui consumo mondiale è aumentato quasi del 40% negli ultimi dieci anni, sta nell’efficienza (libera più del doppio dell’energia del carbone e il 50% in più del petrolio), nella versatilità, (viene usato da forni industriali, elettricità e trasporti) e nell’essere meno inquinante: le emissioni sono inferiori del 30% rispetto al petrolio e del 45% rispetto al carbone. Il gas potrebbe rappresentare un metodo economico per l’Europa di raggiungere i forse troppo ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, del 20% rispetto ai livelli del 1990 nel 2020, del 40% nel 2030 e dell'85-90% nel 2050.

Quello che però ha rivoluzionato il ruolo del gas nel mondo è stata la disponibilità. Ed è qui che entra in gioco lo shale gas, metano estratto tramite la spaccatura delle rocce che lo contengono attraverso la pressione, ottenuta iniettando grandi quantità di acqua e agenti chimici nel terreno (il cosiddetto fracking).

I dieci paesi con le risorse convenzionali di gas più grandi al mondo (Fonte: EIA, 2014)
Le riserve convenzionali di gas sono distribuite nel mondo in maniera più omogenea rispetto al petrolio, ma la concentrazione in pochi Paesi rimane alta, nell’ordine dell’80% in dieci Stati (86% per il petrolio). Le ultime analisi sullo shale gas hanno invece dato risultati strabilianti: se le riserve mondiali di gas convenzionale sono nell’ordine dei 200 trilioni di metri cubi, le stime del dipartimento per l’energia statunitense (EIA) del 2013 ne rivelano oltre mille di shale solo in Cina. Se questi valori risultassero corretti, le riserve totali di gas nel mondo sarebbero sessanta volte superiori alle aspettative e presenti in paesi storicamente privi di questa risorsa. Sempre secondo la EIA, il Marocco potrebbe avere tanto gas quanto ne ha il Qatar adesso. I tradizionali esportatori potrebbero trovarsi a competere con concorrenti nuovi e inaspettati: il sud est asiatico potrebbe avere tanto gas quanto la Russia, e le riserve del Nord America si avvicinerebbero a quelle di tutto il Medio Oriente. Dati incredibili, anche se ancora tutti da provare.

I dieci paesi con le risorse stimate di shale gas più grandi al mondo (Fonte: EIA, 2014)
Se le previsioni fossero confermate, avrebbero un effetto notevole. E non solo sugli Stati Uniti. Nel caso Washington rivolgesse la propria attenzione all’Asia, la cui domanda di energia è sempre più in rapida crescita, i rapporti commerciali tra paesi come la Cina, un creditore netto, e gli Usa, debitori del gigante asiatico, si potrebbero capovolgere.

Gli effetti sarebbero marcati anche nel caso in cui la shale revolution toccasse l’Europa. Da una parte il gas americano potrebbe essere trasportato via nave in forma liquefatta (GNL), aumentando l’offerta complessiva e diminuendo il prezzo per consumatori e imprenditori, come già accaduto negli Stati Uniti. Sarebbe una valida alternativa al gas russo e, tramite l’uso di contratti a prezzi di mercato, favorirebbe la fine di quelli cosiddetti oil indexed, tanto amati dalla Russia, poco flessibili e con scadenze ventennali. Aumenterebbe così la competitività del mercato del gas europeo, una delle priorità per l’Ue.

La possibilità che lo shale gas possa essere abbondantemente presente in Europa, ventilata soprattutto da Regno Unito e Polonia, potrebbe sostenere la produzione energetica dell’Unione, destinata a diminuire. Una buona opportunità per l’Europa, che potrebbe altrimenti pagare per la sua dipendenza dagli idrocarburi 500 miliardi di euro nel 2030. Dati importanti, che anche l’Italia sta prendendo in considerazione. Se il Paese non dispone di risorse di shale commercialmente interessanti, d’altra parte non è un caso che la Strategia Energetica Nazionale (SEN) del 2013 abbia un forte focus sul gas, né che negli accordi sulla costruzione del rigassificatore da seicento milioni di euro progettato per Porto Empedocle, il GNL statunitense abbia giocato un ruolo importante.

Il problema è che queste previsioni sono tutt’altro che sicure e potrebbero tramutarsi in una grossa bolla speculativa.

Prima di tutto, replicare lo sfruttamento delle risorse come negli Stati Uniti è difficile, se non impossibile, in altre parti del mondo. Questo non è solo dovuto alla particolare ricchezza del Marcellus e del Barnett, difficile da trovare altrove almeno secondo le recenti opinioni del British Geological Survey. Il fracking richiede infatti notevoli risorse idriche, che molti paesi potrebbero non avere, e vaste aree per l’estrazione, più abbondanti nelle pianure disabitate dell’Ohio che nella periferia sovraffollata di Manchester. Nonostante i tentativi del governo inglese, l’esproprio dei terreni  per l’estrazione potrebbe diventare scomodo e costoso. Pochi sono infine i paesi che possono vantare infrastrutture e un mercato ben costruito come quello statunitense.

L’impatto ambientale del fracking è poi particolarmente forte, e su questo l’Europa difficilmente potrebbe chiudere un occhio come gli Stati Uniti. Come già mostrato dalla Commissione Europea in un report sull’argomento, le possibilità di inquinamento delle falde acquifere, di piccoli terremoti dovuti all’iniezione di acqua e agenti chimici e l’impatto massiccio sul territorio hanno un costo ambientale significativo. La stessa riduzione delle emissioni potrebbe essere più che compensata dalle eventuali perdite di metano incombusto, particolarmente pericoloso per il cambiamento climatico. Lo shale gas, tutt’altro che amico dell’ambiente, rimane comunque un combustibile fossile ad alto impatto, i cui costi ambientali potrebbero renderlo decisamente poco conveniente.

La stessa shale revolution statunitense potrebbe avere un moderato effetto sull’Europa e sull’Italia. Le strutture per il trasporto del gas via mare sono molto costose e hanno bisogno di tempo per essere costruite. Il gas deve essere infattti liquefatto, trasportato su navi costruite esclusivamente per questo scopo e rigassificato a destinazione. Infrastrutture imponenti, che non tutti i Paesi potrebbero voler pagare di fronte a una fonte dai benefici ancora incerti.

Il più grosso problema della shale revolution è infatti la variabilità e la poca sicurezza delle previsioni. La produzione di petrolio da shale, ad esempio, potrebbe variare negli Stati Uniti da 4 e mezzo a 9 milioni al giorno nel 2020. La maggior parte di queste stime si riferiscono a Paesi dove, nella maggior parte dei casi, non esiste ancora uno sfruttamento commerciale delle risorse di shale, e dove spesso non è stato nemmeno perforato un pozzo. Le stesse rivoluzionarie previsioni della EIA non hanno trovato ancora una conferma da altre fonti e rimangono l’unico punto di riferimento.

Nonostante le rosee previsioni e l’impegno da entrambe le parti, nemmeno una goccia di shale gas è arrivata dagli Stati Uniti in Europa: quale effetto possa avere sul mercato, sull’industria e sulle relazioni geopolitiche con altri fornitori è ancora tutta speculazione. Che poi ci sia abbastanza shale gas in Europa da avere un impatto significativo sul consumo di energia dell’Unione è tutt’altro che certo. Tutto questo a fronte di investimenti significativi, che facilmente si possono tramutare in costi per i governi, la popolazione e le compagnie. La BP, ad esempio, è recentemente uscita dallo sfruttamento delle risorse shale di Utica, sempre in Ohio, ammettendo una perdita di oltre cinquecento milioni di dollari.

Rendersi conto di trovarsi nel mezzo di una rivoluzione non è mai semplice, e nel caso dell’energia il dubbio è ancora più forte. Se le tesi della EIA fossero confermate, gli Stati Uniti, storicamente affamati di energia, potrebbero diventare un esportatore netto, e il blocco nordamericano un nuovo Medio Oriente. Le risorse cinesi potrebbero essere talmente grandi da oscurare quelle del resto del mondo, rivoluzionando gli equilibri geopolitici dai tempi delle crisi petrolifere. Allo stesso modo, l’estrazione potrebbe rivelarsi più costosa di altre fonti. O l’impatto ambientale così grande da rendere lo shale anti-economico. Quello che molti governi e compagnie petrolifere stanno facendo ora è una pericolosa roulette russa con miliardi in investimenti, che potrebbero pagare, e far pagare, molto cari ai consumatori in caso di fallimento. Una rivoluzione da tenere d’occhio, ma da lontano.

I dieci paesi con le risorse convenzionali di petrolio più grandi al mondo (Fonte: EIA, 2014)
I dieci paesi con le risorse stimate shale oil più grandi al mondo (Fonte: EIA, 2014)

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