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Sarà un caso che “Kler” sia uscito nei cinema quasi in concomitanza con il 40esimo anniversario dell’elezione del papa polacco. Era il 16 ottobre 1978, quando Karol Wojtyla, dal balcone di San Pietro benedì la folla e disse: «Se sbaglio mi corriggerete», con la i al posto della e. Errore di lingua ma pochi errori strategici, se poi la storia ha voluto che sotto il suo pontificato (e non senza l’aiuto decisivo di Mikhail Gorbaciov) cadesse il Muro di Berlino. Nel disegno di Wojtyla la Polonia doveva essere il Paese modello di un nuovo cattolicesimo: democrazia e fede, argine al laicismo e ritorno alle radici cristiane, pur nel dialogo con chi non è cattolico. Quando tornò a visitare la sua Polonia (giugno del 1979) fu un trionfo. Tanto che un dissidente laico di allora Adam Michnik parlò di «una lezione di dignità». Una lezione che rese possibile, un anno dopo, la nascita di Solidarnosc, con il leader Lech Walesa che portava l’effige della Madonna Nera regina di Polonia sul bavero della giacca.
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Di tutto questo, in una Polonia che accorre a vedere “Kler”, cosa è rimasto? E brutalmente, Wojtyla è ancora presente nel discorso pubblico? Intanto, ci sono le strade, le piazze, le targhe sugli edifici. Come per Garibaldi in Italia, non esiste città o paesino che non abbia un luogo intitolato al papa polacco. E poi, ci sono le statue, nei luoghi pubblici, in pietra e in bronzo. Ma una in particolare sta da più di un anno suscitando scandalo, provocando manifestazioni, scaramucce in piazza e perfino atti vandalici contro le sale di teatro. La statua appare in uno spettacolo, intitolato “Kl?twa” (anatema), messo in scena da Oliver Frlji?, un regista croato, con attori e maestranze del Teatr Powszechny (teatro popolare) di Varsavia. Basato sul testo di un drammaturgo dei primi del Novecento, Stanislaw Wyspianski, emendato da citazioni di Bertolt Brecht, nello spettacolo, mentre si recita una preghiera di Brecht appunto perché l’arte sappia essere più forte del potere, sul palco fa l’ingresso una statua di Wojtyla. Un’attrice si inginocchia e compie un atto sessuale. Il simbolismo della scena è forte, le proteste pure, ma intanto lo spettacolo gira per il Paese e ogni tentativo di fermarlo, anche per vie legali, viene respinto, da chi va a vederlo, ma pure dai tribunali che si rifiutano di proibirlo.
I nsomma, la cattolicissima Polonia, antemurale della cristianità, con la Madonna di Czestochowa per regina e Gesù Cristo per re, con il crocifisso fissato alla parete della Dieta; e dove è impossibile per una d onna praticare l’aborto; mentre i preti controllano la vita di ogni vicinato, questa Polonia a guardarla bene, non è esattamente cattolicissima e neanche più di tanto antemurale. E forse neanche la sua Chiesa è così forte e compatta, come appare e come l’avrebbe voluta Wojtyla, ma è divisa e attraversata dagli stessi sentimenti che dividono e attraversano il resto della società. E allora, forse il ruolo guida della Chiesa con i suoi preti come specie di avanguardie del mondo avvenire (questo era il progetto del papa polacco), un ruolo che sembrava garantito il giorno dopo la caduta del Muro, forse quella spinta propulsiva del cattolicesimo wojtyliano si è esaurita.
Ma procediamo con ordine. A partire da due dati statistici. Il primo: solo un polacco su quattro, fra coloro che hanno meno di 40 anni (in Italia li chiameremmo giovani), frequenta regolarmente la messa di domenica a fronte di una frequenza del 56 per cento dei più anziani. Il secondo: sempre alla messa domenicale, assiste un polacco su tre; sarebbe una proporzione alta, se non fosse che è in costante declino, il più rapido su scala mondiale, dicono gli esperti; nel 1980 ad andare ogni domenica in Chiesa era oltre la metà dei polacchi. Con la libertà, la democrazia (per quanto il governo attuale si sforzi di limitare entrambe) e prima di tutto con l’ingresso rapido e impetuoso nel mondo consumistico (basti pensare che negli anni Ottanta, il cibo era razionato e negli ospedali mancava l’energia elettrica), la società si è velocemente laicizzata. E il processo è in corso perché i suoi protagonisti sono i giovani.
Di come la pensano alcuni sacerdoti devoti di una certa memoria di Wojtyla, parleremo più avanti. Intanto, Kinga Dunin, critica letteraria, femminista, negli anni Ottanta militante di Solidarnosc in clandestinità e che nel 1979 era in piazza ad acclamare Giovanni Paolo II, dice: «Nelle campagne in ogni abitazione c’è attaccata al muro un’immagine di Wojtyla; e anche i libri e gli album che parlano del papa, vendono bene»; e poi: «Ma non è fedeltà alla Chiesa, solo all’icona del pontefice polacco». Spiega: «Qui, l’attuale papa (per quanto criticabile da una femminista come me) è visto con ostilità». E cita il caso di un prete di Cracovia che ha pregato per la morte di Francesco. Un eccesso? Certamente. Ma, storicamente, la Chiesa polacca ha sempre cercato una saldatura tra fede e appartenenza etnica e ha diffidato della democrazia. E anche oggi, la questione non è del tutto chiarita. Pochi mesi fa, a Jasna Gora, il santuario simbolo del cattolicesimo polacco, carissimo a Wojtyla, venne celebrata la messa e data la benedizione ai militanti dell’estrema destra, che si presentarono in divisa e con le bandiere; stessa scena si verificò, in una meno importante chiesa di Danzica. Vero, un prete, cappellano dei fascisti, è stato sospeso a divinis, ma altri continuano.
Ma poi, è lo stesso potere che sta usando i simboli di un cattolicesimo nazionalista, per mobilitare quella parte della Polonia che lo appoggia. E a guardare bene, perfino il rifiuto di accogliere i profughi siriani qualche anno fa, in quanto musulmani, ha le sue radici profonde in una certa idea dell’identità. L’eroe, immaginario, è il Signor Wolodyjowski, protagonista dell’omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz (autore di “Quo Vadis”), “cavaliere senza macchia”, che nel Seicento combatte i turchi musulmani (la Polonia confinava con la Turchia) e muore pur di non arrendersi agli “infedeli”, abbandonato dai traditori, i mondani di Varsavia. Il Signor Wolodyjowski veniva spesso citato dal Lech Kaczynski, morto nell’incidente aereo a Smolensk nel 2010, e fratello gemello di Jaroslaw Kaczynski, l’uomo forte della Polonia.
E allora, cosa resta di Wojtyla? Rispondono tre preti. Il primo, padre Tomasz Dostatni, dominicano. Dice Dostatni: «Assistiamo a un processo che chiamerei “la dewojtylizzazione” della Chiesa». Spiega: «Giovanni Paolo II era un uomo del dialogo, non dei muri. Il papa era devoto della tradizione di una Polonia pluriculturale e multietnica, non quella nazionalista». La Polonia multietnica è un mito che risale alla tradizione della dinastia lituana degli Jaghelloni, regnanti in Polonia tra il Quattrocento e il Cinquecento ed è di costante richiamo per chi si oppone ai nazionalisti e ai fascisti. Simile il discorso di padre Alfred Wierzbicki, poeta e filosofo: «Nemico di ogni nazionalismo e chiusura, fu Wojtyla a costringere i vescovi polacchi ad appoggiare l’ingresso del nostro Paese in Unione europea». E aggiunge: «Hanno ubbidito, senza capirlo. Oggi non comprendono la sua lezione sulla democrazia». Padre Wojciech Lemanski, infine, è un sacerdote a lungo sospeso a divinis, provvedimento revocato poco fa. Impegnatissimo nell’opera della ricostruzione della memoria ebraica, «ignorata dalla chiesa per decenni», dice, «noi siamo sulle orme di Wojtyla, ci ha dato forza, ma la sua vera memoria si è persa». Tutti e tre alla domanda sulle questioni delle donne e dei gay, rispondono: «era figlio del suo tempo e del luogo da cui veniva». E aggiungono: «ma non disprezzava i gay né odiava le donne». E insistono, qualche vescovo aperto al mondo c’è, parla, e Francesco è un elemento di incoraggiamento. Infine ammettono, di fronte alla laicizzazione del Paese, la Chiesa deve ripensare tutto, come fa l’attuale papa.
E intanto, le donne, cui è proibito scegliere se portare la gravidanza al termine o no, e che sono la forza trainante di ogni protesta contro il potere sovranista-clericale le manifestazioni di massa, qualche tempo fa, le hanno fatte non davanti alle sedi di governo, ma di fronte ai palazzi dei vescovi.