Zygmunt Bauman era un signore gentile, umile, pronto sempre ad ascoltare l’interlocutore. Era bello ed elegante, amava il buon cibo, l’ottimo vino, non disdegnava la grappa; fino agli ultimi giorni della sua esistenza terrena, ormai 91enne fumava la pipa e durante i convegni o semplicemente mentre si stava al ristorante, ogni tanto usciva fuori per farsi una sigaretta. Amava la vita perché era curioso e coraggioso e la curiosità vinceva sugli acciacchi della vecchiaia e sui dispiaceri del mondo.
Un giorno, alla domanda di chi sta scrivendo queste righe, una banale domanda sulla paura - riferita alle manifestazioni dei fascisti polacchi contro di lui durante una sua visita a Breslavia - rispose: «Io, paura? Ho fatto la battaglia di Kolberg. Sono stato decorato al valore militare». La battaglia di Kolberg, allora città tedesca, oggi la polacca Kolobrzeg, si svolse nel marzo 1945 e fu durissima e sanguinosa. Bauman combatteva nelle file dell’esercito polacco aggregato all’Armata Rossa, in marcia verso Berlino. Non aggiunse, per pudore, che lui fu gravemente ferito e che chiese e ottenne di essere dimesso dall’ospedale militare per non mancare al dovere di partecipare, fino in fondo, armi alla mano, alla distruzione fisica e non solo morale e intellettuale del nazismo. E per quanto riguarda la curiosità: ci scambiavamo delle e-mail e un giorno gli scrissi che forse le mie considerazioni sui pianisti che amavo o sui libri che leggevo lo annoiavano. Lui rispose che no, perché ne traeva notizie sul mondo, non tanto sul mio modo di sentire e pensare, ma proprio sul mondo e cioè sulla musica e la letteratura.
Ecco, se c’è una caratteristica di Bauman professore di sociologia, è questa: non era professorale, non si comportava e non si considerava un maestro: era un intellettuale nel senso più profondo della parola, un uomo che costruiva il proprio sapere traendo ispirazione, notizie, stimoli da tutte le fonti possibili e accessibili. E il suo sapere, da persona generosa, lo metteva a disposizione di tutti. Quando è diventato personaggio leggendario e idolo dei giovani (e non solo), di fronte alla folle che accorrevano alle sue conferenze, era scevro di ogni autocompiacimento, per non parlare del narcisismo. O forse, un po’ narciso lo era: nel suo modo studiato di vestire (camicia nera sopra i pantaloni e cravatta allentata) e nel suo rifiuto (talvolta persino violento) di farsi accudire o solo farsi aiutare a salire o scendere un gradino. E anche nella sua casa a Leeds era lui a cucinare, stirare, pulire.
In Polonia, dove era nato nel 1925 nella città di Poznan, Bauman era diventato una celebrità nel 1968. Si fa per dire, celebrità. In realtà, in quell’anno il regime comunista lo dichiarò nemico pubblico numero uno. Non passava giorno senza che i quotidiani al servizio del potere non lo attaccassero in quanto corruttore della gioventù, lacchè dei neonazisti tedeschi, sionista traditore della patria. La storia è questa: un giorno, la censura decise di togliere dal palcoscenico di un teatro il dramma “Gli avi” di Adam Mickiewicz. Mickiewicz, poeta romantico della prima metà dell’Ottocento è l’equivalente in Polonia di quello che è Manzoni in Italia.
Non esiste una lingua polacca più bella di quella di Mickiewicz. In “Gli avi” si parla della necessità di ribellarsi ai russi. Il divieto provocò manifestazioni degli studenti (represse) e occupazioni delle università. La risposta del regime fu una campagna antisemita, mascherata dalla lotta al «sionismo, alleato dei neonazisti tedeschi». E chi meglio di Bauman, professore amato dagli allievi, da anni in odore di revisionismo (marxismo critico, diremmo oggi), fino ad allora tollerato dal regime nello stretto ambiente accademico, ed ebreo fin dal cognome, poteva incarnare la figura dell’ispiratore del complotto contro la patria socialista?
E così, nell’estate di quell’anno Bauman se ne andò in Israele. Dei pochi anni vissuti nello Stato degli ebrei, non amava parlare. Non fu una bella esperienza. O forse fu un incontro mancato. In ogni caso fu una delusione. Qualche settimana dopo l’arrivo di Bauman, anche chi scrive, finì con la famiglia a Gerusalemme. Appena posate le valigie in un centro di accoglienza, si sentì bussare alla porta. Entrò Bauman e chiese della sua allieva di Varsavia, mia sorella. In quel periodo era entusiasta e pieno di speranze per la vita che si dischiudeva: come se fosse una rinascita. Ci fu addirittura un movimento della “nuova sinistra”, così si chiamava allora, che si costituì attorno alla sua figura. E il convegno di fondazione a cui lui parlò (in un bellissimo ebraico, lo imparò velocemente) fu straordinario: facce di ragazzi e ragazze pronti a lottare per un mondo migliore e consci dei pericoli che comportava l’occupazione militare dei territori palestinesi, conquistati nel 1967. Lui intanto insegnava all’Università di Haifa. Poi, un giorno, durante una cena a casa sua, si sentirono le parole: «No, non vedo possibilità di pace, in Israele troppo pochi la vogliono». Così, finì a Leeds, in Inghilterra.
«La moglie adorata»: talvolta le frasi fatte sono vere (lui sulla nozione della verità avrebbe da ridire) e insostituibili (e avrebbe criticato anche questa parola). Ecco, a Leeds, accanto alla moglie adorata, Janina, donna mite, intelligente e bellissima, Bauman cominciò a misurarsi, nella maniera più radicale possibile, senza cioè timore di violare convenzioni, tabù e di mettere in discussione la propria biografia e identità da ebreo assimilato polacco, iniziò a lavorare dunque sulla questione della modernità. Ne vennero fuori i libri: “La decadenza degli intellettuali”, “Modernità e Olocausto” e la più personale delle sue opere scientifiche: “Modernità e ambivalenza”. In quei testi ha spiegato, come nessun altro prima e dopo di lui, quanto le dinamiche contraddittorie della modernità (da un lato l’autodeterminazione, dall’altro omologazione) abbiano portato al rifiuto del pensiero, dell’identità e perfino del corpo dell’Altro. In altre parole: il progresso, l’Illuminismo hanno come corollario, lo sterminio degli essere umani.
In una e-mail, con umiltà appunto, scrisse di essere consapevole di vivere e agire sulle spalle di giganti come Hannah Arendt, Max Horkheimer o Theodor Adorno. E in un’altra conversazione rivendicava il fatto di essere un pensatore eclettico, che doveva moltissimo a Georg Simmel, teorico del caos metropolitano, ma aggiungeva che non avrebbe mai saputo pensare senza Max Weber; ideologo del Reich guglielmino prussiano. Quasi in ogni conversazione, appena sentiva un complimento sorrideva ironico e poi dava consigli di lettura di libri che secondo lui erano più approfonditi dei suoi o da cui traeva ispirazione.
Il massimo della popolarità lo raggiunse con la nozione della società liquida. Della società liquida così come dei social media era un severo critico, perché la mancanza di legami solidi e duraturi gli sembrava qualcosa di mostruoso e pericoloso. Negli ultimi anni però tornò ottimista. Diceva che senza la speranza non si può vivere. Forse non solo per ragioni teoriche, ma perché dopo la scomparsa (nel 2009) della sua compagna di vita Janina, aveva trovato una moglie di cui si innamorò perdutamente (e reciprocamente), anche lei sociologa, Aleksandra Kania, una sua collega da oltre cinquant’anni. Insomma, nella pienissima terza età, ambedue furono fulminati dall’improvviso amore. O forse l’amore fu possibile perché era innamorato della vita.
È bello ricordarlo in un ristorante a Firenze, pochi mesi fa, davanti a un piatto di pasta e a una bottiglia di pregiato rosso toscano. E l’invito tra una portata e l’altra: «Dai, usciamo fuori, fumiamoci una sigaretta».