Tra entusiasmi, renitenze, contraddizioni, speranze e mal di pancia dei militanti e dirigenti di un partito in radicale e perigliosa mutazione: da formazione «per l’indipendenza della Padania», come tuttora recita l’articolo 1 del suo statuto, ad aspirante forza nazionale sovranista, come dovrebbe essere ormai chiaro, basta aprire la home del sito: ove campeggiano in fila Trump, Putin, Strache l’austriaco, un radioso Salvini, madame Le Pen, la tedesca Frauke Petry e Geert Wilders, l’olandese volante nei sondaggi. Alleati che però (gli europei al vertice di Coblenza del 15 febbraio, dove tutti sventolavano le loro bandiere nazionali tranne la Lega) stanno su percentuali da primo partito, in lizza per conquistare il potere alla prossima tornata elettorale o sconfitti per un soffio come in Austria; mentre da noi Grillo e i Cinquestelle sembrano ancora in grado di rastrellare il grosso del voto di irritazione. Una partita complicata.
VIAGGIO NELLA NUOVA LEGA
Cliccate sulla mappa per conoscere la situazione del Carroccio nelle diverse città (a cura di Maurizio Ceccato)
Sul loro Matteo alpha, qualunque strada abbia imboccato o stia esplorando, non c’è tentennamento alcuno, a questa tavolata di leghisti bolognesi. Vale per Luciano Baccilieri e Manuele Luppi, storici militanti convinti che «l’identità resta il Nord e il nome non si tocca», e per Simonetta Bettini (commissario della Lega in città e couch councelor, nei suoi seminari propone The Donald come modello di “uomo del fare”) per cui, tutt’al contrario, «dall’euro all’immigrazione le battaglie non sono più locali, intelligenza politica è adeguarsi alla mutata realtà e alle nuove priorità, nome e statuto si possono anche cambiare», alla bisogna. Mette d’accordo, l’uomo delle felpe, Loredana Negroni, che stava in Forza Italia ma «due anni fa mi è apparso Matteo Salvini e ho visto in lui l’antibiotico adatto a curare la nostra Italia malata», e Lucia Borgonzoni, cresciuta invece a pane e Lega con l’Albertino da Giussano all’occhiello lei dodicenne nella città rossa, 45 per cento l’anno scorso al ballottaggio contro Merola per lo scranno di sindaco: sposa Trump che difende il lavoro degli americani, snocciola cifre sulle assegnazioni in corso di case popolari a Bologna, solo il 17 per cento a nati in Italia, cita i disastri dell’euro e il collasso del welfare, tira le somme spiegando che «qua o ci si salva tutti senza tanti campanilismi o non si salva nessuno». Ben venga la sterzata nazionale di Salvini, per le alleanze si vedrà, «molto dipenderà dalla legge elettorale».
Come una barca in mezzo al mare s’affida al suo nocchiero benché non sia così chiaro a quale lido approderà, così questa Lega con Salvini. Bossi li ha abituati, lungo un quarto di secolo, a fidarsi di ogni giravolta del Capo, incluse le più inusitate. E ora che il Capo è Salvini, sta a lui ridisegnare un intero sistema di coordinate ideologiche e di equilibri psicologici andato in crisi. Dove stanno, infatti, il federalismo fiscale, la Repubblica del Nord, il “padroni a casa nostra”? Il glorioso Carroccio, al governo con Berlusconi per 3.339 giorni, alla fine ha portato a casa poco o nulla. Una presa d’atto cui i militanti non si sottraggono più. Anzi, è da qui che prendono le mosse.
«I bellissimi sogni che con Bossi ci hanno fatto entusiasmare è ora di barattarli con la concretezza che ci dà Salvini: riunendo tutte le diversità da nord a sud, riusciremo a cambiare l’Italia». Quasi un proclama, questo di Paolo Paternoster, imprenditore, segretario provinciale della Lega a Verona (la città l’hanno persa per la defezione del sindaco Flavio Tosi ma giurano se la riprenderanno al voto di primavera). È tempo di sganciare gli ormeggi e navigare un altro mare. Quello, dice, di «un partito identitario». Intenderà identità italiana? «Certo. Ma avendo chiaro che è la somma di varie identità. Nelle nostre scuole si deve insegnare anche il veneto, come stabilito dalla recentissima legge regionale».
Un bel coacervo di contrapposte pulsioni nazionali e localiste. Una discrasia tra i ragionamenti e gli umori, la testa e la pancia. Resta da capire dove sta il nesso, su che basi e con quali acrobazie viene giustificato. Senti gli altri del tavolo veronese, una decina tra sindaci, consiglieri e militanti: il collante, la magica locuzione che tiene insieme vecchio e nuovo, la Lega e Trump, cambiar tutto per restar quel che si è, è «difesa del territorio». Dall’immigrazione: in un Veneto peraltro ad alto tasso di integrazione. Dai clandestini: «perché tali sono i migranti finché non sono riconosciuti come profughi» (Roberto Turri, sindaco di Roncà), «e meno di tre su dieci lo saranno, gli altri diventeranno un problema sociale sempre più grave» (Mirko Bertoldo, vicesindaco di Villa Bartolomeo).
Difesa del territorio «per evitare la sostituzione di un popolo, processo già in atto: lo Stato investe tre miliardi per l’ingresso di stranieri mentre gli italiani, senza aiuti alle famiglie e con un welfare al lumicino, non fanno più figli e i nostri giovani vanno all’estero, diecimila via dal Veneto in un solo anno» (Andrea Girardi, sindaco di Minerbe). L’immigrazione, «l’invasione», ha cambiato tutto. E (di nuovo Paternoster) «ha stanato anche la Lega: che nella giusta battaglia contro centralismo e statalismo s’era forse scordata come uno Stato centrale forte e sovrano sia necessario per affrontare problemi e disastri di questa portata». Et voilà, ecco fondata la giravolta sovranista.
L’altro corno che la motiva è l’Europa. Per la Lega delle origini la logica era: Roma ladrona, via dall’Italia, siamo europei; e alleati erano gli indipendentisti scozzesi, bretoni, catalani, mica i nazionalisti tedeschi o francesi. A ribaltare lo schema sono arrivati l’euro, i burotecnocrati di Bruxelles, la crisi, le banche, la Merkel. Ora l’equazione è inversa e piuttosto semplice, a sentire i leghisti di Novara (nel giugno scorso, con Fratelli d’Italia ma senza Forza Italia, si sono ripresi il sindaco il giorno in cui i lombardi hanno perso la roccaforte di Varese, e ora recuperano piazze, aree dismesse e spazi culturali con l’obbiettivo di 1500 nuovi posti di lavoro): «Persa la sovranità nazionale, Roma ormai suddita di Bruxelles, il nemico è questa Europa, le sue politiche economiche, le diseguaglianze di fiscalità, regole, leggi», dice il giovane sindaco Alessandro Canelli. Fautore di una Lega “sociale”, «non c’è più solo il “vento del Nord”, ma anche il “vento delle periferie”, delle persone in disagio, degli sfrattati, delle sacche di ingiustizia: al nord come nelle altre regioni».
Restii, i più, a trarne tutte le conseguenze, ciò configura una mutazione antropologica nella Lega, al di là della sua base sociale storicamente centrata su partite Iva, commercianti, artigiani, professionisti, operai. Ma, con quello che c’è in ballo, i mal di pancia veteronordisti te li fai passare, assieme al Dio Po e alle nostalgie dell’Albertino. Anche se i riflessi condizionati sono duri a morire. Racconta, sempre a Novara, Maria Luisa Astolfi che quando venne Salvini in campagna elettorale lei gli disse: «Se non conquistiamo il resto d’Italia, cosa possiamo combinare da soli al Nord?» «Che dici?», la rimbrottò il marito commerciante, consigliere provinciale. Salvini, invece: «Tranquilla, ci sto pensando...»
Come? E con quali alleanze? Ergersi a paladino della sovranità nazionale con un partito a base territoriale, esteso su un terzo del paese, è come giocare a poker con un mazzo da briscola. Puoi diventare Lega Italia, rischiando di perdere al nord i voti che forse conquisti al sud. O resti ciò che sei e fai crescere una formazione parallela e alleata al centrosud. La via di mezzo, lista “Noi con Salvini” sotto la linea gotica, è buona per una tornata elettorale ma zoppa sul lungo periodo.
Quando poni la questione le risposte sono sempre un po’ stralunate. Chi lo sa cos’è meglio. Tappa allora nella bergamasca, Misano di Gera d’Adda, tremila anime, una Rio Bo del Carroccio: sindaco donna, undici consiglieri su undici, niente opposizione, otto per cento di immigrati tutti ben integrati, bimbi islamici che giocano all’oratorio, zero profughi, tre rifiuti di fila alla richiesta del Prefetto. «Fosse per me, Salvini per tutti e per tutta la vita», dice Giusy Pirovano, laurea in Diritto internazionale, al secondo mandato, la sola a rigettare il preoccupante ritorno in auge dell’uomo forte; «ma, con una sovranità da riconquistare e uno Stato da rifondare, una seconda formazione nostra alleata per arrivare ovunque credo sia una strada sensata. La potrebbe guidare Giorgia Meloni: è preparata, in gamba, crede in quello che fa, è la migliore».
Sì, piace a tutti, la Meloni, qua come altrove. Di Berlusconi, invece, pare si siano scordati, un pezzo di antiquariato, e Forza Italia una confusa nebulosa, quelli come il ligure Giovanni Toti verranno, gli altri facciano ciò che gli pare. Le velate avance dei Cinquestelle nel caso vincessero loro, con Grillo schierato come la Lega contro l’immigrazione e per l’uscita dall’euro (e pure per la riapertura delle case chiuse)? Non si fida nessuno, i suoi hanno votato col Pd l’abolizione del reato di clandestinità, gli devi prendere voti e consensi, mica portare acqua al suo mulino. A creare qualche imbarazzo, nel risiko delle alleanze dell’Internazionale sovranista, è semmai che l’etichetta “estrema destra” di quei partiti venga appiccicata pure alla Lega: «Mai sentita di destra», dice la Pirovano, «e neanche Salvini, mi pare».
In verità non è questione di pura nomea: ti allei con l’Fpö che chiude le frontiere austriache e ti blinda i migranti in Veneto? «Fan benissimo! Non è una contraddizione, noi stiamo con chi tutela i suoi confini. Come dovremmo fare noi. Li salvi, sui barconi, e li riporti indietro. Subito!» Massimo Candura è segretario cittadino di Treviso. Lui, con Dimitri Coin giovane segretario provinciale e gli altri convenuti, hanno appena snocciolato numeri e storie sull’invasione di clandestini, una caserma che scoppia di profughi, spaccio e risse in zona stazione. E stigmatizzato il «genocidio culturale in atto»: per l’inesorabile calo demografico, quando «rinneghi la parlata dei tuoi nonni», se lasci «che l’Islam prenda piede fino a imporre la sua legge». E dunque sì, alleato è «chi difende la sua identità di nazione».
Fai notare che Frauke Petry è Alternative für Deutschland, mica per la Renania o lo Schleswig-Holstein, e Marine Le Pen mica inneggia all’indipendenza della Languedoc-Lengadòc. «E allora? Anche noi siamo nazionalisti. Veneto nazione. Come Francia e Germania. L’Italia non esiste, è solo un apparato burocratico. Popolo e civiltà venete, così recita lo statuto della Regione. Cominciamo dal referendum sull’autonomia spinta indetto dal nostro presidente Luca Zaia. Prima il Nord, come ieri, del Sud servono i voti...». Nel giugno 2013, dopo 19 anni di ininterrotto dominio, ricandidato come nel 1994 il sindaco-sceriffo Giancarlo Gentilini, la Lega ha perso la città, ora al centrosinistra. Com’è potuto succedere? «Non abbiamo avuto coraggio. Dovevamo cambiare. Innovare». Ah, ecco.