Leader fermi in mezzo al guado tra il piglio decisionista e quello consociativo, nonostante i reboanti presupposti. Grillo, Salvini, Renzi, lo stesso Berlusconi folgorato dal proporzionale che significa democristiano gioco delle alleanze, tutti prigionieri del "vorrei ma non posso" legato a calcoli di bottega, prudenze, alchimie elettorali.
L’Italia risulta così fuori sincrono rispetto allo spirito del tempo che indica il polso come la parte più importante del corpo umano. Crisi economica, ceto medio impoverito, paure legate a immigrazione e terrorismo sono il brodo di coltura dove cresce il bisogno di autorità. E l’uomo forte, piaccia o meno, è la risposta politica. Perché è politica. Al momento, con scarsi antidoti.
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Persino nei partiti di sistema, i partiti tradizionali che rischiano di essere spazzati via dal successo dei populismi di ogni colore, si affermano leader capaci di radicalità, nemici feroci di quel moderatismo che, almeno da vent’anni, fa apparire uguali la destra e la sinistra. Radicalità non è termine sovrapponibile con autorità, però appartiene alla stessa famiglia. Denota l’esigenza di figure nette, non intercambiabili, in cui identificarsi e a cui affidare la soluzione dei propri guai. Figure capaci di far sognare, come da troppo non succede, causa il magma indistinto di programmi tutti invariabilmente dominati dal mercatismo liberista.
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Ultimo caso, emblematico, la prova definitiva, è la vittoria di Benoît Hamon alle primarie socialiste in Francia. Non proprio un carneade, dato che fu già ministro. Però al massimo un outsider, senza aura presidenziale, candidato di contorno che invece ha sbaragliato il supposto predestinato premier Manuel Valls. Nessuno lo aveva pronosticato, tantomeno i sondaggi. Si è fatto largo con una ricetta semplice: dire finalmente qualcosa di sinistra, dopo il dominio rosa stinto di François Hollande. Dire anche cose utopistiche e impossibili da realizzare come il reddito di cittadinanza, ma facendo battere però "il cuore della Francia" (è il suo slogan che guarda alla parte del corpo umano più simbolicamente sentimentale e non alla ragione).
Hamon è la scelta uguale e contraria a quella fatta dalla destra con François Fillon. Se davvero correrà per l’Eliseo è tutto da vedere visti gli scandali da cui è travolto a causa dei compensi pubblici elargiti a moglie e figli senza lavorare. Però fu preferito al moderato e rassicurante Alain Juppé perché fortemente connotato come reazionario, codino, persino thatcheriano in economia. Se si aggiunge il largo consenso che da tempo spinge la nave di Marine Le Pen, ecco tre campioni ciascuno a suo modo estremista.
La Francia è solo una conferma. Tutto, se si vuole, cominciò sempre negli Stati Uniti con Barack Obama, il primo presidente nero, arrivato al potere a ridosso del fallimento della Lehman Brothers e della crisi dei mutui subprime. Il suo programma di reindustrializzazione del Paese, di sostegno pubblico alle aziende in difficoltà, di assistenza sanitaria per tutti, era un inedito ed era stato bollato (orrore da quelle parti) come "socialista". I paragoni sono tutti zoppi, però è difficile sottrarsi dalla suggestione che, alla stessa crisi ma più profonda, la Grecia ha risposto con l’alternativo Alexis Tsipras, capace di sbaragliare le dinastie obsolete dei Papandreou e dei Karamanlis. Poi, in tempo più recenti, la Terza Via di Tony Blair non ha resistito all’assalto di Jeremy Corbyn, un signore di 67 anni che non ha timore di definirsi a sua volta "socialista" e contende, dalla sponda opposta, la palma di novità a Nigel Farage, leader dei nazionalisti xenofobi dell’Ukip, uno degli artefici della Brexit, cioè l’uscita dall’Europa che ha convinto i conservatori a scegliere dopo David Cameron la decisionista Theresa May.
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Nell’Olanda, primo Paese al voto nel cruciale 2017, in testa ai sondaggi c’è Geert Wilders, populista, euroscettico, antislamico, alleato di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Mentre nell’autunno tedesco i disperati socialdemocratici cercano di opporsi alla perenne Angela Merkel con Martin Schultz, il più radicale che hanno a disposizione, l’uomo che fu definito "kapò" da Silvio Berlusconi al Parlamento europeo e che dalla presidenza di Bruxelles si è dimesso per cimentarsi nella missione impossibile.
Dalle ceneri dei nostri tempi tristi, sembra dunque riemergere un dualismo che riporta in vita la distinzione novecentesca tra destra e sinistra, pur con tutte le variabili aggiornate e qualche trasversalità. Come definire i Cinque Stelle che condividono l’idea di Hamon sul reddito di cittadinanza e qualche posizione securitaria sull’immigrazione? Né di qua né di là ma sicuramente radicali in ogni scelta, almeno in apparenza. Quanto poi un eventuale esercizio del potere ammorbidirà le decisioni si vedrà.
Di certo nella corsa a distinguersi e a far sentire chiara e forte la propria voce, sembra sparire il centro. Per sopravvivere e prima di essere spazzati via dai populismi, i partiti tradizionali ricercano un senso nel loro passato.