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L’elettronica l’hanno studiata insieme al colosso St Microelectronics, società che controlla il 20 per cento del mercato italiano dei semiconduttori e un’ampia fetta di quello internazionale, partecipata in parti uguali dal governo italiano e da quello francese. «L’Italia è il posto giusto per l’Internet of Things», assicura Marco, che l’argomento l’ha studiato quando stava a Berkeley. La pensano come lui professori, ingegneri, imprenditori che “l’Espresso” ha incontrato per farsi raccontare come quest’innovazione - battezzata Industry 4.0 - possa aiutare l’Italia a uscire da una crisi che ha visto chiudere una fabbrica su cinque.
Ma esattamente, cos’è l’Internet delle Cose? «È un movimento che vuole rendere più intelligenti gli oggetti che ci circondano, così da svolgere autonomamente i compiti che affidiamo loro», spiega Alessandro Cremonesi, direttore dei Central Lab di StM, il centro ricerche del gruppo italo-francese. Oggetti che, grazie ai sensori, hanno una propria sensibilità, e sono intelligenti grazie a dei micro-controllori, piccolissimi computer connessi alla rete che permettono di comunicare.
Qualche esempio? Il lampione che regola la luminosità in base alla luce dell’ambiente e s’accende al passaggio di un’auto; il braccialetto conta passi; le linee di produzione in fabbrica che si bloccano se una mano s’avvicina a un ingranaggio o rallentano l’attività se in un certo punto c’è un intoppo. E sarà sempre più così, perché il mercato cresce rapidamente ed entro quattro anni ci saranno 30 miliardi di oggetti connessi. Un business che già oggi vale 655 miliardi di dollari, e fra dieci anni raggiungerà i 15 mila miliardi, dicono le stime di World Semiconductor Trade Statistics.
L’italia in questo nuovo movimento non vuole restare in panchina, anche se il volume del mercato dei microchip resta largamente inferiore rispetto a Germania e Francia: 0,7 miliardi di dollari l’anno, contro i 13,3 dei tedeschi e i 2,8 dei cugini d’Oltralpe, che stanno investendo parecchio sulle città smart. «L’Italia è famosa per la sua manifattura di qualità, per il design innovativo, per la bellezza dei dettagli. Se gli imprenditori aggiungessero la connettività agli oggetti che producono, allora potrebbero aprirsi a un mercato mondiale, che ha fame di oggetti connessi, offrendo in più la bellezza del made in Italy», spiega Cremonesi.
Un esempio. Minerva Omega è un’azienda bolognese da 15 milioni di euro di giro d’affari che fabbrica affettatrici professionali destinate alle aziende alimentari o ai supermercati. Negli anni passati la crisi ha colpito duro e la concorrenza si è fatta più affilata, i tedeschi per la fascia di mercato più alta, i cinesi per i grandi numeri. La Minerva, allora, ha inserito nelle sue affettatrici un contatore che calcola l’usura delle lame.
Quando è necessario non tocca più al cliente chiamare l’assistenza: un tecnico dell’azienda si presenta direttamente. Del resto su questa frontiera l’Italia ha parecchie carte da giocare. Ci sono facoltà di ingegneria elettronica di alto livello «e vantiamo un enorme patrimonio nel design e nella progettazione dei circuiti elettronici, per via di una tradizione che parte dall’Olivetti», dice Mario Caironi, ricercatore senior dell’Iit, l’Istituto Italiano di Tecnologia, che sta cercando la soluzione a uno dei problemi irrisolti: «Serve un nuovo genere di batterie per far funzionare i dispositivi elettronici e all’Iit ne stiamo studiando di sottili, a lunghissima durata, costo contenuto e basso impatto ambientale», racconta il ricercatore, mentre lavora a diversi progetti.
Uno di questi è una pillola che oltre al medicinale contiene un chip commestibile, che serve a inviare un segnale allo smartphone una volta che viene inghiottita. «È una funzione importantissima per gli anziani che non ricordano se hanno già preso il farmaco», e serve anche a monitorare il tratto gastrointestinale. Il progetto è valso a Caironi uno degli ambitissimi fondi per la ricerca dello European Research Council: un gruzzolo da 1,6 milioni per finanziare il suo team di otto ricercatori under 30 e perfezionare il transistor commestibile. «L’Italia potrebbe avere un vantaggio competitivo enorme se la tecnologia di base dell’Internet delle Cose fosse messa a disposizione delle piccole e medie imprese», suggerisce Caironi.
Effettivamente, l’IoT attecchisce dove ci sono centri d’eccellenza e soldi da investire, come alla bergamasca Brembo, multinazionale dei freni a disco, che sta sviluppando la trazione elettronica “in wheel”: quattro motori elettrici, ciascuno all’interno di ogni ruota della vettura, che comunicano fra loro attraverso il cloud e danno informazioni al pilota. Il vantaggio? Possono recuperare energia dalla frenata e offrono controllo e stabilità maggiori attraverso vari sensori.
Magneti Marelli invece ha attrezzato il bolide di casa Alfa Romeo, la Giulia Quadrifoglio, di un supervisore preventivo della dinamica del veicolo: «È dotata di sensori in grado di leggere sei gradi di libertà. Significa che è equipaggiata di una speciale tecnologia capace di leggere informazioni sull’ambiente circostante mille volte al secondo e in sei dimensioni differenti in termini di traslazioni e rotazioni. Così il computer riesce a prevedere le situazioni critiche e a fornire informazioni rilevanti ai vari attuatori intelligenti della vettura, garantendo aderenza e stabilità», racconta Valerio Giorgetta, responsabile del progetto nell’ambito di Magneti Marelli.
E chi non ha milioni da investire? A loro ha pensato StM, che ha messo sul mercato una versione semplificata dei propri chip. Il kit contiene un microcontrollore, cioè il piccolo computer che elabora le informazioni, una scheda elettronica che funziona da sensore, un’altra scheda per la connessione al web e il software per elaborare i dati. «Una specie di “lego elettronico”, dove ogni “mattoncino” costa 10 dollari e consente di passare velocemente dall’idea al prodotto», dice Cremonesi. Così l’intelligenza artificiale si può applicare a oggetti semplici, come un ombrellone. Ci sta lavorando il monzese Filippo Gigliotti con SafeBeach, un portaoggetti a chiusura digitale, che sarà in grado di connettersi a una rete di servizi offerti dai bagni della spiaggia. NemH2o, creato dall’aretina Zucchetti, è un robot da piscina wireless e autonomo, che analizza l’acqua e decide quando ripulirla.
Una vera miniera è però il design, uno dei settori più fecondi dell’industria italiana. Il mobilificio Tecno ha creato “io.T”, il primo tavolo al mondo collegato a Internet. Si accende sfiorandolo, e può ricevere le informazioni di uno smartphone che vi viene appoggiato. Possiede i comandi per gestire l’ambiente circostante, regolare temperatura, luminosità, umidità. «Siamo falegnami, esperti di qualità e design, ma abbiamo capito che per crescere è necessario allearsi con la tecnologia», ragiona Giuliano Mosconi, presidente di Tecno.
Entro il 2025 saranno installati mille miliardi di sensori l’anno e le società italiane che producono elettronica sperano di non farsi sfuggire l’occasione: «Puntiamo a conquistarci una grossa fetta di mercato, investendo in dispositivi per l’auto, la casa e la città intelligente», dice Carlo Bozotti, presidente di StM che produce microcontrollori, sensori, memorie e altri dispositivi intelligenti.
Per fare spazio all’innovazione la forza lavoro è aumentata di mille unità nell’ultimo anno, arrivando a 9.800 dipendenti. «Il mercato italiano vale 2 miliardi di euro ed è in crescita costante», conferma Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano. Tre i settori più promettenti. L’auto connessa, l’automazione dei nuovi edifici e lo “smart metering”, i contatori intelligenti, un mercato prospero perché favorito dalla normativa che ne impone l’installazione.
Una joint venture tra le udinesi Calzavara, società di telecomunicazioni, e Maddalena, leader italiano dei contatori per l’acqua, è pronta a lanciarne uno connesso: «L’idea è creare una rete intelligente per il monitoraggio dei consumi d’acqua, per migliorare l’efficienza delle abitazioni tenendo sotto controllo i volumi giornalieri e verificare con precisione la presenza di perdite», racconta un entusiasta Marco Calzavara, amministratore delegato dell’omonima azienda, che ha puntato un milione di euro sullo sviluppo del progetto.
Va sottolineata la potenzialità dell’IoT nell’industria 4.0: «Gli investimenti in questo ambito valgono 800 milioni l’anno e siamo secondi solo alla Germania. L’Italia vanta una grande tradizione nella produzione di macchine per l’automazione e svilupparne la sensoristica significa offrire al cliente maggiori servizi, una manutenzione più puntuale a favore della produttività», spiega Miragliotta. Nell’industria l’IoT ha già monopolizzato la logistica. La seconda fase riguarda la messa in sicurezza degli impianti, mentre chi fa robotica sta creando automi che possono velocizzare la produzione e renderla più precisa. Per recuperare la leadership nell’elettronica il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda ha annunciato un piano di sostegno che mira, senza dirigismi, a favorire il salto tecnologico delle aziende, con un occhio particolare a quelle medio-piccole. È stata creata una cabina di regia, della quale fanno parte le realtà che meglio conoscono l’IoT.
E sarà proposta in finanziaria una serie di incentivi. Alcuni esempi: gli investimenti nell’Industria 4.0 godranno di una super-agevolazione chiamata “iper-ammortamento”, superiore a quella già applicata a chi investe in normali macchinari; verrà raddoppiato il credito d’imposta per le spese in ricerca, alzando anche da 5 a 20 milioni il tetto per ogni contribuente; verranno proposte detrazioni fiscali per gli investimenti nelle startup innovative. «È una sfida che non possiamo permetterci di fallire», dice con un filo di preoccupazione Miragliotta, perché la posta in gioco è enorme. «Lo spiego con un esempio. Oggi avere uno smartphone, un’auto connessa, uno smart watch per andare a correre non è un’eccezione. È già la regola. Fra poco, dunque, lo sarà anche per l’industria». Avanti tutta.