Domandarsi il senso delle cose va incontro alla naturale curiosità infantile. E insegna a esprimersi meglio

Illustrazione di Claudio Sale
La Morte ha gli occhi verdi e una margherita tra i capelli. Gironzola su una bici rosa, ma si capisce che non si diverte affatto: non ha uno straccio di amico, non sa bene chi sia. Finché non incontra la Vita, ne diventa la compagna inseparabile, e insieme partono per un lungo viaggio.
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“Life and I”, dove “I” è la morte e l’altra è la Vita, della norvegese Elisabeth Helland Larsen, edito da Magikon e non ancora tradotto in italiano, è un suggestivo, raffinato albo illustrato che punta dritto al più scabroso dei nodi esistenziali: chi è la morte, se non l’altra faccia della vita? Destinatari: i bambini. Tra umorismo e metafore, sempre più spesso introdotti ai misteri dell’universo e ai percorsi del pensiero sin dai primi anni scolastici.
Corsi, laboratori, libri: il fenomeno sta diventando sempre più evidente. E contagioso, almeno stando alla naturale propensione agli interrogativi dei più piccoli: filosofi per istinto. Curiosi di arrivare all’anima delle cose, esattamente come i pensatori di professione.
illustrazione di Claudio Sale

L’idea della “kinderphilosophie”, educazione alla filosofia dei più piccoli, del resto, non solo non è nuova, ma è di quelle che ciclicamente si rinnovano. E ora gli eredi della “Philosophy for Children” (nota come P4C) che dagli anni Sessanta in poi ha rielaborato l’intuizione del professor Matthew Lipman - migliorare la capacità di pensiero attraverso un training con i grandi filosofi del passato - sembrano essersi moltiplicati. “Post philosophy for children” hanno battezzato questi tentativi nuovi di risvegliare la filosofia a scuola e di non bloccare la metodologia originaria con approcci cristallizzati Silvia Bevilacqua e Pierpaolo Casarin, curatori del volume “Philosophy for children” (Mimesis edizioni), contenente pratiche di filosofia realizzate in diverse scuole primarie di Milano.
Illustrazione di Claudio Sale

Prendiamo le “greguerías” di Ramón Gómez de la Serna, concepite all’inizio del secolo scorso: approdate nel catalogo di Giralangolo con il titolo “I bambini cercano di tirarsi fuori le idee dal naso”, esattamente questo rappresentano: fantasiose intuizioni, fulminanti come aforismi, sui misteri dell’universo. Verità come quelle esplorate dai grandi pensatori del passato, da Platone e da Kant, da Seneca e da Freud, e riproposte da Anna Vivarelli in “Pensa che ti ripensa”: domande sul tempo, sulla morte, sull’amore e sull’amicizia, per giovani menti (Piemme, Il battello a vapore). O i titoli pronti ad approdare alla Bologna Children’s Book Fair (dal 3 al 6 aprile prossimo): “Papà chi lo ha inventato?”, testi di Ilan Brenman e illustrazioni di Anna Laura Cantone (Gallucci Editore); “Papà Gugol” di Paolo Di Paolo, dove i bambini che si interrogano su tutto ciò che li circonda si affidano al motore di ricerca su Internet anche per i loro quesiti esistenziali (Bompiani); “Il Mistero della vita” di Jan Paul Schutten e le illustrazioni di Floor Rieder (Ippocampo). O il picture-book di Liuna Virardi (in francese, per éditions MeMo): “Comment tout a commencé”.

«I bambini si pongono continuamente i grandi perché della vita», sottolineano alla Fiera bolognese: «Sono filosofi e filosofe per natura, che mettono candidamente sotto scacco gli adulti con le loro domande spiazzanti: al tempo stesso così ingenue e così profonde». Merito di menti dove l’intelligenza emotiva e quella razionale, creatività e memoria, empatia e autocontrollo sono ancora da educare: per sbirciarle “Il cervello del bambino spiegato ai genitori” (Salani) del neuropsicologo Álvaro Bilbao è stato un bestseller in Spagna e ora arriva anche in Italia.

«I bambini partono dall’idea che nulla nasce da niente, ma tutto sia originato da qualcos’altro. Se nessuna idea nasce per caso, ragionare insieme, riflettere ad alta voce dà origine a cose meravigliose. Tanto più che non hanno la mania della proprietà delle idee: metterle in comune, e vedere cosa originano, è per loro un gioco davvero appassionante”, nota Andrea Valente, che per Lapis edizioni ha appena pubblicato “Un’idea tira l’altra”, dedicato alla storia delle idee. Filosofo di formazione («ma preferisco che mi definisca un nullasapiente»), Valente, narratore di Merano che vive e lavora a Stradella, abitualmente incontra i bambini nelle scuole elementari: «La quinta elementare è l’età ideale, ma già dagli anni precedenti i ragazzi sono perfettamente in grado di familiarizzare con la filosofia. Io racconto storie che fanno parte dell’excursus filosofico. Spalanco finestre, mostro paesaggi diversi. È questa apertura alla varietà il merito più grande della filosofia».

Svelare possibilità. Seminare dubbi. Non fornire risposte univoche: ma come la mettiamo col bisogno di certezze dei bambini? L’importante, sostengono gli esperti, è ascoltarli e non far cadere nel vuoto le loro richieste: «Basta guardarli durante le lezioni per capire che il momento più divertente, è proprio quando a una domanda si trovano risposte diverse, persino opposte, ma tutte plausibili», sostiene Valente.

«Più interessante di dare una risposta secca è mostrare come a quegli stessi quesiti hanno risposto, prima di loro, i grandi pensatori del passato: Socrate, Platone, Eraclito si trasformano, in questo modo, in personaggi contemporanei. Ed è bellissimo vedere i bambini interagire col loro pensiero senza pregiudizi», interviene Nicola Zippel, che insegna Storia e Filosofia in un liceo romano, ma che ai più piccoli, a partire dalla terza elementare, si rivolge da anni attraverso laboratori intitolati “L’alba della meraviglia”: «I miei corsi si articolano in tre parti», racconta: «Si comincia con i presocratici, fino a Platone; si prosegue con Anassimandro, Pitagora, Gorgia, fino alla morte di Socrate, il cui racconto appassiona sempre; poi con un viaggio tra le filosofie orientali, dal buddismo al confucianesimo».

La sua esperienza è raccontata in un libro, “I bambini e la filosofia” (pubblicato da Carocci). «Come si insegna la filosofia ai bambini? Raccontando storie. Il racconto svolge un ruolo fondamentale: non a caso, si parte da pensatori che utilizzano narrazioni molto vicine alla mitologia. Ci sono momenti in cui non serve spingersi troppo in là in tecnicismi; ci sono temi che i bambini non coglieranno per intero, ma è proprio questa la sfida: aprirli alla curiosità. Mostrargli l’inizio di una strada che è ancora in costruzione, e della quale conoscono solo le prime pietre. Se è utile ai bambini la filosofia? La motivazione fondamentale è insegnare loro a ragionare e ad argomentare le loro idee».

Metterli in condizione di costruire pensieri complessi, trasmettendo i principi di un’architettura logica, sequenziale. Tornare alla filosofia può essere la strada per recuperare quella capacità di espressione che oggi gli stessi insegnanti denunciano come zoppicante e lacunosa? Se il mondo adulto ha, cioè, reso residuale la filosofia, palestra di critica, di metodo e di approfondimento, può l’infanzia recuperare capacità lessicali e argomentative proprio attraverso il suo studio?

«È una delle mie ambizioni principali», dice Zippel: «Non a caso, rivolgo ai bambini continuamente domande, chiedendo di esercitarsi a esprimere le loro idee. Non mi basta che mi dicano: sono d’accordo. Li invito a utilizzare sinonimi; a spiegare cosa hanno capito fino a quel momento. Perché parlare aiuta a comprendere davvero. E perché è un esercizio importante per sviluppare una efficace capacità di argomentare». Potenzialità che hanno spinto anche la Fondazione Collegio San Carlo di Modena e Fondazione Mast di Bologna a organizzare un ciclo di conferenze destinato a insegnanti ed educatori: “Il Nido delle idee. Filosofia con i bambini” si è appena concluso, e già molte scuole materne hanno cominciato a sperimentare l’insegnamento.
Perché «filosofare diventi davvero una pratica di tutti, e non una materia da apprendere in una certa fase scolastica solamente», nota Grazia Gotti, pedagogista e storica libraia, fondatrice a Bologna della Libreria per ragazzi Giannino Stoppani: «Lo stesso racconto dell’infanzia, un po’ moralistico e didascalico, si è completamente trasformato in questi ultimi anni: è diventato sapienziale, adatto ad adulti e bambini che si ritrovano insieme ad affrontare i grandi nodi della vita.

Come nella storia pubblicata dalla coraggiosa casa editrice norvegese, della Morte e della Vita che si scoprono facce della stessa medaglia, la filosofia non è più una storia del pensiero filosofico come in passato, ma ispira testi di grande riflessione per tutti».

Una connessione tra i libri destinati ai bambini e il mondo adulto che, insieme alla matrice scolastica ed educativa, contraddistingue Giunti editore. Beatrice Fini, il direttore editoriale, conferma il trend bibliografico: «Una decina d’anni fa lanciammo una collana intitolata “Piccole Grandi domande”, che affrontava esplicitamente temi come il bene e il male, la libertà, il senso della vita. Destò l’attenzione degli educatori, ma non ebbe grande successo di mercato: gli adulti, i genitori, non erano pronti. Da allora, l’approccio è cambiato: in collane apparentemente ludiche sono entrate domande autenticamente filosofiche». “Tea”, per esempio, una serie di prime letture scritte e illustrate da Silvia Serreli per baby lettori dai 4 anni in su, ha per protagonista una bambina che esplora il mondo, cercando di rispondere alle domande che la vita le mette davanti: cos’è la bellezza, la paura, la diversità, gli ostacoli quotidiani.

«Ma anche il Dr. Seuss, il più amato autore di libri per bambini della letteratura americana, proponeva filosofia per bambini», aggiunge Fini: «Educava, divertendo. Con quello spirito di responsabilità che gli adulti dovrebbero sempre avere, dando ai più piccoli gli occhiali giusti per leggere il mondo».

Il pensiero immaginifico dei bambini non aspetta altro: lasciare che un pensiero, anziché esaurirsi, si propaghi all’infinito. Ed esplorare il piacere di dialogare e argomentare. «Dai temi concreti alle questioni fondamentali, i bambini pretendono di approdare all’inizio dell’inizio dell’inizio, e non si danno per vinti se non ricevono una risposta», interviene Anna Oliverio Ferraris, psicoterapeuta e docente di Psicologia dello sviluppo: «I bambini riflettono su tutte le questioni fondamentali oggetto di indagine filosofica.

C’è un’età precisa nella quale questi “perché” affiorano e si impongono: è importante che le risposte siano date nel linguaggio specifico dei bambini. Il limite dell’insegnamento della filosofia è nella varietà di risposte che offre: la cosa più importante è non creare incertezze. La filosofia è un grande esercizio di costruzione del pensiero: può davvero aiutare a sviluppare una capacità sequenziale, di causa-effetto, nel ragionamento. A patto di tenere presente che la logica dei bambini è applicata alla concretezza, non all’astrazione. Per questo credo che anche gli argomenti da trattare vadano scelti in base all’età. E mi chiedo se su certi temi, che costringerebbero i bambini a fare i conti da subito con il relativismo, non sia il caso di rimandare a momenti successivi: le risposte sulla morte, ad esempio, dipenderanno dalle idee dell’adulto: dal suo essere agnostico o dal suo avere fede. La filosofia va incontro alla naturale curiosità dei bambini: bene insegnarla, ma attenzione a non trasmettere insicurezza e pessimismo».

“Houston, abbiamo un problema” sbotterebbe, giocosa e sfrontata, “La bambina filosofica” di Vanna Vinci (Bao Publishing). Mentre La Vita e la Morte, coi fiori tra i capelli, se la ridono di gusto dalle pagine del racconto: non sai che spasso la sera arrostire marshmallow sul fuoco.

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