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Se questi sono uomini: ecco come si muore nel Mediterraneo quando naufraga un barcone

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Soli, con la forza della disperazione, lottano per salvarsi dall'affondamento dell'imbarcazione. Ecco foto esclusive della tragedia che si ripete nel Canale di Sicilia. E le voci di chi in Africa rischia la vita per partire

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Mio Dio, mio Dio, mio Dio... Moussa Konaté guarda le foto del naufragio sullo schermo del telefonino. Le ingrandisce e mormora la supplica che rende musulmani e cristiani umanamente uguali davanti alla morte. «Mon Dieu, mon Dieu», mormora in francese. Capisce subito che, tra quei sopravvissuti aggrappati alla vita, mentre la prua del peschereccio stretta tra le loro dita scivola a fondo, ci sono anche ragazzi del Mali come lui. Non ce la fa a non vedersi in quelle immagini: il barcone è colato a picco al largo di Misurata in Libia un mese fa, altre anime annegate sulla rotta per l’Italia, più di milleduecento morti dall’inizio del 2015, oltre tremila nel 2014. Le fotografie che illuminano di lacrime gli occhi neri di Moussa, 24 anni, piombano qui a Boukoki, quartiere di casupole alle porte di Niamey, capitale del Niger, alla fine di una mattina di sole rovente.
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Il villaggio globale è anche questo: mentre si arranca verso l’Europa, si può vedere cosa accade a quelli passati prima di noi. L’incidente in diretta, come nelle gare di auto in tv. Ma è solo un dettaglio che non cambia la corsa. Nessuno si arrende per una manciata di foto spedite dalla Libia: la resa è un lusso che soltanto i ricchi si possono permettere. È proprio quanto gli europei sembrano non capire. Per quei pochi salvati che si vedono in queste foto, in equilibrio sui legni dello scafo e appesi ai ferri dell’albero di prua, ci sono moltitudini di sommersi.
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Ecco, la vita quotidiana di milioni di persone nate al di qua del Mediterraneo annaspa quotidianamente tra i sommersi. Morire a terra o morire in mare, da questo punto di vista, non fa differenza.
Quei corpi nudi appesi allo scafo raccontano la loro ulteriore lotta per la sopravvivenza. Qualcuno più sotto in acqua si è attaccato ai lembi di camicia, ha afferrato i loro pantaloni. A quel punto, bisogna toglierseli. Bisogna lasciarseli sfilare, per non essere tirati giù. Solo chi ha la prontezza per liberarsi dalla presa rimane a galla. Succede spesso nei naufragi. Per ciascuno di quei ragazzi senza nulla addosso, altri ragazzi sono andati a fondo aggrappati a vestiti ormai leggeri come veli.

La stazione degli autobus per Agadez è a pochi minuti a piedi dalle case di Boukoki. Agadez è la leggendaria porta del Sahara, il passaggio obbligato per chi va a cercare lavoro in Algeria o a rischiare la sorte in Libia. Moussa Konaté è arrivato a Niamey domenica 24 maggio. Tante ore di corriera da Bamako, capitale del Mali, fino in Niger. Ha un viso da ragazzino, indossa una maglietta del Paris Saint-Germain che gli ha spedito un cugino nato in Francia. Adesso aspetta che uno zio gli mandi i soldi. Serviranno a comprare il prossimo biglietto, diciannovemila franchi, ventinove euro. Meglio non portarsi denaro in tasca. Banditi armati, ladri, succede di tutto. Torniamo a sederci sui tappeti al terzo piano, sotto il portico ventilato di questa stazione senza pareti. Al sole la temperatura tocca i 50 gradi. All’ombra non è molto meglio: oggi supera i 45, dicono.
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Dormono qui ragazzi del Gambia, Senegal, Mali, Niger. Donne e bambini sono accucciati al piano terra, fa più fresco. Chi riceve i soldi, riparte con il primo autobus. Gli altri rimangono. «La maggior parte, avendo passato una o due notti all’aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti», scriveva Edmondo De Amicis quando gli emigranti in attesa di partire eravamo noi: «La maggior parte eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto gli artigli della miseria. C’eran bene di quei lavoratori avventizi del Vercellese, che con moglie e figliuoli, ammazzandosi a lavorare, non riescono a guadagnare cinquecento lire l’anno; di quei contadini del Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull’altra riva del Po a raccogliere tuberose nere con le quali, bollite nell’acqua, non si sostentano; e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia che per una lira al giorno sudano ore ed ore con la febbre nelle ossa. C’erano anche di quei contadini del Pavese che ipotecano le proprie braccia... riducendosi a una schiavitù affamata e senza speranza, da cui non hanno più altra uscita che la fuga o la morte».

Anche Moussa ha fatto lavori avventizi sulle rive del fiume, il Niger. E alla fine ha dovuto ipotecare le braccia. Per pagarsi l’inizio del viaggio si è indebitato con un commerciante: centomila franchi, 152 euro. «Se non riesco a restituirli? Meglio morire», risponde, «o non tornare più». Racconta che il papà è morto l’anno scorso, la mamma quindici anni fa. Nel 2010 ha lasciato la campagna e raggiunto uno zio in città. Stessa miseria. «Cercherò lavoro in Algeria. Vorrei poi tornare in Mali per sposare Aisha. Mi aspetta a Bamako, ha 18 anni», rivela Moussa. E ripensa alle foto del naufragio: «Mio zio mi ha fatto promettere che non andrò in Libia, che non salirò sulle quelle barche. Spero, isch’Allah, che non sia necessario».

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