Delle due l’una: o la situazione in casa Renzi è così traumatica da dover ricorrere alla consulenza di un vero esperto in fatto di commistioni politico-giudiziarie, oppure la sinistra si è abituata negli anni a fare la “manettara” tanto da non ricordare bene cosa significhi in italiano la parola “garantismo”. Il diritto cioè del cittadino comune, uguale davanti alla legge, di avere garanzie costituzionali che gli consentano di difendersi di fronte all’ipotetico attacco di un potere dello Stato, nel caso specifico giudiziario.
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Bene, il caso Consip è il contrario. E andrebbe affrontato subito e solo in maniera politica. Liberando il campo da circoli di amici e vicini di casa. E ripetendo come un mantra che proprio nel nome del garantismo, il primo dovere di un ministro della Repubblica sarebbe quello di riprendersi lo status di cittadino normale, godere di tutte le garanzie costituzionali previste per la sua difesa, dimostrarsi innocente, riassumere l’incarico. Altrimenti potremmo sembrare la fattoria di George Orwell, nel suo cinismo più andreottiano, tutti a dire che siamo uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.
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Vi state godendo il week end? Il Pd al gran ballo delle primarie partendo dal Lingotto. Con Renzi che cambia trama al film. E un effetto cinemascope: voto Emiliano e cambio canale, voto Orlando e metto in pausa, voto Renzi e chissà cos’altro può capitare, nel bene e nel male, in questa saga hollywoodiana a ritmi da action movie. Intanto, a occuparsi di fare da diga, ultima e solitaria, a un trumpismo dilagante, spalleggiato da Vladimir Putin (le montagne russe della nostra copertina) resta Mario Draghi, che nel numero in edicola da domenica 12 marzo cerchiamo di raccontare. Ultimo - incredibilmente italiano - a tenere una rotta, almeno economica, in questa Europa senza unità politica. Mentre in Italia stiamo sospesi fra la guerra dei poveri e pizzini con la “T”. Che non sappiamo a chi si riferisce. Ma certo non è la “T” di Trump.
Twitter @Tommasocerno