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Messico on the road: sguardi d'autore

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Il Paese visto con gli occhi di un grande fotografo che l’ha girato per sette anni. Cogliendone non solo l’avventura, ma anche lo stupore, le metafore, le casualità (Foto di Nicola Lorusso)

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La storia è questa: un fotografo fiorentino, cresciuto su dipinti e sculture e anche su un’idea della natura come opera d’uomo e che ha a che fare con il classico (è questa l’essenza dell’umanesimo rinascimentale), si innamora di una ragazza messicana e le ragioni del cuore lo portano a vivere nel Paese di lei. Così Nicola Lorusso, sedici anni fa, diventò un immigrato, un essere umano che all’improvviso, per un puro caso della vita, si è trovato in un luogo nuovo, estraneo, tutto da scoprire e da addomesticare. E come fa un fotografo a esplorare un paesaggio finora a lui sconosciuto? Semplice: viaggiando e fotografando. Ecco spiegata la genesi di un libro di fotografie straordinario per la radicalità delle immagini, scattate tra il 2002 e il 2009 lungo le strade del Messico.

Diceva Susan Sontag, un’intellettuale che forse meglio di altri e sicuramente tra i primi ha teorizzato le contraddizioni insite nella prassi e nell’arte delle immagini fisse (allora) impresse sulla pellicola, che la foto (un artificio e un inganno, come tutte le opere d’arte) dà l’impressione che possiamo tenere tutto il mondo nelle nostre teste, come un’antologia di immagini, appunto. Le fotografie di Lorusso sono proprio questo: una serie di quadri che non riproducono ma creano un mondo, sotto la forma dell’antologia delle immagini.

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Il progetto su cui Lorusso ha lavorato per tanti anni è intitolato Dedalo. E siamo nel mito, nell’arcaico, nel tempo che precede Platone e Aristotele, nell’epoca prima del primato della ragione, sebbene nella sua accezione antica e non illuministica. Mito è sinonimo dello stupore, un po’ bambinesco, uno spazio narrativo dove tutto è possibile e dove spesso la natura è ostile, minacciosa e comunque non soggetta al potere degli umani. Nei racconti mitici l’uomo spesso si perde, è costretto a errare (quindi a commettere errori), esposto come è ai poteri degli elementi e degli dei. Dalla sua può avere la forza (Ercole), l’astuzia (Ulisse), l’intelligenza (Dedalo). Dedalo infatti è l’architetto del labirinto a Creta dove venne imprigionato Minotauro, ma dove finì rinchiuso pure lui, assieme al figlio Icaro. Per fuggire, Dedalo costruisce delle ali.

Lorusso, alla domanda delle ragioni del titolo del progetto, risponde che per lui Dedalo è sinonimo del labirinto. E spiega (così torniamo alla radicalità delle immagini) quanto per lui, il fotografo, il viaggio e il cammino non siano mai un processo lineare, ma un’avventura piena di incognite, di imprevisti e dove l’importante è lo stupore. Lo stupore, ma di fronte a che cosa? Di fronte al creato? Alla natura? Nelle foto di Lorusso la natura regna da sovrana. Ma non è una natura primordiale e incontaminata; non è una natura che ci sovrasta ma cui vorremmo far fronte (come per esempio nel caso di “Viandante nella nebbia”, un classico di pittura romantica, di Caspar David Friedrich). Le immagini del fotografo fiorentino, a un primo sguardo, ci gettano invece in mezzo a un paesaggio dove per prima cosa si nota l’assenza degli esseri umani. E, per continuare con le citazioni, viene in mente “La strada” di Cormack McCarthy, un allucinato romanzo on the road, in una terra desolata, in un mondo dopo la catastrofe. Ma è davvero così?

Guardiamo l’immagine che apre questo servizio, la foto scattata a Veracruz nel 2005: un lungomare, un lampione, la facciata di un edificio contemporaneo e un cartello pubblicitario in rovina e dove tuttavia si vedono due labbra molto rosse. Dire che siamo alla poesia è banale, ma lo diciamo lo stesso. E poi? E poi, c’è il fattore tempo. E, del resto, ogni foto degna di questo nome è per definizione un racconto che si svolge non solo nello spazio, ma anche nel tempo, appunto. Altrimenti sarebbe solo un tentativo fallito di fissare ciò che l’occhio (non) vede. A osservare l’immagine, in apparenza statica, sentiamo invece lo scorrere del tempo, forse perché il punto focale, il manifesto che invita al consumo è esso stesso consumato. Ma poi consumo di che cosa? Di un rossetto? Forse.

Ma sicuramente l’immagine delle labbra rossissime e femminili ci porta (noi maschi adulti e occidentali) alla nostalgia della felicità. Nostalgia, non sogno, perché è una felicità che riporta a un passato immaginario e a un desiderio altrettanto immaginario e struggente dell’avvenire. In tutto questo manca l’uomo; il soggetto della nostalgia, del tempo, del cammino. Così, come manca il soggetto in un’altra immagine, fissata a San Juan de la Costa, sempre nel 2005. Si vede una strada, anzi una curva, quasi per sottolineare quanto le strade siano sempre tortuose, a picco sopra un mare che si fonde con il cielo, lasciando però a vedere una sottile linea di divisione tra i due elementi, come per dire che comunque la natura ha le sue regole.

Lorusso dice che le sue sono foto «metaforiche e ametodiche». E anche che lui a un certo punto pensava di unirsi ai fotografi “umanisti” di Magnum, ma poi ha pensato che gli interessava altro. Magnum è la leggendaria agenzia di Henri Cartier-Bresson con la sua Leica, ma anche del grande Robert Capa (e non dimentichiamo la sua compagna Gerda Taro) e di David Seymour. Cartier-Bresson e i suoi compagni umanisti teorizzavano «l’istante decisivo», il momento atteso in cui scattare la foto per raccontare l’uomo che agisce. Per Lorusso l’istante decisivo invece non esiste e basta vedere le sue foto. Ci sono invece le tracce, il contesto che si fonde con il testo. Il presente è del tutto casuale e quindi niente può essere decisivo, anche perché il paesaggio del suo nuovo Paese è un territorio colonizzato dall’uomo; salvo che a forza di intervenire sulla natura si arriva al postumano. Lorusso spiega che «anche dal punto di vista etico, fotografare la natura, pensando a una natura incontaminata è sbagliato, falso, obsoleto». Aggiunge: «quando penso alla natura provo solo un senso di colpa».

E così si arriva alla questione dell’autenticità. Chi fruisce delle foto è alla ricerca della “verità”, tra virgolette perché intesa come categoria metafisica e dell’assoluto. Non a caso le foto vengono usate, quasi come prove, nei dibattiti forensi. Verità e autenticità, a loro volta, sono due parole che spesso associamo o trattiamo come sinonimi. La vera natura sarebbe quindi autentica se e quando incontaminata. Invece nelle foto di Lorusso è evidente quanto l’autenticità stia proprio nella contaminazione, nella dinamicità, nella trasformazione. L’assenza degli umani nelle foto finisce per sottolineare proprio questo aspetto dell’autenticità. Salvo rendersi conto quanto dinamicità non significhi velocità, ma anzi, la lentezza. Il viaggio sulle strade del Messico è lento, accidentato (nel senso dell’imprevisto), è un muoversi curioso come se il fotografo stesse in un labirinto, dove ogni via è foriera di sorprese e dove la distinzione tra il già visto e l’ignoto non è chiarissima. Immagini oniriche quindi? No. Immagini invece che raccontano l’assenza e che narrano «luoghi involontari» (definizione del fotografo). L’assenza, se si ha la forza di affrontarla, è la porta del desiderio.

Si diceva che il progetto Dedalo è uno strumento di conoscenza di un Paese nuovo da parte di un immigrato. Ecco, quello che per l’autoctono è evidente e non necessità di spiegazione per un immigrato è oggetto di stupore e materia da indagare criticamente. In fin dei conti è questo il senso del lavoro di Lorusso. E anche l’assenza presente nelle sue immagini non ha niente di metafisico, ma è invece concreta e ancorata nel tempo: per assimilare il nuovo, per addomesticarlo, occorre cancellare il soggetto e se stessi. Non è forse questa la condizione postmoderna di tutti noi umani, stranieri e viandanti nel mondo globalizzato?

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