«Guardate che io voglio vincere le elezioni e diventare sindaco di Roma», ha ripetuto di fronte alle telecamere per l'ennesima volta nella notte il vincitore delle primarie Pd Roberto Giachetti. Ma il volto continuava a tradire il sentimento opposto. Il terrore nello sguardo, un'espressione che ricordava vagamente quella incollata sul viso del soldato Oreste Jacovacci interpretato da Alberto Sordi in "La grande guerra" di Mario Monicelli, eroe suo malgrado, uno che in quell'impresa storica non aveva nessuna voglia di esserci. Ha vinto il candidato riluttante, dunque, perfettamente in sintonia con i tempi che corrono: la stagione in cui i paesi Ue per allontanare l'incubo profughi dalle loro città e regioni sono pronti a sborsare tre miliardi di euro con il regime del turco Erdogan e nessuno, a partire dal governo italiano, ha voglia di infilarsi in un'avventura militare in Libia, con ottime ragioni, per pacifismo ma anche (e soprattutto) per quieto vivere, per non turbare la serenità della propria opinione pubblica.
Come potrebbe fare eccezione Roma, la Capitale d'Italia stremata da anni di mafie, corruzioni, sindaci fallimentari e sindacati predoni, partiti più famelici dei topi che scorrazzano per le sue strade? Ieri è stata, alla Fabrizio De Andrè, una giornata incerta di nuvole e sole, di caldo già primaverile e di grandine rabbiosa, solo nei gazebo del Pd il microclima è rimasto stabile. Gazebo semi-vuoti dal mattino alla sera, in centro e in periferia.
Se esitano i candidati, figuriamoci gli elettori che hanno detto no, grazie. Fanno bene i dirigenti del Pd a esaltare chi in ogni caso ha avuto la voglia, il coraggio, la testardaggine di andare a votare e i militanti e i volontari che hanno tenuto aperti i seggi come barchette nella tempesta. Anche se forse dovrebbero essere più prudenti nell'esaltazione del giorno dopo. «Questa volta sono voti veri, nel 2013 c'erano le truppe cammellate dei capibastone poi arrestati», ha detto il presidente del Pd Matteo Orfini, commissario del Pd romano e leader della corrente dei giovani turchi che hanno vinto anche a Napoli con Valeria Valente.
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Affermazione rischiosa, all'insegna dei pochi ma buoni, perché significa ammettere che nelle precedenti votazioni, sempre presentate il giorno dopo come trionfo della partecipazione e della democrazia, i risultati furono inquinati. Comprese quelle che elessero Ignazio Marino, centomila votanti contro i cinquantamila di ieri. Comprese le primarie alla fine del 2012 per la scelta dei candidati in Parlamento in cui Orfini si piazzò nelle primissime posizioni. Votarono in 41mila, poco meno di ieri nei dati dichiarati: erano truppe cammellate?
In quel momento Orfini era un nemico di Matteo Renzi, così come la Valente a Napoli. Orfini è stato anche il principale sostenitore della strategia di sostegno al vecchio sindaco Marino e poi il principale sostenitore della necessità di rovesciarlo. Così oggi bisognerebbe essere prudenti a giurare che a Roma e a Napoli hanno vinto Renzi e i renziani. Renziano della primissima ora è senza dubbio Giachetti, uno dei pochi deputati romani a dichiararsi tale nel 2012 (e infatti si piazzò nella parte bassa della classifica nelle primarie che scelsero i parlamentari), ma è stato appoggiato da quasi tutti i notabili cittadini che erano ostili al rottamatore e che hanno composto negli anni il profilo del Pd «dannoso e pericoloso» tratteggiato da Fabrizio Barca nel suo rapporto sul partito romano (a proposito, che fine hanno fatto: il rapporto e Barca?). Non più i vecchi raiss alla Bettini, semmai i loro ex assistenti, portaborse, i nuovi capetti che nella tabula rasa di Mafia Capitale hanno visto la grande occasione più che di un rinnovamento di una sostituzione: ora finalmente tocca a noi.
Stesso copione a Napoli, a dispetto delle apparenze (l'età, la distanza quasi antropologica, il profilo più lontano dalla rottamazione), il candidato più renziano era proprio Antonio Bassolino. Renziano nel metodo: la decisione solitaria di candidarsi solo contro tutti, la fame di vittoria. Mentre il nome della Valente è uscito da un faticoso e interminabile caminetto di capicorrente locali. È stato un parricidio collettivo, organizzato dalle seconde e terze file della lunga era Bassolino, terrorizzati di ritrovarsi di nuovo all'ombra del vecchio capo.
A Napoli il favorito resta l'uscente Luigi De Magistris, anche se forse il sindaco si sarebbe augurato uno scontro con Bassolino che lo avrebbe trasformato nell'alfiere del nuovo contro il vecchio. A Roma è uno scenario libico, di signori della guerra inconciliabili tra loro su un territorio devastato, oppure alla spagnola, un mosaico di sigle e di liste impazzite. L'antico centro-sinistra si sta sfaldando, il centro-destra non c'è più, è diviso in tre o quattro fazioni. In mezzo ci sono il candidato civico Alfio Marchini che ha voglia di incunearsi tra i tradizionali blocchi avversari e la candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi, telegenica e competitiva. Entrambi puntano a conquistare il voto più imprevedibile, quello di chi non vota più, di chi non è andato nei gazebo ieri e che forse non andrà a votare neppure alle elezioni.
Tutto da vedere, ora, se Renzi, alla fine, avrà voglia di mettere la faccia sulle elezioni vere nelle due grandi città, la Capitale del Sud e la Capitale d'Italia. Ci sono momenti in cui anche il grande leader preferisce il passo laterale. Il comandante più riluttante sembra lui.