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Attualità
settembre, 2017

In Italia ci vogliono 1.600 giorni per una sentenza definitiva

Processi che non finiscono mai, contraddizioni, assurdità che gridano vendetta: il nostro sistema legale resta lontanissimo dagli standard dei paesi più avanzati. Come dimostrano queste storie di ordinaria malagiustizia

Processi lentissimi, tribunali in perenne arretrato, sentenze senza effetti. Sono malattie croniche del nostro sistema legale, che una serie di recenti riforme, dopo decenni di leggi e leggine con risultati nulli o negativi, ora promettono di guarire. La realtà della giustizia italiana resta però lontanissima dagli standard dei paesi più avanzati. Lo confermano magistrati e avvocati di grande esperienza. E lo documentano troppe vicende che a Londra, Berlino o Parigi suonerebbero inverosimili. Prima di interrogare giuristi e addetti ai lavori, per capire quale diritto possano aspettarsi i cittadini dopo le ultime riforme, conviene partire da qualche caso concreto. Storie di ordinaria malagiustizia. Che fanno comprendere perché, nonostante i primi segnali di miglioramento, tra i professionisti della legge regna ancora il pessimismo.

Il primo caso evidenzia una verità da non dimenticare mai: di ritardata giustizia si può morire.

In Sicilia, nel 1993, un piccolo imprenditore edile denuncia per concussione (estorsione di tangenti) il dipendente comunale che gli blocca tutti i cantieri. Dopo lunghe indagini e un processo approfondito, il funzionario viene condannato in primo grado, nel 2001, a cinque anni di reclusione. La condanna è confermata in appello, nel 2006. Quindi l’imprenditore si prepara a incassare il risarcimento: manca solo il timbro della Cassazione. Ma nel 2010 la Corte Suprema annulla tutto, per queste ragioni: «La sentenza d’appello era scritta a penna e in diversi passaggi risultava illeggibile, per cui la Cassazione ha riscontrato difetti di motivazione», chiarisce l’avvocato Rosario Pennisi. Tornato in appello, il nuovo processo (il quarto) si chiude nel 2016 con un verdetto capovolto: l’ex condannato viene assolto. A quel punto il denunciante si sente dire che non avrà nessun rimborso, anzi sarà lui a dover pagare le spese legali. Poche ore dopo, l’imprenditore si uccide. «Aveva affidato la sua vita a questo processo, dopo il blocco dei cantieri era stato aggredito anche dalle banche, si è sentito tradito e rovinato», ricorda il suo avvocato catanese: «Si è sparato nella sua casa, a Linguaglossa. Io resto convinto che avesse ragione. Invece ho dovuto spiegare alla vedova, ai tre figli, che la giustizia ci ha punito dopo averci dato ragione due volte. Un processo non può durare 23 anni e portare a sentenze così contraddittorie».



Dal profondo Sud al ricco Nord, è allo sfascio la legalità quotidiana. In Veneto ogni avvocato può fornire elenchi di orrori giudiziari. Caso più comune: l’omicidio colposo. Nel 2012 un poliziotto che lavora per i tribunali muore in un assurdo incidente stradale. Lascia la moglie, casalinga, e due bimbi di sei mesi e due anni. La procura di Verona chiude l’indagine nel 2014 e nel 2015 l’accusato viene rinviato a giudizio. Ma poi si ferma tutto: il tribunale è intasato di processi. Ora la vedova è bloccata dalla legge, come migliaia di vittime di incidenti o infortuni sul lavoro: il processo penale è destinato alla prescrizione e la successiva causa civile ha una durata prevista, in Veneto, di oltre dieci anni.

«La giustizia in Italia ha toccato il fondo», è l’amaro commento dell’avvocato della vedova, Davide Adami: «Il processo funziona solo nella fase cautelare, con gli arresti, ma i dibattimenti sono un disastro. A Venezia la corte d’appello, che ha croniche carenze di organico, fissa i processi con anni di ritardo. Così i reati ordinari vengono cancellati dalla prescrizione. E la lentezza favorisce anche gli errori giudiziari: a distanza di anni, i testimoni non ricordano e i giudici non hanno più il tempo di approfondire».

La Sardegna è una delle regioni più colpite dal mal di giustizia, con casi di ritardo da primato mondiale. Qui, nel 1960, muore il proprietario di 721 ettari di terreni sulla splendida costa fra Chia e Teulada. Il ricco possidente ne lascia gran parte (508 ettari) ai due figli maschi, scontentando le quattro femmine, che impugnano il testamento per lesione della “legittima”, la quota minima obbligatoria. La procedura avanza lentissima e col passare degli anni muoiono giudici, periti, avvocati e gli stessi eredi, per cui la causa si ferma più volte e poi prosegue tra i discendenti. La sentenza di primo grado viene emessa nel 2009: dall’avvio della causa sono passati 49 anni. Ma la legge prevede anche il giudizio d’appello e la Cassazione, che in teoria potrebbe annullare e far ripetere l’intero processo.

Nel giustizialismo reale c’è solo un problema che preoccupa i cittadini e le imprese più della lentezza dei processi: l’incertezza del diritto. Le leggi dovrebbero essere chiare e condurre a sentenze prevedibili, invece spesso i verdetti sono dubbi e contrastanti. Anche su questioni essenziali per lo Stato come le entrate fiscali. Il più grave caso di evasione degli ultimi anni è documentato dalla lista Falciani: oltre centomila soggetti, tra cui 7.499 italiani, che avevano decine di miliardi in una banca svizzera, quasi mai dichiarati. In Germania, Francia e altri paesi sono piovute condanne e risarcimenti. In Italia i giudici tributari (che spesso non sono magistrati) hanno deciso in ordine sparso: con le stesse prove, alcuni accusati sono stati condannati, altri assolti; molti hanno avuto sentenze contrastanti in primo e secondo grado; qualcuno è riuscito addirittura a far distruggere il suo nome dalla lista per ordine del giudice. In questo caos, si attendeva il faro della prima sentenza della Cassazione, che nell’aprile 2015 ha convalidato la lista Falciani e stangato gli evasori. Pochi giorni dopo, però, un collegio tributario di Milano ha riaperto la via contraria: la lista non vale più, tutti assolti, almeno fino alla nuova Cassazione.

La giustizia che porta al suicidio un imprenditore, ignora la morte di un poliziotto e migliaia di altre vittime di omicidi colposi, fa durare una lite familiare più di mezzo secolo, lascia impuniti gli evasori anche quando la Cassazione sigilla le prove: sembrano casi limite, ma in Italia sono la normalità. L’effetto di una stratificazione storica di leggi sbagliate, che porta un giudice come Piercamillo Davigo, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, a bocciare l’impostazione anche delle ultime riforme: «Si continua a intervenire sull’offerta di giustizia, sulle regole dei procedimenti e sulla magistratura, mentre il problema è un eccesso patologico di domanda: si fanno troppi processi solo per perdere tempo e sperare di farla franca. Negli Stati Uniti il 90 per cento degli imputati chiede il patteggiamento prima dell’unico grado di giudizio, perché teme condanne molto più pesanti. Anche in Germania, Francia o Inghilterra la prescrizione è rarissima. In Italia siamo gli unici ad avere tre gradi di giudizio, la prescrizione più favorevole del mondo e il patteggiamento anche in appello. Il risultato è che non patteggia quasi nessuno, i giudici sono oberati di processi e troppi delinquenti restano impuniti».

Nel ventennio berlusconiano i governi di centrodestra hanno varato leggi punitive per i magistrati: dalla prescrizione più facile, al taglio delle risorse. Dal 2012 i ministri della giustizia hanno studiato riforme diverse, per migliorare soprattutto la giustizia civile: dal processo telematico al tribunale specializzato per le imprese. Ma le novità funzionano solo in alcuni distretti, come Torino, Bolzano o Milano. E la durata delle cause continua a restare sub-europea: in media, più di otto anni.

Anche nel civile, sostiene Davigo, servirebbero «riforme coraggiose»: «I giudici italiani decidono molti più processi dei colleghi stranieri, ma sono affogati da quattro milioni e mezzo di cause pendenti: un’enormità. Il problema è che in Italia chi sa di avere torto resiste comunque. Nei paesi dove i processi civili funzionano, c’è un automatismo: chi fa perdere tempo ai tribunali, rischia una stangata. La giustizia può avere tempi decenti se si ha il coraggio di disincentivare l’abuso dei processi».
Il procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, vede «luci ed ombre» nelle riforme varate dal ministro Orlando: «Certamente utile, soprattutto nel civile, è lo sforzo di limitare il sovraccarico della Cassazione, per concentrare la nostra Corte Suprema sui casi veramente dubbi. Se la sentenza definitiva arriva prima, oltre ai tempi si riduce l’incertezza del diritto: la Cassazione può recuperare il suo ruolo-guida ed evitare che i singoli tribunali, nell’attesa, adottino pronunce contrastanti, che creano sconcerto tra i cittadini».

«Nella direzione della legalità vanno anche le misure per sospendere la prescrizione, che però avranno effetto solo tra molti anni», aggiunge Salvi. La prescrizione è una specialità italiana: il reato c’è, l’imputato lo ha commesso, ma non può più essere condannato, perché sono scaduti i termini. Il centrodestra nel 2005 ha facilitato questo tipo di impunità. La riforma Orlando è corsa ai ripari riallungando i termini, ma si applica solo ai reati futuri, per decisione della Corte Costituzionale. Per almeno 7-8 anni, dunque, la prescrizione continuerà ad incenerire oltre 130 mila processi all’anno. Con punte di oltre il 40 per cento nelle corti d’appello di Venezia e Napoli.

Di fronte a una giustizia che gira a vuoto, Salvi considera sprecata l’occasione di una riforma strutturale: «In generale è mancata la necessaria consequenzialità logica. Resta, ad esempio, l’annoso problema delle notifiche degli atti, una delle principali cause di ritardo. Non sono state fatte scelte nette di semplificazione, ma con le mezze misure i processi continueranno a saltare. Liberare la Cassazione rischia di servire a poco, se insieme si aggravano i carichi delle corti d’appello. Anche il dovere per i pm di chiudere le indagini in tre mesi rischia di restare inapplicato, se non si aumentano i giudici e il personale: la procura di Roma ha oltre 50 mila indagini già concluse che restano ferme perché è il tribunale a non avere forze sufficienti».

Consapevole che la crisi dei processi sta demolendo la credibilità dei magistrati, il pg Salvi chiede anche ai colleghi una svolta autocritica: «Per troppi anni abbiamo dovuto concentrarci sulle grandi emergenze: terrorismo, mafia, corruzione. Questo impegno ci ha portato a sottovalutare la giustizia quotidiana. Come magistrati dobbiamo porci il problema di garantire a tutti i cittadini una giustizia realmente efficace».

Dall’altra parte della barricata, Mario Zanchetti, avvocato e professore di diritto penale, rimprovera al ministro Orlando di non aver consultato i legali, ma gli riconosce «i primi passi nella giusta direzione: sono positive, in particolare, tutte le norme che riducono il sovraccarico di processi evitabili, come l’estinzione del reato per chi ripara il danno. Trovo invece pessime certe ricadute nel vizio delle grida manzoniane: aumentare le pene minacciate per i reati che non si riesce a punire. Ai miei studenti amo ricordare che il codice Rocco, in vigore dal 1930, prevede fino a dieci anni di carcere per un furto di bicicletta, ma non ha abolito i ladri. Oggi la classe politica tende a scaricare tutto sui giudici: ambiente, salute, immigrazione, crisi... E se i processi civili non funzionano, si minaccia il carcere. Più della lentezza delle cause, che non riguarda tutte le regioni italiane, è proprio l’abuso dei processi a tenere lontani molti investitori stranieri».

Per fermare il cortocircuito tra giustizia ed economia in crisi, il governo ha varato un disegno di legge che punta a rivoluzionare le procedure di fallimento, oggi disastrose. Roberto Fontana è uno dei magistrati convocati dal parlamento per illustrare le «misure d’allerta alla francese». «Il discorso è semplice», spiega: «In Italia i fallimenti emergono in ritardo, dopo tre o quattro anni, quando dell’azienda restano solo le macerie. Il danno è enorme. I tribunali fallimentari si trovano a gestire oltre 30 miliardi di passivi all’anno: tasse e contributi non pagati, dipendenti senza stipendio, fornitori indebitati che mandano in dissesto altre imprese. La nostra proposta è di imitare il modello francese: il fisco, l’Inps, i collegi sindacali segnalano le crisi nei primi sei mesi a un organismo camerale, che convoca l’imprenditore prima che sia troppo tardi, con incentivi per chiedere il concordato e limitare le perdite».

Per una volta, la riforma sembra piacere a magistrati, avvocati e politici di ogni tendenza: già votata dalla Camera, attende l’approvazione del Senato. Ma con la finanziaria e le elezioni alle porte, il tempo stringe. E la giustizia rischia un altro fallimento.

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