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Mondo
gennaio, 2018

Il Brasile stremato sogna il ritorno di Lula

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Nel paese piegato da corruzione e violenza l’ex presidente condannato a 9 anni è in testa nei sondaggi con il 38 per cento. Ma dalle macerie politiche dell’inchiesta Mani pulite carioca, emerge sulla scena l’ex parà Bolsonaro: ?il Donald Trump di Rio

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Lula Superstar. Lula immortale. Lula imprevedibile. Nella crisi economica e ideologica in cui è precipitato il Brasile resta difficile capire perché un leader politico come il padre della sinistra latinoamericana riesca ancora a riscuotere un consenso che tutti i sondaggi stimano oltre il 38 per cento dei voti. Il carisma, da solo, non basta a spiegare un successo che appare ininterrotto da almeno venti anni. Nell’uomo, oltre che nel politico, per i brasiliani disillusi si concentrano i tratti salienti del Salvatore. Quasi una figura mistica che, davanti all’abisso creato dalla corruzione dilagante, è il solo in grado di compiere il miracolo.

Eppure, Lula è odiato e amato allo stesso tempo. Perché anche lui è caduto nella trappola delle mazzette. Con l’aggravante di essere stato il simbolo dell’onestà e del riscatto degli ultimi. Oggi è incriminato in sei procedimenti. Nel primo processo ha avuto una condanna a 9 anni e 6 mesi. Attende l’appello, il 24 gennaio, che deciderà il suo futuro politico. Non è escluso che si candidi in ogni caso, al di là di una eventuale conferma della condanna di primo grado: i suoi legali e consiglieri sono intenzionati a ricorrere nei diversi Tribunali regionali per far sospendere il verdetto. Ma, certo, sarebbe una candidatura zoppa.

Il Brasile forte e potente, capofila di quei Brics che si ergevano a modello per i Paesi da sempre a rimorchio del business mondiale, ha nostalgia del suo passato. Una saudade fatta di sentimenti e di valori. Ordine, sicurezza, sviluppo. Basta solidarietà, distribuzione della ricchezza, riduzione della povertà: sono obiettivi che non coinvolgono più. La crisi rafforza gli egoismi. Nei discorsi della gente riecheggiano parole che erano scomparse, archiviate quasi con vergogna. Si fatica a far rispettare la legge contro la schiavitù, si ribadiscono le differenze sociali, c’è un forte richiamo alla dittatura. «Nei palazzi esistono due ascensori», osservò una mattina il mio dirimpettaio infastidito dall’attesa. «Hanno una loro funzione. Anche sociale. È venuto il momento che i non proprietari tornino ad usare quello di servizio».

Seguendo una tendenza mondiale, il gigante del Sudamerica si chiude in sé stesso e davanti a un futuro ignoto, fatto solo di sacrifici, dominato dalla violenza e dalla corruzione, rovescia il tavolo delle conquiste democratiche e invoca soluzioni drastiche. Autoritarie. Un bel colpo di spugna per ricominciare dove si era finito.
Fra dieci mesi si svolgono le più importanti elezioni presidenziali dal 1989, anno in cui è finita la dittatura militare. Sarà la prima volta, dopo quattro anni, che i brasiliani torneranno alle urne riappropriandosi di quel diritto che le mosse del Palazzo gli avevano espropriato.

La gestione Temer è un passaggio quasi obbligato. Lo prevede la Costituzione. Il leader del Pmdb, il Movimento Democratico del Brasile, un partito di centro destra, è salito a Planalto dopo l’impeachment di Dilma Rousseff: una destituzione per aver alterato i bilanci dello Stato con appigli molto deboli. La prima donna presidente del Brasile lo ha sempre giudicato un golpe. Il vuoto istituzionale è stato riempito dallo stesso uomo che le faceva da vice e che ha guidato, dietro le quinte, la sommossa popolare voluta soprattutto dai centri finanziari e economici di San Paolo.

Stordito dalle accuse che bolla come «una persecuzione», Luiz Inacio Lula da Silva, a 72 anni e dopo 15 di leadership, alterna slanci di euforia a momenti di sconforto. Nella sua vita pesa l’assenza di una figura come Marisa Leticia, sua compagna da sempre, uccisa da un ictus nello scorso febbraio. Era lei a consigliarlo e a suggerirgli una strategia politica che con il tempo si è dispersa e ha dovuto fare i conti con una realtà che pochi si aspettavano.

La grande inchiesta “Lava Jato”, la “Mani Pulite” versione carioca, ha travolto tutto e tutti. Ha scoperchiato il più grosso scandalo per corruzione nella storia del Brasile democratico. Non si è salvato nessuno. Giganti delle costruzioni come Odebrecht o delle carni come la JBS hanno confessato di aver pagato per almeno 20 anni centinaia di milioni di dollari a tutti i partiti. Nessuno escluso.

Lo hanno fatto seguendo un modello sperimentato con successo in patria e poi esteso a tutta l’America Latina e ad almeno due Paesi africani. Le conseguenze si riflettono anche all’estero. Il caso Fujimori, uscito dal carcere in Perù grazie ad un indulto molto contestato, è la mela avvelenata di una confessione, quella di Marcelo Odebrecht, ex ceo della multinazionale e giovane rampollo di una potente dinastia di industriali, che semina vittime e provoca crisi politiche.

Per restare in sella, dopo una mozione di impeachment per «incapacità morali» respinta grazie all’astensione di 10 deputati, il presidente Pedro Pablo Kuczynski, accusato di aver intascato tangenti, ha ceduto alle pressioni del figlio del vecchio dittatore. Un baratto in piena regola: libertà in cambio della salvezza politica. Un patto alla luce del sole spacciato come un provvedimento «umanitario». Il vecchio stava male, andava tolto dagli arresti. «Non mi sarei mai perdonato», si è giustificato Kuczynski, «di veder morire Fujimori in carcere». In realtà, l’arzillo ingegnere di origini giapponesi sta bene, per i suoi 79 anni. Si è scusato per «aver defraudato i compatrioti», ma ha ricordato anche di aver fatto cose buone per il Perù. Gli omicidi degli squadroni speciali che l’ex dittatore ha coperto nel suo secondo mandato non sono frodi. Si è beccato 25 anni per «violazione dei diritti umani», oltre agli episodi di corruzione che hanno travolto il suo ultimo governo. Ma di questo a Fujimori importa poco. A nulla valgono le proteste della gente, l’ondata di indignazione che invade la rete, la lettera di sdegno di 250 scrittori e intellettuali, la condanna degli alti rappresentanti dei Diritti Umani dell’Onu. Prevale l’opportunismo politico, scambiato per Ragion di Stato. Il divario tra popolazione e politica diventa un solco incolmabile.

Accade anche in Brasile. L’inchiesta di Sergio Moro, un giudice che si è ispirato al pool di Milano, è stato un terremoto che ha scosso mezzo Parlamento, incriminato sei ministri, centinaia di governatori e di amministratori pubblici, oltre a faccendieri, lobbisti e imprenditori. Negli ultimi 18 mesi il Paese ha assistito, attonito più che sorpreso, agli arresti eccellenti che scandivano le giornate. Si è rubato a mani basse. Nei lavori per le Olimpiadi e i Mondiali che dovevano segnare la ripresa dalla recessione. Nell’assegnazione di piccoli e grandi appalti. Nella conservazione e trasformazione del cibo. Perfino nei lavori di manutenzione dei simboli di Rio come la statua del Cristo Redentor.

Lula ha resistito agli assalti della magistratura. Ha respinto le accuse. Si è scagliato contro i «delatori», come qui vengono chiamati gli imputati che decidono di confessare in cambio di una riduzione di pena. Ha accettato un confronto con lo stesso Moro in un duello che è stato trasmesso in diretta tv. Non ha convinto. Anzi: la sua ostinata difesa, spesso condita da sarcasmo, lo ha fatto apparire arrogante. Ha finito per dividere ancora di più il Brasile. Tra chi vede complotti ovunque e chi sfoga la sua condizione di nuovo povero attribuendo tutte le colpe a chi lo aveva illuso di essere diventato ricco.
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La rabbia è diventata odio. Perché dodici milioni di persone, nel frattempo, hanno perso il lavoro, la caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime ha congelato gli ordinativi, dimezzato l’export, fatto chiudere i battenti a migliaia di piccole industrie. Nei quartieri bene è normale vedere i negozi vuoti, assediati da gente che si limita a shopping virtuali. Perfino il Carnevale di febbraio a Rio sarà in tono minore. I finanziamenti del governo locale sono ridotti all’osso e arriveranno solo per evitare una rivolta. Tre anni consecutivi di recessione hanno azzerato la crescita registrata negli ultimi dieci. Le conseguenze si sono avvertite anche in Argentina, Cile e Bolivia le cui economie dipendono molto dalla salute del Brasile.

Persino le manifestazioni oceaniche che avevano assediato gli ultimi mesi della presidenza Rousseff alla fine sono scomparse. La gente ha assistito, scoraggiata e lontana, al crollo. Si è chiusa. Si è affidata al sincretismo, ha ripreso a frequentare le Chiese evangeliche che sono diventate l’ultimo rifugio dei diseredati ma anche un serbatoio di voti a cui tutti cercano di attingere. Riappare il fatalismo. Una panacea che aiuta e fa sperare. Ma cresce anche un certo divario sociale e generazionale. Tra chi rifiuta di attendere che passi la tempesta e chi si aggrappa alle conquiste sociali dell’epoca d’oro. Michel Temer fatica a far passare le due grandi riforme delle pensioni e del lavoro. La prima è ancora in alto mare; la seconda deve essere applicata. Mancano i numeri in Parlamento. Per raccoglierli è costretto a lunghe trattative che gli consentono però solo una navigazione a vista.

Nessuno è disposto a provocare una crisi. Perché nessuno si vuole assumere il peso di misure impopolari che poi pagherebbe in termini di voto. Meglio lasciare cuocere Temer a fuoco lento. Il Parlamento lo ha salvato due volte da un’incriminazione per corruzione passiva e associazione a delinquere. Il patto era chiaro: deve traghettare il Paese fino alla scadenza di ottobre, quando si eleggerà il nuovo presidente.

Il clima è ideale per le sorprese. Lo scontro elettorale non è più tra la sinistra e la destra. Quando si ripropone, come in Cile o in Honduras, l’elettorato si divide in modo quasi equo: vince l’uno o l’altro fronte per un pugno di voti. Governare diventa difficile. Si assiste piuttosto alla nascita di fenomeni estremi. Molto populismo.

Esasperato dalla necessità di un cambio radicale. Che rimetta le cose a posto. Che badi al sodo, tracci una linea sicura, lontana dalle vecchie ideologie, ormai svuotate dei loro contenuti. Così non sorprende l’arrivo sulla scena politica di un uomo come Jair Bolsonaro, un ex paracadutista di 62 anni a cui la gente non prestava neanche attenzione. Ma che in sei mesi ha salito tutti i gradini nei sondaggi e oggi tallona con un 22 per cento lo stesso Lula.

Spesso lo si vede passeggiare lungo la spiaggia di Copacabana in compagnia dei suoi commilitoni, vecchi alti ufficiali in pensione, che non fanno mistero delle loro aspirazioni a un ritorno della dittatura. Questo aitante ex militare, due decenni da parlamentare, è diventato famoso per le sue dichiarazioni. Battute che con il tempo si sono trasformate in slogan e propositi di governo. Libera vendita di armi, diritto all’autodifesa, tortura per i delinquenti, esecuzioni extragiudiziarie da parte della polizia, castrazione per i gay, divieto d’aborto e dei matrimoni tra lo stesso sesso, tolleranza zero nei confronti della droga. Gli analisti restano convinti che la sua candidatura, annunciata ufficialmente, alla fine si dissolverà. Ma l’esperienza degli Usa, dove Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca, non esclude la possibilità che Jair Bolsonaro possa ritrovarsi alla guida del più grande paese dell’America Latina.

Chiamato anche Messia, l’ex parà è stato il più votato alle ultime elezioni di Rio de Janeiro. La collezione delle frasi che pronuncia ad ogni occasione è infinita. Principi, non battute: «I gay sono la conseguenza del consumo di droga»; «l’errore della dittatura fu torturare e non ammazzare»; «il poliziotto che non uccide non è un poliziotto»; «le donne devono guadagnare meno perché restano incinte». L’uomo che punta su Planalto supera lo stesso Trump a cui, ammette, si ispira. È la versione brasiliana del presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, diventato noto per aver difeso, a spesso partecipato, alle esecuzioni dei tossici e trafficanti di droga.

Con la crisi è arrivata la violenza. Anzi: è tornata, visto che non era mai scomparsa. Ma si è riaffacciata in modo prepotente, ossessivo. Giorno dopo giorno. Negli ultimi 18 mesi abbiamo assistito all’aumento di aggressioni, assalti, furti violenti, a volte quasi beffardi, in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti. Con le vittime rassegnate, che si facevano portare via cellulari, soldi, i pochi gioielli che indossavano, auto, perfino biciclette dai balordi che si aggiravano tra spiagge e stradine poco frequentate. La violenza è diventata una realtà quotidiana. Si percepiva nell’aria; si poteva quasi toccare. Condizionava quasi tutti gli atteggiamenti, cambiava le abitudini di vita, costringeva a un coprifuoco legato alla luce naturale.

Ne hanno risentito tutti. Le famiglie che rinunciavano alle passeggiate con i bambini; gli studenti che hanno dovuto fare a meno delle lezioni. Centinaia di scuole di primo e secondo grado sono rimaste chiuse per 4 mesi, dopo 17 morti per i proiettili vacanti. C’è stata una reazione. Di difesa, soprattutto: su Facebook la gente si è organizzata creando una pagina in cui si segnalavano le sparatorie in corso e le strade da evitare una volta usciti di casa per andare al lavoro. I giornali raccontavano ogni giorno le cronache di una guerra che saliva di intensità. La polizia militare e quella civile facevano quello che potevano. Con gli stipendi pagati in ritardo, qualche volte a rate, le auto di pattuglia senza pezzi di ricambio.

Nel 2017 ci sono stati 137 omicidi tra gli agenti. Soltanto a Rio de Janeiro. In tutto il Brasile 481, 1,45 al giorno. Il più alto numero degli ultimi cinque anni. Tra i civili si contano 920 vittime. Secondo Amnesty International tra il 2006 e il 2015 sarebbero state uccise 8 mila persone. Il 75 per cento di colore.

Le 763 favelas della città carioca diventavano impraticabili. A ogni intervento della polizia scattava una protesta che si estendeva alle zone più benestanti. Migliaia di abitanti, anche donne con bambini, scendevano dai Morros e invadevano le grandi arterie di scorrimento. Quasi ogni giorno le due superstrade che uniscono il sud al nord di Rio erano bloccate da ingorghi di auto. Ma il più delle volte non dipendeva dal traffico congestionato. Erano gli scontri tra piccole e grandi bande a condizionare la vita di sedici milioni di abitanti. I blocchi erano diventati un vero incubo: chi restava incastrato nelle gallerie che passano sotto le montagne di Rio sapeva di correre il rischio di essere rapinato. Gruppi organizzati di ragazzini, pistole in mano, scorrevano lungo le file delle macchine e si facevano consegnare tutto quello che trovavano. I cartelli egemoni occupavano nuovi territori per controllare il passaggio delle diverse merci. Droga in testa. Le invasioni delle favelas dei cartelli concorrenti avvenivano di notte, armi in pugno. La guerra si è estesa ai trasporti, ai tir che ogni mattina portavano le mercanzie in città. I camion venivano bloccati, trasferiti in luoghi sicuri e qui svuotati dei loro carichi. Si rubava di tutto: dal cibo, agli elettrodomestici. Andavano a rifornire quel mercato parallelo che garantiva la vita a migliaia di famiglie e che rafforzava anche il potere di chi comanda nelle favelas. Sono loro a imporre i prezzi e a obbligare gli abitanti a comprare i loro prodotti.

Lo scontro si è esteso a livello nazionale. Per un mese di seguito le carceri di tutto i Brasile sono state al centro di rivolte fatte esplodere per regolare i conti tra le bande. Non era un problema di sovraffollamento. La crisi e la carenza di soldi avevano rotto un equilibrio che durava da 20 anni. Si era infranto il tacito patto tra i due grandi cartelli che gestivano il traffico di droga dalla Bolivia, il Paraguay e il Perù e diretto verso gli Usa e l’Europa. Primeiro Comando da Capital, egemone a San Paolo, e Comando Vermelho, padrone di Rio, iniziarono a contendersi il corridoio amazzonico del Brasile.

In dieci carceri, sparsi un po’ in tutto il Paese, scattò l’ordine di assaltare i padiglioni dove erano rinchiusi gli avversari e tenere in mano l’edificio fino alla fine della battaglia. Dopo quattro settimane i reparti speciali riuscirono ad avere ragione degli insorti. Nelle celle distrutte, nei sotterranei, tra i corridoi e i refettori furono ritrovati 137 detenuti. Molti fatti a pezzi, decapitati, torturati, bruciati. Orrori ripresi in video e poi postati in rete come monito per chi meditava vendetta.

Il governo fu costretto all’autocritica. Ammise di aver sottovalutato il problema e decise di schierare l’esercito a difesa delle carceri. Una soluzione già adottata in passato, ma che si era rivelata una piccola pezza su un tessuto ormai logoro e stracciato.

La violenza è diventata il tema dominante nelle discussioni infinite della gente. Perché tutti la sentivano sulla propria pelle, sui prezzi che aumentavano nei supermercati costretti ad assumere guardie private per scortare i Tir con le merci. Per gli amici e conoscenti che morivano per aver reagito a un teppista imberbe armato di una pistola spesso più grande di lui.

Ormai si sparava e poi si rapinava. Il rischio di restare uccisi per un cellulare negato era una probabilità concreta. Faceva parte dello scenario della Rio meravigliosa e impossibile. Già moribonda, l’economia di una città che vive sul turismo e il divertimento finì per accusare le conseguenze di questa violenza diffusa e incontrollata. Il fatalismo non bastava più. Le case restavano sfitte, non si vendeva e comprava più nulla, gli investimenti fatti dagli stranieri si rivelavano pessimi affari. Il governo ricorse all’arma di sempre. All’esercito. Quasi cinquemila soldati sono stati spediti a Rio.

Il tempo non è stato di aiuto. Le cose sono rimaste quelle di sempre. La violenza ha continuato a condizionare la vita quotidiana. I Cartelli dei narcos hanno trovato un nuovo equilibrio e le azioni sono state più mirate. La cattura di “Rogério 157” il più famoso e ricercato bandito di Rocinha, la grande favela che si affaccia sulla spiaggia di Ipanema, ha tolto l’assedio dell’esercito, che durava da due mesi e aveva costretto la popolazione a vivere blindata in casa per sfuggire alle sparatorie. La penuria di soldi, la mancanza di lavoro, l’aumento della povertà restano comunque un detonatore che può sempre attivare la bomba sociale.

Inacio Lula da Silva si è proposto come l’unico in grado di spegnere il fuoco sulla polveriera. Ha ricordato i successi ottenuti con le Upp (Unità di polizia pacificatrice), ha sottolineato il divario sociale sempre più grande provocato dalle scelte liberistiche del governo Temer. Si è candidato alle prossime elezioni. Ma lo ha fatto quasi in sordina. Scenderà in campo anche il veterano governatore di San Paolo, Geraldo Alckim con il Psdb, il Partito della Socialdemocrazia brasiliana, centro destra. Anche lui sta valutando gli scenari e attende di raccogliere un consenso tra i partiti che sostengono Temer.

Chi corre sull’autostrada senza veri avversari è l’uomo forte. Jair Bolsonaro ha le idee chiare. Soprattutto, dice quello che molta gente pensa ma non dichiara apertamente. E i sondaggi svelano anche un’altra sorpresa: ad acclamarlo sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 26 anni. Ragazzi e ragazze che non parlano di sinistra e di destra. Non conoscono le battaglie per riconquistare una democrazia. Non sanno cosa ha significato vivere sotto una dittatura. Vivono distaccati dalla politica tradizionale. Vedono solo la corruzione e la violenza dilaganti. Di questo parlano nel loro mondo virtuale. E il Messia, secondo loro, è l’uomo che può debellarle. A qualsiasi costo. Anche se il prezzo da pagare fosse quello della libertà.

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