Che cos'è il genio, si chiedeva Sant'Agostino. La Bodleian Library dell’Università di Oxford coglie la sfida. E, anziché dare una definizione, allinea un’antologia di capolavori della cultura universale: testimonianze di genialità. E involontarie risposte sulla natura del genio.
C’è una mostra preziosa in corso. Si intitola “Marks of Genius”; è visitabile fino al 20 settembre nella città universitaria inglese. E c’è da augurarsi che prosegua il suo viaggio in altre città del mondo. La ospita la Weston Library di Oxford, come è appena stata ribattezzata la New Bodleian, riprendendo il nome della Garfield Weston Foundation che ha sostenuto, con 25 milioni di sterline, il rifacimento della biblioteca. Riaperto a marzo di quest’anno, l’edificio è anche la sede più naturale dell’esposizione: non solo perché i pezzi provengono tutti da quella biblioteca che dal 1602 riunisce collezioni bibliografiche prestigiose ed è tuttora “copyright library”, con una copia di ogni pubblicazione stampata in Gran Bretagna. Ma perché un atto di genio fu la sua stessa fondazione, voluta da quel Sir Thomas Bodley, diplomatico e umanista, che consegnò alla città, e all’Europa intera, la prima biblioteca pubblica.
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Manoscritti e prime stampe, mappe e cartoline, spartiti musicali, testi sacri dell’ebraismo, del cristianesimo, dell’islamismo. Bestiari: per i bibliofili, una raccolta commovente che vale il pellegrinaggio. Per tutti una rara occasione di vedere riunite le espressioni più significative della genialità umana: opere di scrittori, poeti, scienziati, filosofi, medici, artisti. E se liste e compilation riflettono inevitabilmente il gusto e la conoscenza dei loro estensori, privilegiando spesso la cultura di appartenenza, qui è proprio la diversa provenienza degli oggetti a colpire: l’ingegno dei romani e il loro “genius loci”, il “dáimon” dei greci, il “genius” anglosassone, convivono con le espressioni di creatività e talento di altri popoli, di epoche diverse, di tradizioni lontane. Dai classici della mitografia, come le immagini degli dei di Vincenzo Cartari che, al seguito del cardinale Ippolito d’Este, rappresentò nel Cinquecento per la prima volta le divinità classiche, condizionando gli artisti dei secoli successivi e l’immaginario di tutti, ad affascinanti mappe trecentesche della Terra Santa; dal poema medievale “Roman de la Rose” a una “Divina Commedia” risalente a qualche anno dopo la morte di Dante, con le miniature raffiguranti il poeta che conversa con Beatrice, e aperta sul canto 22 del Paradiso (“O gloriose stelle, o lume pregno di gran virtù, dal quale io riconosco tuttto, qual che si sia, il mio ingegno”); dal “De humani corporis fabrica”, esplorazione del corpo umano datata 1543, di Andreas Vesalius, alla “Magna Carta”, il segno distintivo della libertà inglese. L’uno accanto all’altro, senza l’ossessione della catalogazione.
Anzi, è proprio l’apparente casualità degli accostamenti a provocare un senso di vertigine: come in una sorprendente timeline, si passa da una rara edizione del “Don Chisciotte”, datata1605, al “Codex Mendoza”, manoscritto compilato nel 1500 da scribi aztechi; da una raffinata copia del Corano e miniature della Bhagavadgita, testo sacro dell’induismo; dal “Sidereus Nuncius” di Galileo Galilei, in una edizione pirata proveniente da Francoforte e datata 1610, stesso anno in cui fu pubblicata a Venezia, all’ “Astronomia nova” di Giovanni Keplero. D’interesse scientifico anche “Philosophiae naturalis principia mathematica” di Isaac Newton, una lettera del 1931 di Albert Einstein all’università; la struttura dell’insulina “decriptata” dal Nobel Dorothy Hodgkin nel 1968. E le rappresentazioni della terra: la “Geografia” di Tolomeo; il mondo, con il sud al posto del nord secondo la consuetudine islamica, di Al-Idrisi, cartografo berbero che lavorò per re Ruggero II a Palermo, intorno al 1145.
Centotrenta i pezzi in mostra, e tutti emblematici di rivoluzioni nello stile e nel pensiero: di ipnotica bellezza è “Il Filocolo” di Giovanni Boccaccio, composto nel 1336 e qui in una versione realizzata alla corte di Ludovico III di Gonzaga intorno al 1444. Testi dall’indicibile valore storico e antiquario: da miniature dell’undicesimo secolo, come i “Commenti su Isaia” di San Geronimo, a dieci fogli del Mishneh Torah scritti a mano, nel 1168, in ebraico mishnaico, anziché nell’aramaico talmudico, dal medico e rabbino di Cordoba Mosè Maimonide; da frammenti di un rotolo di papiro, scritto da uno scriba del secondo secolo dopo Cristo, con il primo libro dei “Poemi” di Saffo, alla Bibbia di Gutenberg (in mostra anche la “Geneva Bible”, la raffinata versione presentata a Elisabetta I dallo stampatore Christopher Barker nel 1584). E l’ “Utopia” di Tommaso Moro, volume aperto sul disegno dell’isola; la seconda edizione dell’ “Apocalypse” di Albrecht Dürer del 1511; una “Storia naturale” di Plinio il Vecchio, con le miniature di Gherardo di Giovanni di Miniato, edizione stampata a Venezia da Nicolaus Jenson nel 1476. Segni di una genialità che si esprime nelle forme più diverse: con la disobbedienza civile del Mahatma Gandhi, testimoniata da una lettera all’amico Charles Freer Andrews; nel lirismo libertario di Percy Bysshe Shelley (in mostra disegni e appunti dal soggiorno italiano). Nella musica: dal “Messiah”, oratorio di George Friederic Händel, a due pagine, con scenario notturno, dello “Schilflied”, lied per voce solista e pianoforte di Felix Mendelssohn.
Il resto è una collezione per appassionati seriali: quelli di Franz Kafka non staccheranno gli occhi dalla grafia del suo “Diario” (Praga, maggio-settembre 1912); gli amanti di John Donne si soffermeranno sul tratto minuto e regolare del poeta; le “Janeites”, patite di Jane Austen, si emozioneranno davanti al primo volume di “Juvenilia”, scritti tra i 12 e i 18 anni, e da lei ricopiati; i seguaci de “Il Signore degli Anelli” rimarranno in adorazione davanti al verde e al viola, il bianco e il nero, degli acquerelli usati da J.R.R. Tolkien per illustrare “The Hobbit”. E un brogliaccio di due pagine inchioda Mary Shelley ai suoi ripensamenti mentre scriveva “Frankenstein”. Cancellature che la cultura digitale condanna in partenza all’oblio: la Bodleian Library, però, guarda al futuro proteggendo il passato, grazie a un accordo con Google per la digitalizzazione di molte opere. Concentrati di storia e di conoscenza, come “La Città di Dio”, scritta da Sant’Agostino tra il 413 e il 426 dopo Cristo, e qui nella versione edita da Johannes Vives, filosofo valenciano costretto dall’Inquisizione a lasciare la Spagna. Aperto al capitolo 13 del settimo libro, si legge chiaramente: “quidve sit Genius”, che cos’è Genio? Risponde Varrone, l’erudito pagano che lo influenzò: «È il dio che sovraintende e ha il potere della generazione di tutte le cose». Fino a noi, oggi.