Countdown, conto alla rovescia. Stiamo già contando i giorni che ci separano dalla prova del fuoco, il referendum costituzionale d’ottobre. Deciderà le nostre sorti con una conta tra favorevoli e contrari, ma la contabilità non è affatto precisa. Rimane ancora incerta la data esatta in cui verrà celebrato il referendum. Ne resta in forse l’esito, ovviamente. E soprattutto s’aprirà un problema di ragioneria costituzionale quando dovremo valutarne le conseguenze di sistema, l’impatto del voto popolare sulla forma di governo che sgoverna gli italiani.
Poniamo che prevalga il no, che la riforma sia bocciata. Sarebbe il funerale della Seconda Repubblica; ma allora significa che torneremmo mani e piedi nella Prima? Poniamo che invece vinca il sì. Qui è più facile: varcheremmo l’uscio della Terza Repubblica. Sicuro? Le Repubbliche si contano enumerando le nuove Costituzioni che s’alternano, non le mezze Costituzioni, non l’avvento d’una nuova Costituzione “materiale”. Così, la Prima Repubblica francese esordì il 21 settembre 1792, quando la Convenzione proclamò l’abolizione della monarchia; e dal 1958 Parigi naviga nei mari della Quinta Repubblica, perché da quelle parti il documento costituzionale è stato scritto e riscritto cinque volte.
Formalismi, calcoli pignoli, a osservarli con un binocolo da Roma; e infatti nel 1993 noi italiani siamo entrati nella Seconda Repubblica senza modificare d’una virgola la Costituzione della Prima. Dice: però quell’anno è cambiata la legge elettorale, sicché il Mattarellum ci ha trasportato nell’era del maggioritario, dopo 45 anni di proporzionale. Giusto? No, sbagliato. Se dovessimo contare le Repubbliche mettendo in fila le leggi elettorali, dopo il Mattarellum, il Porcellum e l’Italicum saremmo già alla Quarta. Ri-dice: tuttavia il maggioritario ha rovesciato la Costituzione materiale, trasformando il presidente del Consiglio in Premier, in leader decidente. Nemmeno questo è vero. Il declino della centralità del Parlamento - come s’usava dire nei favolosi anni Settanta - ebbe già inizio nel decennio successivo, segnato dal decisionismo di Bettino Craxi. Ri-ri-dice: ma quantomeno sarà impossibile negare che il maggioritario sancì l’ecatombe dei vecchi partiti. E allora? Il Pd deriva dai Ds, i Ds dal Pds, il Pds dal Pci: siamo già alla Quarta Repubblica Democratica. Mentre Fi è diventata Pdl, poi di nuovo Fi: andata e ritorno, un viaggio repubblicano.
Mettiamola così: se al referendum avrà successo il sì, entreremo nella Prima Repubblica e mezzo; altrimenti di Repubblica ce ne terremo mezza. Nel primo caso, tuttavia, s’annunziano ulteriori problemi matematici. Uno su tutti: la coesistenza di un Senato reale e d’un Senato virtuale. Entrando in vigore la riforma, quanti senatori occuperanno i banchi di Palazzo Madama? 315 (secondo la vecchia regola) oppure 100 (come impone la nuova)? Diciamo che resteranno tali e quali finché non verrà sciolto il Parlamento, finché nel 2018 la legislatura non andrà incontro alla sua scadenza naturale. Già, ma sarebbe innaturale tenere in vita un Senato di fantasmi, abrogato dalla riforma costituzionale ormai vigente. L’orologio delle istituzioni ha una lancetta sola, nell’interregno non può instaurarsi una monarchia con un doppio sovrano. Perché delle due l’una: o il referendum sconfesserà il Senato, oppure il Senato continuerà a sconfessare il referendum. Ma in quest’ultima ipotesi i morti afferreranno i vivi, trascinandoli con loro nella tomba.
Scioglimento, quindi. Del Senato, e perciò pure del governo, benché il governo abbia già fatto sapere che romperà le righe soltanto in caso d’insuccesso. Peccato tuttavia che si riveli impraticabile pure quest’altra soluzione. Non possiamo interrompere anzitempo la legislatura senza una legge che regoli il sistema elettorale del Senato, a norma dell’articolo 57 della Costituzione riformata. E se i vecchi senatori rifiuteranno d’approvarla? Resteranno in carica vita natural durante, risolvendo con un gesto tutti i nostri problemi di ragioneria costituzionale. Non Seconda Repubblica, né Terza, né Quindicesima; bensì Repubblica sempiterna, uguale a sé medesima per ogni secolo a venire. E così sia.