Where are you? Dove sei? È il pensiero semplice, quotidiano, di due amici che si cercano con gli sguardi nel momento di un incontro. Oppure il sentimento intenso, intimo, carico di apprensione che una madre, un padre rivolgono al figlio, alla figlia in viaggio per la prima volta.
Ma accanto alla foto simbolo di Massimo Sestini, il grande fotografo che lavora con "l'Espresso" e che con questa immagine ha conquistato il "World press photo 2015", è molto di più. La domanda con cui Massimo sta cercando i passeggeri del barcone, fotografato il 7 giugno 2014 a 20 miglia dalla costa libica, è un filo legato a centinaia di storie. Tante quanti i volti africani e mediorientali di uomini e donne. Tante quante le braccia e le mani protese al cielo o strette intorno ai loro bimbi.
L'appello lanciato dal sito "massimosestini.it" è rivolto alle persone soccorse quel giorno: «Se ti riconosci o vedi qualcuno che conosci su questa barca, per favore contattaci. Vorremmo sentire la tua storia e sapere cosa è successo dopo il salvataggio». La fotografia è esposta a Roma tra le immagini della mostra al Vittoriano sui sessant'anni del nostro settimanale. Appare così, nei suoi colori, nel suo dramma, ma anche nell'ottimismo immortalato nel sorriso di alcuni bambini che guardano con il naso all'insù.
Davanti a questo scatto zenitale, non tutti abbiamo la stessa reazione. Qualcuno si lascerà andare ai soliti commenti spietati che auspicano più fili spinati, più manganelli e magari anche qualche cannonata al di là del mare.
Prima di scatenare il vostro livore, però, provate a ingrandire la foto e a guardare i volti. Uno per uno. Alcune anziane velate ricordano molte italiane del Friuli, della Sardegna, della Calabria che cinquant'anni fa vestivano ancora così e che a migliaia si sono imbarcate verso l'America.
Le più giovani sotto l'hijab grigio sembrano suore, come ne vedremo presto a centinaia ogni giorno a Roma nei mesi del Giubileo. Guardateli tutti in faccia, negli occhi. L'inquadratura di Massimo Sestini ce ne offre la possibilità. Poi rispondetevi: sareste disposti a lasciarli morire? Morire abbandonati in mezzo al mare, o a metà del deserto in Libia, o sotto le bombe in Siria, o di gastroenterite e malaria in una periferia africana. Sareste disposti a tagliare quel filo invisibile che sembra trattenere le loro vite dall'affondare nel mare rigido come cartone? Davvero, li lascereste morire?
L'obiezione secondo cui l'Italia e l'Europa non possono farsi carico di tutte le guerre, di tutte le povertà del mondo è comprensibile. Ma allora avete mai indirizzato il vostro ragionamento, il vostro disappunto, la vostra rabbia contro le cause che stanno alla radice della fuga di milioni di uomini e donne?
Le guerre sono difficili da fermare, è vero. Ma i dittatori come Gheddafi, come Assad hanno il difetto prima o poi di cascare o trasformarsi in assassini: quando il regime libico riprendeva i profughi dall'Italia e li mandava a morire nel deserto, vi siete mai arrabbiati? E poi non ci sono soltanto le guerre. Compriamo elettricità dalla Francia, mentre le società francesi fanno shopping in Italia, contando su plusvalenze dovute anche al basso costo dell'energia al di là delle Alpi: sapete perché? Perché la Francia produce il 30 per cento della sua elettricità grazie all'uranio del Niger. Ma lascia che il Niger resti la prima o seconda nazione più povera al mondo. Non è che quell'uranio non sia pagato abbastanza?
E noi italiani? In passato abbiamo sostenuto il dittatore Mohammed Siad Barre e la Somalia si avviata verso il caos permanente. Ora sosteniamo Isaias Afewerki, presidente provvisorio, diciamo così, dell'Eritrea dal 1993. Sarà forse un caso che migliaia di profughi africani continuino ad arrivare proprio da Somalia ed Eritrea? O che i trafficanti tuareg abbiano trasformato il Nord del Niger in uno snodo di transito verso i barconi in Libia e in una base per la nuova alleanza terroristica tra Stato islamico e Boko Haram?
Prima di prendersela con i passeggeri dei barconi o quanti bussano a piedi alle frontiere dell'Europa dell'Est, sarebbe più razionale e sensato chiedere conto di quanto è stato e non è stato fatto, ai governi che avrebbero ancora il dovere di affrontare le cause del disastro umanitario. Può l'Unione Europea, un Paese di 503 milioni di abitanti e un Pil pro capite di oltre 32 mila dollari all'anno, tollerare i nuovi muri di filo spinato? Può rinunciare a soccorrere famiglie e bambini? Dove ci porterà tutto questo?
Certo, sarebbe sbagliato considerare noi europei come i responsabili di tutti i mali. Ciascuno ha le sue responsabilità storiche nel tenere accesa la tensione intorno al Mediterraneo: ci fanno buona compagnia certi regimi africani, i musulmani arabi attraversati da odi e fazioni, i recenti governi israeliani e anche quei palestinesi che nei loro programmi politici vogliono cancellare Israele. Ma non basta sentirsi in buona compagnia e prendersela con i più deboli. Farlo è da vigliacchi.
L'Europa ha saputo superare due guerre mondiali, il nazismo e il fascismo, tensioni interne e crisi economiche. Ma non ha mai affrontato seriamente le conseguenze del suo colonialismo. Forse perché il colonialismo non è mai morto, si è solo trasformato. Ecco, se questa foto vi scatena bassi istinti, che molti di voi sfogano nei commenti, provate a ragionare sulle cause di tutto questo. E a indirizzare lì il vostro livore. Perché la domanda di Massimo Sestini è ambivalente. Non è rivolta soltanto ai passeggeri di quel grande barcone, ma anche a noi: tu dove sei?