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Matteo Renzi: cosa ha fatto e cosa no? La pagella sui suoi primi 20 mesi di governo

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Promosso in Lavoro, Giustizia e Immigrazione. ?Bocciato sul Sud, i Diritti civili e le nomine. Rimandato su tasse e lotta all’evasione. Fact-checking sull'operato del presidente del consiglio

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Governo Renzi, venti mesi. Attraversati con la velocità e la leggerezza tipica del premier, tra un tweet e una slide, un tour in cento teatri italiani e l’annuncio del prossimo raduno della stazione Leopolda a Firenze, tradizionale pellegrinaggio dei renziani verso il loro leader, questa volta in versione pre-natalizia, a dicembre. Resta integro il dna originario del renzismo: la spinta, l’energia, la necessità di rimettere in moto il paese, di far correre l’Italia. Un’iniezione di fiducia che ha come motore l’ottimismo di Renzi e come strumento l’inclinazione alla promessa.

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Nel 2014 furono gli 80 euro, il Jobs Act e il mercato su eBay delle auto blu (lasciato cadere nel dimenticatoio). Nel 2015 il massiccio piano di riduzione fiscale, a partire dal taglio delle tasse sulla casa, la chiave di volta della legge di Stabilità appena arrivata a Bruxelles e in Parlamento, più tanti altri annunci: uno al giorno, per tutte le classi sociali. Con il rischio della dispersione: «All’inizio del terzo anno di governo», ha scritto Giuseppe de Rita (“Corriere della Sera”, 28 ottobre), Renzi è chiamato a «amplificare il “consenso d’opinione”, magari creando una bolla di durata almeno biennale. È questo l’orientamento politico dell’autunno: centinaia di differenti provvedimenti, tenuti insieme solo dal filo rosso della volontà di coinvolgere quanta più gente possibile». Il collante resta Renzi. Promosso con riserva in economia, bocciato sui diritti. E competitivo sul potere.

Di seguito tre voci della pagella sull'operato di Matteo Renzi. Il dossier integrale in edicola da venerdì 30 ototbre e online su Espresso+

GIUDIZIO POSITIVO
[[ge:espresso:plus:articoli:1.236424:image:https://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.236424.1446045055!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/articolo_480/image.jpg]]LAVORO
RIFORME ISTITUZIONALI
GIUSTIZIA E LOTTA ALLA CORRUZIONE
SCUOLA
IMMIGRAZIONE


SI PUO' FARE DI PIU'
[[ge:espresso:plus:articoli:1.236423:image:https://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.236423.1446045045!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/articolo_480/image.jpg]]CRESCITA E EUROPA
FISCO
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
TRASPARENZA DEL POTERE
MEDITERRANEO


GIUDIZIO NEGATIVO
[[ge:espresso:plus:articoli:1.236425:image:https://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.236425.1446045069!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/articolo_480/image.jpg]]SPENDING REVIEW
DIRITTI
SUD
RAI E NOMINE



RIFORME ISTITUZIONALI
“Via i senatori, un miliardo di tagli ?alla politica, a dieta le Regioni, legge elettorale anti larghe intese. ?Se si chiude, Italia #cambiaverso” Tweet, 15 gennaio 2014

[[ge:espresso:plus:articoli:1.236424:image:https://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.236424.1446045055!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/articolo_480/image.jpg]]Con le buone o con le cattive (la fiducia alla Camera sulla legge elettorale, le riforme votate a colpi di maggioranza) Renzi è riuscito nella mission impossible di costringere i senatori ad autosciogliersi: dopo due letture dell’aula di Palazzo Madama sulla riforma della Costituzione che chiude con il bicameralismo perfetto non si può tornare indietro. Via i senatori elettivi, pari ai colleghi deputati, al loro posto arriva un’assemblea di senatori-consiglieri regionali dai compiti vaghi.

Via le province, il Cnel, e anche le regioni potrebbero finire nel mirino del governo, con una riduzione di numero e un accorpamento, come prevede un ordine del giorno della maggioranza al Senato. La nuova legge elettorale, l’Italicum, è già stata votata, anche se entrerà in vigore nel luglio 2016. Tutto fatto, dunque? Il percorso è ancora lungo. Per approvare la riforma della Costituzione serve un referendum con-fermativo, per Renzi l’ostacolo non è un trasversale comitato del no Grillo-Salvini-Berlusconi-Vendola, ma l’astensionismo. E sulla legge elettorale pesano i ricorsi presentati dai comitati che già ottenero dalla Consulta la fine del Porcellum per incostituzionalità. Più ancora, le preoccupazioni di chi teme che il ballottaggio di lista previsto dalla nuova legge (nel caso che il primo partito non superi al primo turno il 40 per cento dei voti) porti con sé come dono avvelenato una sfida Pd-Movimento 5 Stelle, inedita e rischiosa per Renzi.

Do you remember eterogenesi dei fini?, è sembrato chiedere al premier il vecchio saggio e tessitore di tante mosse, l’ex presidente Giorgio Napolitano, che ha pubblicamente chiesto un ripensamento. Ma se al posto del ballottaggio di lista dovesse tornare la possibilità di chiedere il voto per una coalizione il prezzo per Renzi sarebbe alto. Dovrebbe abbandonare l’obiettivo di governare da solo, il sogno di diventare un giovane De Gaulle all’italiana, con l’introduzione di un presidenzialismo di fatto, o accontentarsi di tornare alle vecchie coalizioni: con Alfano, con Verdini, con Berlusconi, o con tutti loro messi insieme. Una piccola intesa, quasi un pentapartito.

TRASPARENZA DEL POTERE
“Il Freedom of information act è uno dei grandi impegni presi con le primarie e avrà un decreto legislativo di attuazione nelle prossime settimane” Intervento al Forum della Pubblica amministrazione, 5 agosto 2015

[[ge:espresso:plus:articoli:1.236423:image:https://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.236423.1446045045!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/articolo_480/image.jpg]]È stata la madre di tutte le promesse renziane, l’introduzione in Italia del Freedom information act, l’istituto di massima trasparenza della pubblica amministrazione, il diritto di ogni cittadino di accedere a dati e informazioni in possesso di un soggetto pubblico. Renzi ne parlò a Verona il 13 settembre 2012, quando si candidò per la prima volta alle primarie per la candidatura a premier contro Pier Luigi Bersani, oggi la promessa è contenuta nella riforma Madia sulla pubblica amministrazione, all’articolo 7 in cui si parla di «diritto di accesso, anche per via telematica, di chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti, ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni», con relativo decreto di attuazione in arrivo.

Nell’attesa un certo grado di opacità è calato sulle spese di Palazzo Chigi e del premier. Per la presidenza del Consiglio nel primo anno di governo Renzi lo Stato ha speso 3 miliardi e 683 milioni, 139,5 più del governo Letta, con un aumento delle risorse destinate all’acquisto di beni e servizi. E non si sa ancora quanto costerà l’acquisto e la manutenzione del nuovo aereo di Stato, l’A340 che avrebbe dovuto debuttare in occasione della visita del premier in Sud America e a Cuba prima di essere costretto al rinvio. Con i giornalisti che seguono Palazzo Chigi orari, spostamenti, cambiamenti di programma sono segnalati all’ultimo minuto. Le conferenze stampa si sono ridotte al minimo. Per l’informazione quotidiana basta l’sms che il portavoce Filippo Sensi manda ogni giorni ai cronisti che raccontano Renzi. Poco, per la trasparenza del potere.

SUD
«Prima della legge di stabilità, vorrei che il Pd uscisse con un vero e proprio masterplan per il Sud, con una serie di proposte concrete». Direzione Pd, 7 agosto 2015

[[ge:espresso:plus:articoli:1.236425:image:https://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.236425.1446045069!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/articolo_480/image.jpg]]Era stata convocata per met settembre la riunione del Pd per il piano sul Sud. Invece il giorno dell’inaugurazione a Bari della fiera del Levante, il premier è volato a New York per assistere alla finale degli Us Open Pennetta-Vinci. L’annunciata svolta non si è mai vista.

Con la presentazione della legge di Stabilità è arrivata poi la delusione più cocente. Per settimane si è parlato di misure speciali: credito di imposta per le aziende meridionali, riduzione delle tasse alle imprese del Sud, decontribuzione per i nuovi assunti nelle regioni del Sud. Invece, solo provvedimenti ad hoc: l’Ilva di Taranto, la bonifica della terra dei fuochi in Campania (450 milioni), il completamento della Salerno-Reggio Calabria, un evergreen dei governi di ogni colore. Il Pil del Sud vede una timida luce, ma il masterplan? Sarà per un’altra volta.

Il dossier integrale sull'Espresso in edicola da venerdì 30 ottobre e già online su Espresso+

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