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Mondo
marzo, 2017

Alain Touraine: "Il mondo Atlantico è al capolinea"

Alain Touraine
Alain Touraine

L’Europa è più forte se rompe con l’America. Parla il sociologo della globalizzazione

Alain Touraine
Alain Touraine, 92 anni, uno dei più grandi sociologi viventi, studia da una vita i cambiamenti del lavoro, gli effetti della globalizzazione, le disuguaglianze. Oggi le sue riflessioni sono soprattutto sulla crisi dell’Europa, sui “populismi” e sui grandi cambiamenti sociali in corso nel Vecchio Continente in questa fase di rivolta contro la globalizzazione.

Professor Touraine, perché l’Europa è in declino?
«Quando si sono mossi i primi passi per la creazione di un’Europa senza guerre, molti paesi europei stavano vivendo un processo economico di rinascita, anche grazie al sostegno economico americano. Oggi tutto questo non c’è più: siamo in un’altra fase, del tutto diversa, iniziata dopo la crisi del 1973, prima tegola sulla globalizzazione. Nessun paese europeo vuole creare un’Europa federale con ampie capacità decisionali per non perdere ulteriore sovranità. In un mondo globalizzato, è fondamentale definire le condizioni non in termini nazionali, ma prima di tutto globali. E la condizione che rende l’Unione Europea necessaria, utile e sostenuta dalle popolazioni sta in un totale abbandono del mondo europeo da parte degli Stati Uniti».

Che è quello che sta accadendo ora con Trump?
«Infatti. Per decenni l’Europa è dipesa economicamente dagli Stati Uniti, quindi dalla loro volontà. Questo è avvenuto anche con Reagan, Clinton e Obama. Così si è assistito in Europa all’affermarsi di governi di destra molto liberali, o reazionari dal punto di vista sociale, assieme alla distruzione dei partiti di sinistra e di un modello socialdemocratico in nome della Terza Via di Tony Blair, che è una destra modificata. Durante il periodo della Terza Via, l’esistenza dell’Europa non era né utile né importante, in quanto incarnava la dominazione del sistema angloamericano. Ora con Trump sta avvenendo una rottura profonda, un ritorno all’isolazionismo americano, dovuto a un deficit importante del commercio internazionale americano e perché per gli Usa c’è un solo problema importante, la Cina. Per dirla altrimenti: abbiamo vissuto un mondo mediterraneo, per molti secoli. Poi a partire dal ’400 in un mondo Atlantico. Oggi siamo entrati in un mondo Pacifico».

E qual è il ruolo dell’Europa in un mondo Pacifico?
«L’Europa può esistere ed essere molto più forte se accetta e porta avanti la rottura con gli Stati Uniti. Senza riproporre la Terza Via blairiana, ma con uno sforzo di rinascimento della socialdemocrazia, molto debole in questi ultimi anni. Molto dipende dagli Stati Uniti, visto che stiamo vivendo in un mondo Pacifico, in cui l’Europa è in seconda linea e la Russia non è il nemico principale e in cui la Cina, che non è un nemico ma è parte del sistema, vuole aumentare il suo livello tecnologico e scientifico e per farlo non deve più essere la fabbrica del mondo, ma il laboratorio del mondo come la California».

Nel suo ultimo libro, “Le nouveau siècle politique”, lei parla di universalismo come tratto fondamentale della modernità, oggi è messo in discussione dalle forze populiste in Europa...
«La prima caratteristica dei paesi europei è un deficit di partecipazione, non solo politica. I paesi europei, chi più chi meno, sono dualisti: solo una parte della popolazione partecipa al sistema globale. Germania, Italia e Francia soprattutto, sono paesi dualisti. Quest’ultima si è deindustrializzata e lo ha fatto con entusiasmo, una cosa totalmente stupida. È la ragione che ha creato il Fronte Nazionale di oggi. Quando si presenta una situazione come questa, qual è l’obiettivo fondamentale di un paese? Dare priorità assoluta alla ricostruzione dello stato nazionale. Ma ora è importante il vocabolario. È a livello nazionale che si sono creati i diritti politici e sociali. Nell’Ottocento, e specialmente durante la primavera dei popoli del ‘48. Ora questa visione francese universalista dello Stato nazionale è stata sorpassata in termini teorici dalla visione tedesca, che fa riferimento allo stato popolare. In tedesco popolare si dice volkish, che era la parola che usava anche il partito nazista per definire sé stesso. Questa è la situazione dell’Europa di oggi. Se prevale questo nazionalismo volkish, popolare, populista, ci sarà la vittoria di un orientamento antieuropeo. Due anni fa, chiunque avrebbe detto che non c’era nessuna possibilità per queste forze nazionaliste di vincere. Dopo la Brexit e Trump chi può ancora sostenerlo? Il paese più minacciato è sicuramente la Francia, dove il Fronte Nazionale, il partito nazionalista popolare, può raccogliere ampi consensi e portare la Le Pen all’Eliseo».

Nel suo ultimo libro lei si chiede anche cosa significa essere di sinistra oggi in Francia. Qual è la risposta?
«Nel momento attuale essere di sinistra significa, anche, essere pro-europei, antiautoritari, antipopulisti. Nella congiuntura politica attuale, un orientamento pro-europeo è un aspetto centrale della volontà di difendere un elemento fondamentale di democrazia».

Se i partiti di sinistra in questa fase non se la passano bene, anche i movimenti sociali vivono un periodo di grande difficoltà nell’affermarsi…
«I primi movimenti operai, in Gran Bretagna e Francia, emergono tra il 1830 e il 1848. In Francia il partito socialista si crea nel 1905 e il sindacato Cgt nel 1895. Settanta anni per organizzare il movimento operaio. E oggi si pretende di trasformare in tre o quattro anni un movimento di opinione in un movimento sociale e un movimento sociale in un partito politico! Io prendo enormemente sul serio l’idea che stiamo passando da un tipo di società ad un altro, esattamente come si è passati dal capitalismo mercantile alla società industriale. Oggi questa trasformazione avviene con una rapidità straordinaria grazie alle tecnologie. I problemi attuali dei movimenti non stanno nella mancanza di volontà di azione: la questione è come passare da un movimento di opinione a un movimento che non è economico-sociale come fu quello operaio ma “etico democratico”. Evolvere da un movimento di opinione ad un movimento sociale che è etico e democratico e poi verso un’azione politica è estremamente complicato e in molti paesi questo non è mai successo. Credo che gli intellettuali in questo non abbiano aiutato. C’è una incapacità intellettuale, una responsabilità dell’intelligenza, una difficoltà oggettiva, culturale e intellettuale. Siamo in un processo sempre più difficile, e il come passare da un movimento di opinione che nasce su Facebook e più in generale da reti sociali a un movimento o una serie di movimenti deve diventare il tema principale di studi sociologici in Europa. Ci sono movimenti di opinione ed elementi di movimenti sociali di tipo nuovo in molti paesi. Dire che nulla succede è perciò un errore. Così come è un errore pensare che sia stato facile in passato, e impossibile oggi. È su questo che oggi dobbiamo lavorare».

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