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L’indipendenza stessa, anelito pluricentenario, è qualcosa di sfuggente, può essere proclamata e sospesa nel giro di un minuto, rimandata nel vago di “qualche settimana” come ha fatto il presidente della Generalitat nel suo primo discorso al Parlamento dopo il referendum, curvando il tempo come nel quadro di Dalí, trionfo della relatività. In Plaza Catalunya, sul fronte opposto, va lo stesso: un giorno ci sono i fautori dell’unità che sfoderano la bandiera a mo’ di mantello da supereroi dando dei “golpisti fascisti” agli indipendentisti (succede ovviamente anche l’esatto inverso: accuse di “franchismo” a piene mani), mentre chiedono con spiccato senso democratico che Puigdemont vada “a priso’”, in prigione; il giorno appresso, sempre a Plaza Catalunya, le preadolescenti stanno in fila ore per chiedere l’autografo ad Andrea Izquierdo, scrittrice di Zaragoza che qui va forte; e sorridono, mentre le loro madri raccontano di aver votato per la rivoluzione, o presunta tale, in un referendum che tanto è illegale quanto è considerato un “esercizio democratico”.
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L’anelito alla rottura da Madrid, a sentire gli stessi indipendentisti, si nutre di ragioni in cui l’ideale - o la fame di qualcosa di diverso - pesa all’incirca quanto i votanti al referendum del 1 ottobre: il 40 per cento a stare larghi. Nel racconto delle ragioni che hanno portato a questa fiamma, il motivo identitario finisce a mescolarsi presto con ragioni di denaro, contributi, trasferimenti. Raccontano dell’ambizione autonomista frustrata dai giudici, dall’altro fanno resoconti minuziosi sui contributi per l’alta velocità e sui soldi per i libri di testo a scuola, inclinando verso una sorta di leghismo del tipo i soldi dei catalani ai catalani. «Il 22 per cento del Pil lo diamo alla Spagna, ma quel che lo Stato devolve alla Catalogna, in termini di infrastrutture e servizi, è pari al 13 per cento. Non è giusto», dice ad esempio Antonio, architetto quarantenne.
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Nei crocicchi, a tavola, in fila alle poste, non si parla d’altro, i catalani riferiscono di discorsi politici ormai inaffrontabili nel chiuso delle case, di fratelli che litigano, cugine che escono dai gruppi WhatsApp di famiglia in polemica con l’unionista di turno. «È diventato come il calcio, un argomento vietato», sospira Jordi, 62 anni, padre catalano e madre di Madrid, che incanutisce nell’interminabile fila allo sportello dell’assistenza sociale. Eppure nello stesso tempo per strada trionfa la calma, il silenzio, nulla interrompe il via vai dei turisti davanti alle vetrine che espongono paccottiglie, le stesse identiche in vendita nella Spagna intera. Difficilissimo a volte tracciare la linea tra il racconto veritiero e la sua versione mediatica, perché tutto sembra rassegnato a restare così in eterno, così come a venir giù da un momento all’altro. Ma talvolta a smontare certe panne bastano le persone in carne e ossa.
Ad esempio che Barcellona, colpita a morte dall’attacco terroristico del 17 agosto sulla Rambla come simbolo dell’Europa multiculturale, sia divenuta soltanto un mese e mezzo dopo il suo contrario - la capitale cioè della secessione nel cuore dell’Europa - è un paradosso evidente soltanto a chi viene da fuori. Per chi sta dentro, quel paradosso nemmeno esiste: «Non so se i terroristi volessero colpire un simbolo dell’Europa, di certo la Rambla non è un simbolo di Barcellona: è piuttosto il simbolo della perdita di identità di Barcellona. Non appartiene a chi vive qui, non ci va nessuno», taglia corto Arnau, 35 anni, che a una Catalogna indipendente ci spera persino più di quando non dica di credere. Un «apripista e modello per una Europa nuova», addirittura.
C’è un tratto utopico anche marcato, in certi racconti che fanno i sostenitori dell’autonomia. Così come, vi è da dire, nel blocco politico che sostiene la secessione ci sono quasi degli opposti: la destra liberale e gli anticapitalisti della Cup. Chi pure fiancheggia la Catalunya indipendente sa molto bene cosa non vuole, ma non ha una idea pratica del futuro. «Sicuramente Puigdemont ha considerato le conseguenze, ma è molto probabile che non si sappia bene cosa accadrà finché non accade» ragiona Marc Lloret, direttore artistico del festival MMVV e chitarrista nei Mishima, gruppo che ha sostenuto gli indipendentisti anche suonando alla vigilia del referendum. Anche la fuga preventiva da Barcellona delle sedi di banche-simbolo come la Caixa non spaventa - per quanto si sappia che senza la protezione dell’Europa, lasciare la Catalogna sia una ovvia prudenza. I più sono sicuri che un disegno ci sia se non altro per via logica: «Non si capirebbe dopo tanti anni che un programma non ci fosse: ma è giusto che non lo sappiano tutti», dice Francesca Farreres di Anc postulando una sorta di esoterismo indipendentista.
C’è una tensione sfiancante, che però non si consuma ed esaurisce nei cortei, o col fatto di celebrare un referendum illegale e nemmeno con i gravi atti di violenza della polizia. Resta come impigliata in una storia nella quale, a seconda di come la si guardi, hanno tutti ragione e tutti torto. Non è un caso che chiunque si fermi a raccontarla, abbia bisogno di almeno un’ora solo per affrontare le premesse della propria posizione. Ci sono conti antichi da saldare, che si mescolano a quelli più recenti: «L’eterna transizione del post franchismo» con la crisi economica, l’identità delle minoranze represse sotto la dittatura con l’esasperazione per gli scandali della corruzione, il senso di una identità frustrata con i calcoli politici di partiti che prima di imbracciare il vessillo dell’indipendenza erano al crollo dei sondaggi. Ma quasi tutto è sottinteso. Nel giorno in cui doveva essere proclamata l’indipendenza, in piazza nell’attesa di Puigdemont gli scissionisti giocavano a bocce, per dire. Non propriamente una azione di rottura rivoluzionaria.
Qui è in effetti tutto lontanissimo dalla retorica in stile “pueblo unido”. Altro che guerriglie: i catalani fondamentalisti della pace sono tipi da fondare comitati contro l’uso delle pallottole di gomma (stop bolas de goma), più che tipi da usarle, gente che si ostina anche soltanto perché non si consente di far qualcosa. «Non può essere il governo centrale a decidere sulla ciudadania. Quel diritto devono lasciarlo a noi», dice Pilar, 50 anni, impiegata di le pulizie negli uffici. A Girona, cuore dell’indipendentismo e città dove Puigdemont ha fatto il sindaco, nel giorno dell’Hispanidad - celebrazione dell’ispanità, anniversario della scoperta dell’America - si è scatenata una specie di guerriglia della saracinesca: i negozianti hanno aperto lo stesso, nonostante la festa («siamo catalani, non spagnoli»), la Policia Nacional è andata in giro a fare multe, chi poteva ha tenuto chiusa la saracinesca, continuando a lavorare dentro.
«Qualcuno dovrebbe dirglielo, a Madrid, che col No fomenta il Sì», dice Francesca di Anc. Una leva contraddittoria - più me lo impedisci, più lo faccio - che è umana, universale, catalana specialmente di sicuro. Puigdemont lo sa e l’aizza secondo una universale cadenza politica , ma in strada ciascuno quella cosa la fa sua. E anzi, aggiunge Arnau, «anche il governo di Madrid in fondo sta facendo di tutto per spingerci a proclamarla, l’indipendenza».
Anche per questo, probabilmente, i secessionisti continuano ad avanzare a mani alzate e col sorriso. «Sono anni che manifestiamo, non era successo nulla finora», raccontano. Tutto resta in ordine anche durante i cortei: niente vetrine rotte, i cartelli si buttano nella spazzatura alla fine. Una resistenza silenziosa, invisibile, ostinata. «Dobbiamo andare avanti e rimanere calmi e pacifici sempre», dice Jordi Principal, curatore del museo di Archeologia della Catalogna. L’estremismo pacifista delle buone maniere. Estenuante, inafferrabile. Evidente all’improvviso, in certe pieghe.
Come quando un dipendente della Generalitat catalana convinto sostenitore dell’indipendentismo, dopo due ore e mezza passate a raccontare le interminabili ragioni per cui è opportuno dire addio a Madrid - un simpatico compendio che va dal 1700 ai fondi per il Corridoio mediterraneo - ha il labbro che gli tremola alla sola idea di uscire dall’anonimato. La calma non è leggiadria, scegliere di esserci non è sempre scontato: «Sono qui, con la mia spilla catalana. Ho ottantacinque anni, mi vengano pure a cercare», dice una signora seduta su una panchina di fronte alla casa di Gaudí. Chi ha vissuto il franchismo sembra più risoluto nel volere l’indipendenza da Madrid e nello stesso tempo ne teme di più le conseguenze. Al porto in due traghetti, peraltro di compagnie italiane, ci sono ottomila agenti pronti a intervenire, racconta la volontaria dell’Anc: «Dovevano andare via il cinque, poi l’undici, ma sono ancora là».
Slitta l’assedio, slitta l’indipendenza. Qui, a Barcellona, ogni giorno adesso sembra quello decisivo. «La verità è che non sanno come uscirne, entrambi i fronti»: l’estrema sintesi è di Bobo Craxi, che è di casa a Barcellona avendo un figlio che vive lì, nonché una certa consuetudine con le complessità, anche surreali, della politica.