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E ora si è dato un obiettivo: avere, qui a Delhi, qualcosa che assomigli a un letto “decente”. Cioè affittare per qualche rupia un posto con un materasso e una vecchia coperta, fornito dalle bande che gestiscono questo traffico e decidono chi può dormire, dove e come: in una baracca di uno slum, per esempio. Oppure per strada ma in un angolo “sicuro”.
Delhi è una città di 16 milioni di abitanti che negli ultimi anni, grazie al boom economico indiano, sta cambiando volto: più soldi e più automobili (ormai anche troppe) in circolazione, più pulizia nelle strade (la sporcizia è un problema cronico delle città indiane), più opportunità. Ma anche più immigrati dalle campagne, gente che rimane spesso senza lavoro e senza casa. Sono loro le prime vittime del freddo invernale: nel 2015, secondo la polizia di Delhi, sono stati raccolti dalle strade cittadine tremila cadaveri di senzatetto. Sempre l’anno scorso il governo di Delhi ha aperto 218 case-rifugio con una capacità totale di 17 mila posti, ma i senzatetto in città, secondo la polizia, sono circa 125 mila. E il problema non riguarda solo Delhi.
La condizione dei senzatetto è una vergogna nazionale tornata in modo imbarazzante all’attenzione dei media e dell’agiata borghesia indiana il 12 aprile di quest’anno. Quel giorno infatti sua altezza reale britannica il principe William e la sua elegante consorte Kate Middleton, duchessa di Cambridge, giunti in visita a Delhi hanno incontrato un gruppo di bambini di strada e hanno fatto un giro in città con loro. L’incontro e l’inusuale visita ai luoghi dei senzatetto - un colpo di genio dal punto di vista mediatico - sono stati gestiti da un’organizzazione non governativa indiana no-profit, appunto per denunciare la necessità di assistenza ai bambini di strada. Protagonista di quest’evento è stato il Salaam Baalak Trust, una Ong che ha aperto 18 centri di accoglienza a Delhi, non solo per fornire un tetto ai piccoli ma anche per accompagnarli in un percorso educativo, di istruzione e lavoro.
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La questione dei bambini di strada è un dramma nel dramma cui spesso in India, data la carenza di interventi pubblici, cercano di dare una risposta le Ong, e in questo campo il Salaam Baalak Trust è un caso di eccellenza. La storia del Salaam Baalak Trust si incrocia con quella di due donne socialmente impegnate. Fu fondato nel 1988 dalla signora Praveen Nair, madre della regista Mira Nair (nota anche in Italia per il Leone d’Oro vinto al festival del cinema di Venezia con il film Monsoon Wedding).
Il 1988 fu un anno cruciale per le due signore Nair: mentre la madre Praveen apriva il primo centro di questa Ong per 25 ragazzini, la figlia Mira coglieva il suo primo successo internazionale (e la candidatura all’Oscar) con il suo film Salaam Bombay, dedicato appunto alla dura vita dei bambini di strada a Bombay, l’odierna Mumbai. Un tema che il cinema in India ha ripreso più volte, come nel film pluripremiato agli Oscar Slumdog Millionaire (in Italia The Millionaire), storia di un ex bambino di uno slum che dopo una vita di stenti diventa ricco partecipando a un quiz televisivo.
E poiché talvolta la realtà imita il cinema, il caso si ripete oggi: la tv britannica Bbc ha appena invitato a Londra, per partecipare a un talent show, un ragazzo nato e cresciuto in uno slum di Mumbai. Si chiama Vivian Fernandes, in arte Divine, ed è un cantante hip-hop, fattosi notare per le sue canzoni di denuncia sulle condizioni dei senzatetto. Ma la favola di Divine ha un difetto tipico delle favole: riguarda uno su un milione. E le iniziative di qualche Ong o la sensibilità di qualche cineasta, non bastano certo a risolvere il problema.
Nella “shining India” del boom economico si è prodotto un allargamento della forbice sociale fra i nuovi borghesi che hanno in casa computer e tv satellitare, e i derelitti come Ram che ogni mattina si alzano sognando una coperta senza pulci e defecano nelle aiuole cittadine. Il governo nazionale del premier Narendra Modi cerca di correre ai ripari lanciando un programma chiamato “Clean India”: più igiene pubblica nelle città, creazione di latrine in quei villaggi che ne mancano, ristrutturazione o cancellazione degli slum composti da baracche di argilla che si sciolgono quando arrivano i monsoni, fondazione di smart cities tecnologicamente avanzate, eccetera. Modi ha dichiarato in Parlamento che «tutti gli indiani dovranno avere una casa entro il 2022». Obiettivo ambizioso, visto che il 2022 non è lontano.
Secondo Naik Kumuda, economista della Bangalore University, «in India bisognerà costruire almeno 450mila case, per sopperire alle esigenze delle famiglie senzatetto». Una cifra, però, considerata insufficiente da altri osservatori; peraltro nessuno sa con esattezza quanti siano i senzatetto in India perché sono quasi invisibili alle indagini sociologiche, tanto che l’Alta Corte di Delhi è intervenuta per chiedere un censimento esatto di questa parte della popolazione. Alla quale vanno aggiunti gli abitanti degli slum, quasi sempre in condizioni molto precarie. A Delhi una scintilla fuori controllo ha scatenato un incendio fra le baracche di uno slum e ora bisogna trovare una collocazione a 400 famiglie.
A Mumbai migliaia di abitanti degli slum hanno marciato nei quartieri degli affari, bloccando il traffico automobilistico, sia per chiedere migliori condizioni igieniche e servizi sanitari adeguati, sia per protestare contro gli abbattimenti di baracche di alcuni slum per far posto a una nuova circonvallazione cittadina. Le baracche, contrariamente alle promesse del governo locale, non sono state sostituite da moderne abitazioni. Lo slogan dei manifestanti era semplice: «Salvare case, costruire case» («Ghar Bachào, Ghar Banào»).
«Ma il problema non si riduce a questo», dice Abhishek Bharadwaj, fondatore a Mumbai dell’associazione Alternative Realities. «Qui c’è in gioco la dignità delle persone. I senzatetto non sono fannulloni, sono spesso guidatori di risciò, persone che di giorno si ammazzano di fatica per poche rupie e di notte, dormendo in strada, sono vulnerabili. Io li incontro girando la città di notte perché è l’unico momento in cui sono liberi dal lavoro e disponibili a parlare. C’è qualche politico disposto ad ascoltarli?».
Di recente a Delhi c’è stato un caso emblematico. Un gruppo di senzatetto, con l’aiuto di una Ong, ha scritto una lettera alla Commissione nazionale dei Diritti umani per protestare contro lo “sfratto” dato loro dal Consiglio comunale di Delhi: sono stati sloggiati dai loro posti letto sotto le stelle - cioè dai marciapiedi dov’erano soliti dormire, nella centralissima zona di Connaught Place - perché il Consiglio comunale voleva ripulire la zona e abbellirla agli occhi dei turisti. In pratica: sono stati sostituiti da una serie di vasi di fiori.