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Cultura
dicembre, 2016

Craig Silverman: "La destra? Sparge odio? e se ne vanta"

Bugie e mezze verità costruite da professionisti. E diffuse da un esercito di simpatizzanti. Così l’estrema destra ?ha conquistato l’informazione on line. E le elezioni Usa. Colloquio con Craig Silverman, direttore di BuzzFeed Canada

Nessuno ha studiato l’ondata di notizie fasulle che ha travolto Hillary Clinton quanto Craig Silverman. Direttore di BuzzFeed Canada e da tempo coinvolto in progetti per la verifica in tempo reale delle informazioni in rete, è la persona adatta a cui rivolgersi per cercare di capire come si fa, in concreto, propaganda politica sfruttando le dinamiche dell’era dei social media e di Donald Trump.

Silverman, quanto sono importanti le notizie false come forma di propaganda?
«Le “fake news” politicamente motivate tendono ad aumentare in prossimità di grossi eventi politici. Io le ho viste moltiplicarsi durante la campagna per le presidenziali Usa, sui candidati e le loro politiche. In Italia si avvicina la data del referendum, e penso che sarà lo stesso».

Chi le produce?
«Le informazioni false online meglio organizzate, coordinate e finanziate vengono ancora dalla propaganda governativa. I governi sono da lungo tempo la principale fonte di propaganda, e credo sia ancora vero, perché vi investono molto denaro e possono diffonderle in vari modi, tramite siti e social network. Una delle cose degne di nota delle elezioni Usa è stata però la quantità di notizie fasulle, specie su Facebook. Mi ha davvero sorpreso, soprattutto per la quantità di interazioni - “engagement” - che hanno generato. Ne ha parlato perfino Obama, perché sta diventando un serio motivo di preoccupazione per molti».
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Ma lo è davvero?
«Uno dei motivi per cui non è semplice dirlo è la mancanza di dati che ci dicano esattamente quante persone sono state raggiunte, e quanto leggere abbia influito sul loro punto di vista. Mancano i dati di Facebook che ci dicano, per esempio, se quando interagiamo con una notizia falsa ci limitiamo a leggerla o invece la facciamo nostra, rendendola parte della nostra visione del mondo. Sono fenomeni difficili da quantificare. Ciò che sappiamo per certo, però, sulla base dei dati che invece ho visto, è che le informazioni false hanno ottenuto una viralità straordinaria su Facebook, specie negli ultimi giorni della campagna elettorale. Prese insieme, sono state più diffuse sul social network di quelle più diffuse dai media tradizionali. Non me lo aspettavo».

Lo sostiene un suo studio su “BuzzFeed”. Ma, come lei stesso ammette, ha dei limiti metodologici. Cos’è che le sue ricerche non possono dirci?
«Non sappiamo che ruolo preciso abbiano giocato le notizie false nell’orientare le decisioni reali di voto degli elettori. Quel rapporto causale, che naturalmente è molto importante, ancora ci sfugge».

Sbaglia dunque chi dice che Trump ha vinto per colpa di Facebook. Certo si è visto di tutto, dalle accuse di hacking per manipolare l’esito elettorale al trolling organizzato; dai dati privati di giornalisti rubati e diffusi in message board razziste a “bot” automatizzati per sabotare conversazioni politiche. Che ci aspetta ancora, in futuro?
«La diversità dei modi in cui è stata diffusa la propaganda è un altro degli elementi di spicco di queste elezioni. A me ha colpito il binomio di decentralizzazione e coordinazione. L’hack subito dal Comitato Nazionale dei Democratici, per esempio è il risultato di uno sforzo coordinato. Ma ho visto svariati siti usare alcune delle mail pubblicate da WikiLeaks come base di articoli che citano, tuttavia, fatti di cui quelle stesse mail non parlano».

Che significa?
«Significa che al danno dovuto alla fuoriuscita di informazioni vere si è aggiunto quello procurato dalla loro manipolazione, per dare vita a nuove narrazioni completamente fasulle. Così si è letto che Hillary Clinton avrebbe “venduto armi all’Isis”, e sarebbero state le mail di WikiLeaks a dimostrarlo. Falso, ma WikiLeaks ha fornito una base d’appoggio fattuale a chiunque volesse aggiungerci uno strato di mito. Del resto, c’erano aspettative enormi, e questo ha forse reso più facile soddisfarle con la fantasia».

Come è stata gestita la propaganda di Trump?
«Non ha creato chissà quale grossa organizzazione, come Hillary. Il suo team era anzi piuttosto ridotto, preferendo fare ricorso al Comitato Nazionale Repubblicano per buona parte degli sforzi per portare le persone al seggio e il porta a porta. Questo ha fatto sì che molti supporter prendessero a cuore la causa di diffondere il messaggio di Trump, e lo facessero da soli. Per questo molti americani qualunque si sono messi a usare memi e twittare giorno e notte, producendo un volume di “retweet” tale da far pensare a dei “bot”, dei profili automatizzati.»

Facendo propri memi e slogan creati su message board razziste, in molti casi. Magari senza nemmeno saperlo.
«Esatto. E questo ha avuto un impatto anche sulla disinformazione, dato che i supporter di Trump si sono sentiti arruolati in un esercito il cui obbligo era, ogni mattina, di cercare nuovi hashtag, nuove notizie nelle mail di WikiLeaks o in rete, per diffondere le idee di Trump; spesso, tuttavia, finendo per diffondere cose false create dagli strateghi dell’“altright”, la destra estrema. Trump, insomma, non ha avuto una squadra numerosa, ma molti simpatizzanti che ne hanno diffuso il verbo al posto suo. E sono stati più efficaci di quanto si aspettasse chiunque, tra i media tradizionali».

Che fare? Può aiutarci la storia della propaganda?
«Confesso di non saperne così tanto. Però credo che in alcuni casi la storia non ci possa essere d’aiuto - e oggi siamo costretti a considerare Internet, il potere di media decentralizzati, quello degli algoritmi. Non vedo una soluzione definitiva. Certo le piattaforme tecnologiche potrebbero fare di più. Per esempio, fornire informazioni più varie, difformi da ciò in cui già crediamo. Si può fare, alcuni ricercatori ci stanno provando. C’è però un pericolo, all’estremo opposto: che le piattaforme decidano davvero di controllare ogni contenuto. Sarebbe terribile: non vogliamo sia Facebook a decidere cosa si può e non si può dire. Del resto il problema, al fondo, non è tecnologico. Il problema sta nella natura umana, nel fatto che adoriamo ciò che conferma la nostra visione del mondo».

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