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Non basta: assistiamo oggi al sistematico annichilimento della Storia, alla sua radicale svalutazione. Al tentativo di cancellare, distruggere fisicamente o scaraventare nella pattumiera dell’oblio e della pubblica riprovazione, secondo un modello in auge nelle dittature, tutto ciò che in essa dà fastidio a un presente impoverito, intimorito dal confronto, pervaso dal sacro fuoco di processare, giudicare e condannare con i suoi criteri e la sua onnipotente presunzione ogni precedente accadimento, idea, dichiarazione, testo, comportamento. Censurare e riscrivere il passato blinda il presente, i suoi criteri di giusto-sbagliato, vero-falso, buono-cattivo, persino bello-brutto. E riorienta il futuro, lo modifica come nei film sui viaggi nel tempo alla Robert Zemeckis, senza neppure il bisogno della DeLorean di Emmett Doc Brown.
Non è un paragone, è ciò che davvero succede. In ossequio agli speculari e convergenti demoni totalitari che assillano i nostri anni: l’ossessione del politicamente corretto in Occidente e la degenerazione integralista nel mondo islamico, ma altre culture non ne sono immuni se lo Stato indiano dell’Uttar Pradesh ha testé cancellato dalla sua guida ai siti turistici il Taj Mahal, «lacrima di marmo, ferma sulla guancia del tempo», come lo definì Tagore, perché a edificarlo a tributo dell’amatissima defunta moglie era stato il moghul Shah Jahan, ahilui musulmano e non indù.
Nel nostro Occidente gli esempi si sprecano, investendo indiscriminatamente la storia, la letteratura, la scienza, l’intero scibile. A New York, Chicago, Buenos Aires si imbrattano e abbattono le statue di Cristoforo Colombo. Come se i rami di un albero decidessero di tagliare il tronco, gli studenti della University of Missouri vorrebbero picconare il monumento a Thomas Jefferson, principale estensore della Dichiarazione d’Indipendenza, terzo presidente, per loro solo uno “stupratore razzista”.
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Alla Stanford University si cassa Shakespeare per far posto a ignote poetesse afroamericane in osservanza a quote di genere e di etnia e s’insegna Ovidio solo con il “trigger warning” che nelle Metamorfosi si rappresentano stupri e ciò potrebbe turbare il fragile io di studenti e studentesse. Ad Harvard il rettore vieta un party a tema Ritorno ai Cinquanta perché potrebbe alimentare nostalgie razziste.
C’è davvero da stupirsi se a fronte della dilagante idiozia politically correct di certa cultura sedicente liberal in realtà totalitaria, integralista e cialtrona gli americani finiscono per votare il “cialtrone in chief” (copyright Giuliano Ferrara) Trump the Donald? Non paghi di stiracchiare e smantellare il loro passato, ora se la pigliano pure con il nostro. Il 5 ottobre esce sul New Yorker (sì, proprio lo strepitoso e cosmopolita settimanale di Roth e Salinger, Nabokov e Capote, Munro e Murakami, motto: “Combatti le fake stories con quelle vere”) un articolo dal titolo “Perché ci sono ancora tanti monumenti fascisti in Italia?”.
Cosa aspettano ad abbatterli, a cominciare dal Palazzo della Civiltà italiana, il Colosseo quadrato all’Eur, «cimelio di una ripugnante aggressione fascista oggi celebrato in Italia come un’icona modernista»? Per il Colosseo vero speriamo nella prescrizione, visto che ci sbranavano i cristiani. A peggiorare il quadro, l’autrice non è un’ignorante polemista a caccia di visibilità ma una pluripremiata docente di studi italiani alla New York University, esperta del periodo fascista, tradotta dal Mulino: il che suggerisce che la furia di smantellare la storia non è necessariamente il precipitato dell’ignoranza (come per i creazionisti che sempre negli States edificano musei di una storia del mondo lunga appena seimila anni perché così dice la Bibbia e i dinosauri si estinguono solo nel Medioevo), ma il frutto bacato di un tarlo ideologico che corrode e ormai largamente pervade la cultura liberal, rinnegandone l’intero impianto libertario, il pensiero critico, la disposizione all’analisi e all’interpretazione non soggetta all’obbligo di dimostrare una tesi o giustificare una politica.
Paranoia, inquisizione, polizia del pensiero e del linguaggio, roba da far invidia alle polizie “per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” iperattive nella sunnita Arabia Saudita come nello sciita Iran. Anche qui, non è un semplice paragone: piuttosto un efficace combinato disposto, se l’espressione è ancora in uso. In un mondo islamico in caduta libera, da Ninive a Palmira l’Isis ha devastato tutto ciò che islamico non era, peraltro sulle orme del secondo Califfo, Omar, che nel 642 ordinò la distruzione della Biblioteca di Alessandria. Ma dietro gli atti di cancellazione dei reperti della storia altrui c’è una concezione del tempo e della storia profondamente diversa dalla nostra (benché anche l’Occidente ne abbia elaborate in successione più d’una, tempo ciclico, vissuto, narrativo, cronologico, lineare et cetera): la concezione di un punto della storia, il 622 dell’Egira, la fuga di Maometto a Medina, che si fa eterno. Che ferma la storia e continuamente la riassorbe in sé. Quel presente reso eterno diventa il criterio unico di valutazione.
Non vale solo per il Califfato sunnita di al-Bagdhadi o quel che ne resta. Chi assista, a Teheran piuttosto che a Kerbala in Iraq, a una ricorrenza sciita dell’Ashura, migliaia di persone che si percuotono la schiena con catene, la fronte sanguinante per i colpi di pietra autoinferti, si rende conto di come per i credenti il martirio dell’imam Hussein nel nostro 680 d.C. non è successo 1337 anni fa, succede ora. È presente, non passato. È, anche qui, un punto della storia che si fa eterno, giudice supremo e inappellabile di tutto quanto è accaduto prima e accadrà dopo. Magari hai Internet o la bomba atomica, ma in quel tempo unico tu vivi, secondo i suoi dettami, divieti, punizioni. E ciò che lo mette in discussione va cassato.
In Turchia, ora che ha le mani libere dopo il fallito golpe, Recep Tayyip Erdogan ha riscritto i programmi scolastici: meno storia e più religione, drastici tagli a ciò che non è islamico, a ciò che non è turco, all’Atatürk padre della Turchia laica, soprattutto, come solo in Arabia Saudita, divieto di insegnare Darwin e la teoria dell’evoluzione perché «gli studenti non hanno l’età adatta a comprendere il contesto scientifico della controversa questione».
Nei teatri ha vietato Shakespeare (sì, ce l’hanno tutti con lui, è il più grande, se spari tanto vale mirare al bersaglio grosso) e in blocco i drammaturghi occidentali, Cechov, Goldoni, Brecht fino a Dario Fo, e figuriamoci se mancava la statua da eliminare, quella di Diogene nella natale Sinope, che la Fondazione islamica Erbakan vuole rimuovere perché il filosofo cinico del IV secolo a.C., guarda un po’, non era turco. Lo rappresentassero, Shakespeare, e lo leggessero, saprebbero che invece, a volte, “il tempo esce dai cardini”.
Se una sostanziale svalutazione della storia è dunque di casa nella cultura islamica, un certo stupore desta il fatto che ciò accada oggi nel nostro Occidente. Nelle sue vesti multicolori - storicismi di varia fatta e misura, filosofie della storia di destra e di sinistra, concezione materialistica della storia, macrostorie dei processi carsici che disegnano il mondo a prescindere e microstorie a caccia di tracce e indizi alla maniera di Sherlock Holmes - per tutto il secolo scorso, come dire fino all’altroieri, la Storia ha sovranamente spadroneggiato nelle coscienze.
Era chiave di interpretazione del mondo, àncora e legittimazione delle speranze di riscatto, fondamento dichiarato dell’azione politica, che fosse rivoluzionaria, riformatrice, conservatrice o reazionaria. È vero, non si scriveva da sola, servivano comunque gli uomini, le gambe, le idee, l’azione: ma l’alveo era come tracciato, a te lavorarci dentro, convergere, accelerare, aiutati che la Storia ti aiuta, succedanea o alleata della Divina Provvidenza. Il passato disegnava il presente e prefigurava l’avvenire, scordarsene era costruire soffitte senza prima scavare le fondamenta, «nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente», così Gramsci.
Quand’è che quest’impianto psicologico oltre che concettuale si è inesorabilmente squagliato come neve al sole? Contravveleni allo strapotere dello storicismo non mancavano, nel secolo scorso. Qualche inascoltato professore di latino a insegnare che Tacito in qualunque circostanza vedeva «il gioco beffardo della sorte», altro che leggi dell’evoluzione delle civiltà come per Marx, Spengler, Toynbee. Walter Benjamin con il suo angelo della Storia, che una tempesta spinge irresistibilmente nel futuro cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo, e «ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta».
Karl Popper, veemente antistoricista per questo detestato da larga parte della cultura progressista, almeno finché non parlò male della televisione. Gli strutturalisti, che piacevano ma (o anche perché) non davano poi così fastidio al mainstream. Finché nell’ultimo decennio del secolo scorso lo storicismo, ormai fuori registro rispetto al mondo che pretendeva di spiegare e orientare, si sgonfiò e svaporò insieme all’Urss e ai partiti comunisti, Marx tornò negli scaffali di filosofia e il resto del marxismo finì sulle bancarelle dell’usato. Dello storicismo, chi se ne importa. Ma a sparire dall’orizzonte è stato ben di più e ben altro: la Storia, appunto. Come percezione intima, istintiva e irrinunciabile della connessione tra passato e futuro, che dà senso ai singoli accadimenti in un elastico tra il prima e il dopo, la cui miglior sintesi sta forse non in un corposo saggio di sociologia ma nel titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman, “Un grande avvenire dietro le spalle”.
Presentismo, è stato battezzato lo schiacciamento sull’oggi, il precipitare nell’indecifrabilità e insensatezza dell’istante: che genera letali improvvisazioni (ancorché preparate negli anni) come bombardare Gheddafi, uscire dall’Europa o spaccare la Spagna. Il neologismo lo si deve allo storico francese François Hartog. Sostiene Hartog che fino alla Rivoluzione francese era l’autorità del passato a legittimare e spiegare il presente e il futuro, da allora fino agli anni Sessanta del Novecento era lanciando un gancio in un futuro variamente immaginato che vi s’appendeva il senso del passato e del presente, ma negli ultimi sessant’anni a farla da padroni nel mondo disegnato dalla comunicazione non restano che il presente, l’immediatezza, la simultaneità. In Italia è stato soprattutto il filosofo Mario Perniola a sviluppare il tema, e a lui abbiamo chiesto l’intervento che leggete nella pagina precedente. Un paio di esempi di questa dittatura del presente e dei suoi nefandi effetti. Per gli individui: la logica obbligatoria del “tempo reale” ha derubricato il tempo dell’attesa nella psiche delle persone, inficiando i vecchi equilibri cognitivi senza strutturarne di nuovi altrettanto saldi. Per l’economia: sui risultati immediati, verificati al massimo nell’arco di qualche mese, sono calcolati i premi di operatori finanziari, spacciatori di titoli derivati, top manager, e ciò ha distrutto ricchezza, risparmi, certezze, banche e imprese.
Si aprirebbero, a questo punto, infinite questioni, tutte di stretta attualità, di cui peraltro ampiamente si dibatte sui giornali, nei talk e in Rete: le fake news, i criteri di verificabilità, le opinioni virali sui social ormai indistinguibili dai fatti accertati, il discutibile e pericoloso andazzo di sancire per legge anche le verità storiche più documentate stante l’incapacità di relegare i vari negazionisti nel “mondo di sotto”. Ma la domanda di fondo è: che cosa resta di noi e del nostro agire, che cosa diventiamo, senza la Storia come percezione di noi stessi quali individui in un continuum (fatto anche di lacerazioni e salti, per carità) tra passato e futuro? Ci limitiamo a riprendere quanto scriveva nell’84, proprio qui sulle pagine dell’Espresso, quel pensatore irriguardoso e di rara eleganza di ragionamento che era Saverio Vertone: «È il tempo, o meglio il suo riflesso interiore (quello che Agostino chiama “intensio animi”) che ci consente di sfuggire alla consistente presenza dell’hic et nunc, e che fa convivere nel superiore realismo della psiche umana passato e futuro, verità e illusione, libertà e necessità. Toglieteci il tempo, la sua immateriale successione prospettica, soffocateci nel cemento armato della concretezza totale e l’anima, l’Io se preferite, andrà in frantumi. E dopo l’esplosione potrete ascoltare quel “rumore sordo che proviene da sotto la storia” nel quale, secondo Foucault, consiste la follia».