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La rivincita dei piccoli librai

Forte identità. Competenza. Rapporto coi clienti. Mentre le catene e la grande distribuzione perdono sempre più lettori, le librerie indipendenti guidano l'uscita dalla crisi

Hanno stretto la cinghia. Messo in gioco la fantasia. Ribadito la passione per il mestiere. E oggi, mentre le catene librarie e la grande distribuzione piangono la diaspora dei lettori, le librerie indipendenti tirano un sospiro di sollievo: il peggio è passato.
L’ha certificato Nielsen per l’Associazione italiana editori: nei primi quattro mesi dell’anno le librerie indipendenti sono cresciute del 2,3 per cento per copie vendute e dell’1,9 per cento in valore. Una boccata di ossigeno che, al di là dei bilanci finali, una cosa ha reso ufficiale: la forza di un modello. Di una formula che, facendo leva più sulla qualità che sui grandi numeri, può vincere su più muscolosi modelli commerciali.
Una ragione di ottimismo, in un universo sensibile a intercettare i cambiamenti. Perché il piccolo libraio è «come uno skipper bravo su una barca», nota Romano Montroni, presidente del Centro per il libro e la lettura e responsabile didattica alla Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri: «L’uno sa cogliere anche il più piccolo vento. Con uno incapace la barca non si muove, anzi diventa pericolosa».

Di capitani bravi è piena la penisola: consanguinei della stessa passione, distribuiti in roccaforti dove i libri sono amati, curati, valorizzati. Spesso eredità di storie familiari in luoghi grondanti fascino.
«La competenza è la parola decisiva: quelli che hanno saputo tenere alta la qualità ormai ce l’hanno fatta», dice Montroni. «La crisi ha fatto chiarezza nei comportamenti dei consumatori e reso evidente che le strategie di marketing delle catene non pagano più. Standardizzate, senza librai veri, hanno finito per soccombere non appena il lettore occasionale ha smesso di comprare. I veri lettori, rimasti fedeli, sono persone che chiedono atmosfera piacevole e professionalità forti. Chi pensa che chiunque possa fare questo mestiere sbaglia».
Librerie
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25/6/2015

Identità. Competenza. Rapporto coi clienti. La morìa di librerie ha fatto emergere le carte per sopravvivere. «Sono stati anni duri. Ma dalla fine del 2014 abbiamo registrato un segno più. Nei primi mesi di quest’anno il fatturato è cresciuto del 13 per cento», racconta Lorenza Manfrotto, che con le sorelle Lavinia e Veronica è proprietaria, a Bassano del Grappa, di Palazzo Roberti. «Abbiamo reagito alle difficoltà puntando sulle relazioni, sulla condivisione, lanciando il tè con i libri, laboratori per bambini. E affrontando tutto con cura: mazzi di rose a cornice degli appuntamenti, torte e biscotti fatti in casa. Alla città abbiamo proposto il ritorno a fare comunità, in un luogo dove essere trattati con cortesia da professionisti: siamo tredici persone, tutte specializzate. Oggi respiriamo il cambiamento».

E non è un fenomeno solo italiano. Proprio in quell’America dove l’ebook avrebbe dovuto cancellare il libro di carta (il libro elettronico è invece fermo al 24 per cento del mercato trade) e Amazon cannibalizzare le librerie, le indipendenti sono cresciute in questi anni del 20 per cento. L’inversione di tendenza è chiara: i cambiamenti nei comportamenti di acquisto aiutano le piccole librerie. «Le persone stanno tornando nei negozi locali, dove scoprire libri ai quali non sapevano di essere interessate», notano gli analisti della società di revisione e consulenza Deloitte. Le scoperte nascono frugando tra gli scaffali. O grazie a consigli sapienti.

«Perché un libraio è un algoritmo vivente», dice Alberto Galla, libraio di Vicenza, presidente dell’Associazione librai italiani, con riferimento ai suggerimenti che Amazon propone per affinità agli acquisti: «Le librerie hanno lasciato sul campo molti morti, ma chi è riuscito a mantenere fede alla sua identità, e a tenere duro, può guardare con più ottimismo al futuro. Le catene sono in crisi per la difficoltà di trasferire un mestiere artigianale in forma standardizzata. Quel modello è più esposto alla concorrenza dell’online, che continua a crescere. Le indipendenti godono di un contatto umano che fa la differenza».

Se negli Stati Uniti è fallita la catena Borders, e Barnes & Noble ha programmato la chiusura di un terzo dei suoi punti vendita, la crisi si va accentuando anche in Italia, da Feltrinelli a Mondadori, alle catene più piccole: -3,9 per cento in copie e -3,7 per cento in valore, nei primi mesi del 2015, secondo Nielsen-Aie. Per la grande distribuzione è crollo: -14,8 per cento in copie e -12,2 per cento in valore.
Non a caso, è su format ispirati alle indipendenti che si punta con le nuove aperture, come per il Mondadori Megastore inaugurato a Milano, in via San Pietro all’Orto: “Esperienza di acquisto, valorizzazione del prodotto, comfort” sono le parole per descriverlo. E Giunti al Punto ha siglato un accordo con Amazon per una relazione più stretta tra negozio fisico e online. «Le sfide sono molte: come far passare l’ebook dalle librerie; come affrontare i megastore», aggiunge Galla. Tolino, progetto di Deutsche Telekom approdato in Italia con Ibs con l’ambizione di diventare piattaforma per le librerie indipendenti, è un e-reader basato su un patto tra libro di carta e ebook: si arricchisce comprando on line ma si vende in libreria. Perché una cosa è certa: il libraio, oggi, compie vera promozione della lettura. Fondamentale con l’indice di lettura fermo al 41,4 per cento e due milioni e mezzo di lettori persi in quattro anni.
«Serve però più attenzione da parte delle istituzioni, riconoscendo che la libreria ha un valore sociale», conclude Galla. Il Presidente della Repubblica Mattarella l’ha detto alla Fiera di Torino: «Va restituito valore e dignità sociale alle librerie storiche che nelle nostre città sono presìdi insostituibili del pluralismo culturale, e dunque degli stessi valori democratici».

«Si parla di librerie solo quando chiudono. Ma perché non si riconosce il loro ruolo sociale?», ribadisce Rocco Pinto, libraio torinese de “Il ponte sulla Dora”. «La gente fa fatica a entrare da noi? Io faccio come nell’Ottocento, quando i librai andavano nei luoghi di passaggio, davanti alle chiese e nei mercati». Bancarelle nelle palestre, collaborazioni con le scuole, iniziative come “Portici di carta” e “Torino che legge”. «Tanta fatica, ma l’obiettivo ci ripaga: attrarre al gusto della lettura». “A” come accoglienza è la prima lettera nell’alfabeto della libreria, concorda Claudia Tarolo, editrice di Marcos y Marcos, nella prefazione a “La voce dei libri II”, storie di libraie coraggiose raccolte da Matteo Eremo. «“B” come bellezza. “C” come coraggio. Ma anche come conti, e bisogna farli tornare». «Chi investe nei libri investe anche nei sogni, e i sogni a volte hanno un prezzo», scandisce Ornella (Tarantola), la libraia protagonista del romanzo di Luca Bianchini “Dimmi che credi al destino” (Mondadori): il suo Italian Bookshop a Londra, costretto a traslocare da Cecil Court a Warwick Street, è un esempio di resistenza appassionata.

Tutta colpa dell’amore per i libri. Ma chi sceglie il mestiere sa che c’è molto da imparare. L’Italia ha due delle più prestigiose scuole per librai: la Scuola librai italiani di Orvieto-Roma e la Mauri a Venezia-Milano, che ha appena lanciato on line il database delle librerie: 2000 luoghi censiti, destinati a crescere, e a luglio una App.

«Le scuole sono utili, mostrano tutte le attività della libreria», dice Enza Campino, famiglia di librai dal 1967, sette fratelli nell’editoria, e due librerie, una a Formia e una a Orvieto. Storicamente indipendenti, finché non sono arrivati «i soliti problemi: la crisi, gli investimenti impegnativi». Le loro librerie sono diventate Mondadori, l’orgoglio non è venuto meno: «È il libraio che imprime l’anima a un luogo. Il problema è che le persone hanno sempre meno la capacità di leggere testi complessi. E qui entra in gioco la nostra professione». «Siamo una libreria di catena con animo indipendente. L’esperienza ci ha aiutato a superare i momenti più duri», le fa eco il fratello Riccardo: «Certo, serve sostegno politico. Perché chi fa questo lavoro ha l’ambizione di non essere solo un commerciante, ma di offrire un servizio a una comunità. Se il confronto con Amazon è solo sul prezzo, perderemo. Ma il ruolo svolto dalle librerie fisiche è inconfrontabile». #altrocheamazon è il provocatorio hashtag lanciato dalla libreria All’Arco di Reggio Emilia per sottolineare la differenza: consulenza, competenza, condivisione.

Lo sa bene Amedeo Bruccoleri di Capalunga, Agrigento: lunga esperienza nell’editoria, poi la scelta romantica di lasciare la Capitale per una libreria nella città d’origine. Per dieci anni Capalunga è stata un sogno realizzato: polo di riferimento per un pubblico in cerca di qualità. «Non ho mai puntato sui bestseller, è stato un lavoro di grande soddisfazione: ma le difficoltà, qui, sono diventate troppe: non solo Amazon, ora anche la concorrenza di una libreria di catena. Trasferisco Capalunga in Abruzzo, a Lanciano: ma la missione non cambia, sarò sempre un libraio fiero della mia indipendenza».
L’orgoglio esce allo scoperto. E inonda le piazze, le strade: è partita da Tarvisio, Udine, la seconda edizione di una staffetta lanciata da Letteratura Rinnovabile: “Il giro d’Italia in 80 librerie”, lungo la costa adriatica fino a Bari (giro80.com). E se fanno più notizia le librerie che chiudono, c’è anche chi coglie la sfida di rilanciarle: a Roma ha riaperto la Arion al Parlamento, metà libreria e metà galleria. È stato un colpo di fulmine per Salvatore Suriano la scelta di rilevare una piccola libreria specializzata in libri per viaggiare, L’Argonauta, in via Reggio Emilia, ambiente old style, legno e pianoforte. Decisiva l’alleanza con una casa editrice indipendente, Albeggi Edizioni fondata da Ilaria Catastini, specializzata in geopolitica e narrativa di viaggio. «Fatica e dedizione sono state le parole d’ordine: quest’anno i risultati sono migliori». E tra eventi e partnership con il Festival del libro di viaggio, la libreria è un punto di riferimento per chi viaggia.

Perché la specializzazione, in epoca di mercato frammentato in nicchie, premia. «Occuparci solo di ragazzi ci ha fatto attraversare indenni i momenti difficili», conferma Alice Bigli da Rimini. Nel “Giardino dei ciliegi” vanno in scena gare di lettura, incontri, corsi per gli insegnanti. E Mare di libri, il Festival dei ragazzi che leggono.
«Ho scelto di fare la libraia sulla scia dell’incontro con Antonio Faeti: mi sono laureata con lui in Letteratura per l’infanzia», racconta Bigli. «Se la libreria va bene è perché può contare sulla forte preparazione di noi quattro che la gestiamo». Come negli altri nodi di questa rete di librerie, dalle cornici suggestive di Acqua Alta a Venezia a Modus Vivendi a Palermo, fieri di essere indipendenti anche su Twitter. E i ragazzi rispondono confermando che il vento è cambiato: intervistati dalla scrittrice Teresa Ciabatti al Festival di Rimini, hanno spedito in vetta ai mestieri dei sogni una delle professioni più in difficoltà di questi anni: «Da grande? Farò il libraio».

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