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Nonostante il solido mercato del lavoro (la disoccupazione è inferiore al 7 per cento) e i record nelle esportazioni, «la nostra economia soffre infatti di un calo sistematico negli investimenti pubblici e privati», esordisce Fratzscher in questa intervista a “l’Espresso”. Un deficit che sta frenando non solo la crescita della Germania, «ma anche la ripresa negli altri paesi del sud Europa», argomenta l’economista.
Anche l’Azienda Germania è quindi entrata in crisi?
«Sì, all’inizio di quest’anno prevedevamo per il 2014 una crescita del 2 per cento. Ma ora, con un Pil sceso a fine giugno a meno 0,2, arriveremo solo all’1,5».
Il Pil però continua ad aumentare, perché allora parla di “Illusione Germania”: non è troppo pessimista?
«No, l’illusione è proprio quella che l’economia tedesca sia forte. Qui in Germania il governo e i consumatori s’illudono di vivere un miracolo. Ma l’umore dei manager è negativo, e la curva degli investimenti scende da anni».
Da quando Stato e imprese non investono come dovrebbero?
«Nei primi anni Novanta la quota degli investimenti in Germania rappresentava il 23 per cento del Pil. Nel 2000 il rapporto era sceso al 20 per cento e oggi siamo al 17. Un dato che è tra i più bassi in confronto agli altri maggiori Paesi industriali. Ogni anno nelle infrastrutture registriamo un deficit d’investimenti pari a 10 miliardi, cioè lo 0,3 per cento del Pil. Purtroppo, però, il governo Merkel continua a stanziare troppo poco per colmarlo. E così strade ponti e ferrovie in molte zone sono a pezzi.».
Dove porterebbe la cancelliera Merkel per convincerla a spendere di più?
«A dare un’occhiata al ponte sul Reno, a Leverkusen, spesso bloccato al transito nei pressi della fabbrica della Bayer. E pensare che quello è il cuore industriale della Germania attuale!».
Tutta colpa delle politiche di austerità?
«Sì, oggi lo Stato tedesco investe nel settore pubblico l’1,5 per cento del Pil, al di sotto della media Ue del 2,5 per cento».
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Però il governo Merkel ha deciso di destinare alle infrastrutture altri 5 miliardi entromil 2015.
«È troppo poco. Dobbiano recuperare il ritardo accumulato in due decenni scarsi investimenti. Servirebbero 10 miliardi l’anno e non il miliardo promesso da Berlino».
Anche le aziende tedesche investono meno in patria?
«Le imprese che hanno fatto grande l’export tedesco stanno cambiando pelle: investono sempre più all’estero e sempre meno in Germania. Le 30 maggiori società quotate alla Borsa di Francoforte hanno creato l’anno scorso 37 mila posti di lavoro all’estero, ma solo 6.700 in Germania. Essere così sbilanciati verso l’estero ha creato un dilemma».
Quale?
«Le imprese tedesche sono attori globali. Le esportazioni, su cui si basa la nostra economia, oggi fanno il 40 per cento del Pil. Ma ciò spinge le aziende ad investire all’estero, e questo meccanismo indebolisce il sistema-Germania».
Perché l’economia tedesca viene definita duale?
«L’Agenda 2010 del governo Schröder ha reso più flessibile il mercato del lavoro tanto che, da cinque milioni di disoccupati nel 2005, ora siamo a tre. Al contempo, però, nel settore dei servizi sono aumentati i lavori sottopagati e i precari, passati da 1,3 milioni nel 1996 agli attuali 2,7 milioni».
Nel libro lei identifica altri lati negativi...
«Puntiamo poco sulla scuola. Gli investimenti in cultura sono pari al 5,4 per cento del Pil, contro una media del 6,3 nei paesi Ocse. Le carenze si concentrano nelle elementari e negli asili nido».
Quanto inciderà la crisi in Ucraina e Russia sul made in Germany?
«La crisi in Russia è già ora un forte freno per la nostra produzione, ma bisogna ricordare che il 60 per cento delle nostre esportazioni è diretto verso i Paesi Ue. E qui nasce un altro dei miti sbagliati tanto diffusi in Germania, quello del rapporto con l’Europa».
Quello che descrive la Ue come un vampiro e Berlino come la sua vittima preferita?
«Esatto. Contrariaramente alle fandonie di nazionalisti e demagoghi anti-euro, non sono solo i Paesi del sud a dover ringraziare la Germania per il suo ruolo guida nell’economia europea. La Germania non può crescere se l’Italia, la Spagna e il resto d’Europa restano insabbiati nella crisi».
Il suo consiglio alla cancelliera Merkel?
«Coprire il buco da 80 miliardi, equivalenti al 3 per cento del Pil, che ogni anno si apre in Germania tra investimenti pubblici e privati. Siamo i campioni mondiali nei risparmi e ci illudiamo che questa sia la migliore forma di economia. Risparmiamo molto, certo, ma investiamo poco e male. Teniamo grandi risorse immobilizzate in banca ma solo il 14 per cento di noi possiede azioni, e solo il 38 per cento una casa».
Per Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, i salari troppo bassi in Germania sono la causa dell’attuale crisi in Europa. Ha ragione?
«No, le imprese dell’automotive e della chimica pagano salari e premi tra i più alti al mondo».
Ma anche la Bundesbank è ora a favore di salari più alti.
«Conosco il presidente Jens Weidmann, una persona integra, in cui è ben riposta la fiducia dei tedeschi. Se lui è a favore di aumenti salariali, vuol dire che in Germania la deflazione è già realtà».
Come giudica invece il vangelo dell’austerità predicato dalla Merkel?
«Due decenni di investimenti troppo bassi hanno finito per deteriorare la struttura del Paese e la competività delle imprese. Condivido l’esigenza di Renzi e Hollande di trovare nuove strategie per aumentare l’occupazione in Europa. Da sole, infatti, le politiche del risparmio non bastano a generare crescita: questa può venire solo da più investimenti nel settore pubblico e privato».
Le riforme realizzate dal governo Merkel sono quelle del minimo salariale e della pensione a 63 anni. È la ricetta giusta per la crescita?
«Oggi non si tratta tanto di stimolare i consumi, quanto di porre Stato e imprese in condizioni di investire di più. E di far capire ai tedeschi che Bce e istituzioni europee non sono lì per spillare i loro risparmi. La realtà è un’altra».
Quale?
«La realtà, ha calcolato la Bundesbank, è che dal 2007 a oggi i bassi tassi di interesse sul debito pubblico hanno consentito allo Stato tedesco di risparmiare 120 miliardi di euro. È vero che la Germania ha investito molto nei fondi Salva-Stato, ma ha approfittato anche della stabilità dell’euro. Un’Italia fuori dall’euro sarebbe per il vostro paese una catastrofe per i prossimi 10 anni. Ma il conseguente crollo della moneta comune diventerebbe una catastrofe per le imprese tedesche. E getterebbe l’Europa in una profonda depressione».