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Attualità
novembre, 2018

'La scienza dà la felicità': parla Silvio Garattini

Il professore e fondatore dell'istituto Mario Negri di Milano compie 90 anni. E si racconta all'Espresso, non risparmiando stoccate ai politici. "In passato mi hanno chiesto di fare il ministro, ma mi avrebbero cacciato dopo 15 giorni"

Un tè e due biscotti, grazie… Dopo aver fatto la fila al pari dei suoi ricercatori al bar dell’Istituto di Ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano, da lui fondato nel 1963, il professor Silvio Garattini ordina il pranzo. Sempre uguale, sempre parco. Non che la colazione sia stata più abbondante. Qualcosa in più si concederà per cena. Privazioni da penitente? «No, è provato che la restrizione calorica aumenta la durata della vita». Lo scienziato bergamasco, uno dei massimi a livello mondiale, compirà 90 anni il prossimo 12 novembre e si è allungato, a giudicare da come è in forma, soprattutto la qualità della vita. Da poco più di un anno del Negri è “solo” il presidente, ha lasciato la carica di direttore a Giuseppe Remuzzi «perché alla mia età ogni giorno è regalato ed è meglio che i cambiamenti non avvengano in emergenza». Però è ancora in ufficio dalle 9 del mattino «fino a quando c’è bisogno». Cioè fino a sera, anche tarda sera. Del resto dal futuro si aspetta, soprattutto «di poter continuare a lavorare come ho fatto in passato». E lavoro significa dedizione totale alla scienza.

Professor Silvio Garattini, dovendo tracciare un bilancio, da questo punto di vista non si sente uno sconfitto? Sono tempi in cui è messo in discussione il lavoro scientifico, sembra archiviato l’Illuminismo e prevale l’irrazionale.
«Siamo tutti dei perdenti quando le impressioni e le opinioni dominano sui fatti. E non succede per caso. La cultura italiana è rimasta molto indietro, l’insegnamento è concentrato essenzialmente sulla letteratura, la filosofia, l’arte. La scienza, che ha avuto un enorme sviluppo nell’ultimo secolo, non è percepita come fonte di conoscenza ma come tecnologia. Le siamo grati perché ci ha dato gli antibiotici, internet, i telefonini ma non siamo stati in grado di integrarla, fin dall’asilo, con le materie umanistiche. Stabilire se qualcosa fa bene o male non tocca alla letteratura o alla filosofia, tantomeno all’arte. Lo dice la scienza, pur con tutti i suoi limiti, è pur sempre un’attività umana. Dunque può sbagliare, però ha capacità di autocorreggersi. Nell’arte la ripetibilità è un plagio, nella scienza è fondamentale. La scienza non conosce la verità ma viaggia nella direzione per scoprirla».

Di chi è la colpa di questo ritardo culturale?
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«Della scuola, del governo, di chi ha la possibilità di cambiare la politica. Faccio un esempio. Sono stato ad un’audizione della Commissione mista che si occupava del Milleproroghe. Mi hanno chiesto un parere sull’autocertificazione dei vaccini. Ovviamente ho risposto che sono contrario. Nel momento in cui la gente ha cominciato a capire che è interesse comune vaccinarsi tornare a porre la questione non è la cosa migliore. Dato il mio lungo chilometraggio, mi sono permesso di osservare che la zuffa è tipicamente italiana. In Francia le vaccinazioni obbligatorie sono undici ma là il Parlamento non se ne occupa né i partiti ne fanno oggetto di campagne elettorali. Ho invitato deputati e senatori a riflettere su questo, non solo a dire se sì o no».

Lei pone un dualismo tra cultura scientifica e umanistica?
«Nessun dualismo, ci vuole integrazione. Che non significa insegnare la fisica o la chimica, quelli sono contenuti che cambiano, si evolvono. Per stabilire un rapporto di causa-effetto ci vuole un metodo, un sistema che non è un’opinione. Faccio un esempio. Molti ricordano l’anno delle mucillaggini nell’Adriatico. Si disse: è il Po che trascina al mare un mucchio di porcherie. L’anno dopo non c’erano più mucillaggini e il Po portava forse qualcosa di ancora più tossico. Un professore di Trieste ebbe l’ardire di citare Ovidio che già parlava del fenomeno. E fu insultato».

Come si arriva a seminare la sua conoscenza settoriale.
«Con un cambio di mentalità. Nelle pagine dei quotidiani, sotto la testatina “cultura” non si trova mai un articolo di scienza. La scienza sta in un’altra pagina. Se una persona in vista sbaglia una frase in latino diventa un oggetto di scherno. Se confonde un atomo con una molecola o le cellule con gli organi nessuno obietta, è considerato un errore veniale».

Un mio amico di origine straniera sostiene che quello che frega l’Italia è il liceo classico.
«Ma no. Io ho studiato all’Esperia di Bergamo (un istituto tecnico, ndr) e ne sono orgoglioso, però tutti godiamo degli studi classici. Solo vanno arricchiti di questa fetta del sapere».

Perché non succede?
«Per due ragioni. La prima. Gli intellettuali hanno fatto il classico e non pensano sia necessaria un’innovazione. La seconda chiama in causa le colpe degli scienziati, i quali per molto tempo non hanno capito che era necessaria la divulgazione. Quando Indro Montanelli fece col suo “Giornale” il primo inserto scientifico nel nostro ambiente fu giudicato male. Si riteneva che si desse alla gente qualcosa che non poteva capire e la scienza doveva restare nella sua torre d’avorio. Solo molto dopo i ricercatori sono usciti dai laboratori per far conoscere il loro lavoro. Per difendere la scienza talvolta ci vuole coraggio, bisogna metterci la faccia».

Lei lo ha fatto. Sono note le sue battaglie contro i farmaci inutili e Big Pharma, la terapia Di Bella, a favore della vivisezione, per citarne alcune.
«Negli anni ’60 ricordo anche accese discussioni con alcuni giornalisti quando spiegavo loro che fumare porta al cancro. Non lo si voleva accettare. Circa i benefici della sperimentazione sugli animali, molti colleghi preferivano, anche solo dieci anni fa, non esporsi perché temevano di perdere il 5 per mille di eventuali donatori e ridurre le entrate. Quello che mi preoccupa di più è tuttavia il futuro. In una società tecnologicizzata dovremo fare sempre più scelte personali che dipendono da cognizioni scientifiche. Le quali non si possono basare sul parere del primo che passa per la strada. Come si arginerà l’ignoranza di coloro che non vedono i vantaggi dei vaccini?».

Spesso la gente sceglie un atteggiamento fideistico per aggrapparsi a una speranza. Successe nel caso della terapia per i tumori di Di Bella. La fredda scienza toglieva le speranze.
«Ma la speranza è insita nella scienza! Oggi ti dico con franchezza che non posso fare nulla per te ma magari domani sì perché la ricerca ha fatto un passo in avanti. Io capisco la disperazione dei malati e dei loro familiari, ma ho necessità di essere sincero. Devo usare il dialogo per essere convincente».

Convinca i lettori de “L’Espresso” che la scienza non è fredda.
«Molti guariscono grazie alla scienza dunque la scienza dà felicità».

Lei definirebbe oscurantista questa fase storica in cui molti, ad esempio, credono alle scie chimiche?
«Preferisco pensare sia un momento di transizione in cui regna la confusione perché non siamo ancora in grado di maneggiare i grandi progressi della scienza. Prendiamo internet. È un grande bene il poter trovare in pochi secondi le informazioni. Però la giurisprudenza non ha considerato il pericolo derivante dalla possibilità di mettere in circolazione le idee più stupide e strampalate. Da qui l’idea che chi ha più “like” è il più bravo».

Lei ha una formazione cattolica. Anche la religione ha qualche responsabilità se la scienza non ha il peso che le spetterebbe.
«Non c’è dubbio. Scienza e religione possono coesistere nell’individuo ma sono due culture che non possono coesistere essendo l’una empirica e l’altra fideistica. Oggi lo scontro è un po’ meno accentuato perché i due ambiti hanno imparato a parlarsi. Soprattutto hanno trovato un terreno comune per alcune finalità. La Chiesa per le ragioni che ineriscono il Creato ha interesse a difendere l’ambiente esattamente come la scienza. Entrambe hanno a cuore la cura degli ammalati. In definitiva il principio “ama il prossimo tuo come te stesso” vale per tutte e due».

Non sempre professore. La scienza ha prodotto la bomba atomica.
«Quello è un errore della scienza, anche la Chiesa ne ha commessi molti nella sua storia».

Il papa emerito Raztinger usa la ragione per spiegare Dio e il bosone di Higgs trova l’origine del mondo. Sono due effetti dell’avvicinamento?
«No. Non ci può essere avvicinamento teorico. Non ci si arriva su quel piano. Sarebbe come cercare di imparare a suonare studiando il latino. L’importante è trovare il sinergismo nelle finalità in nome del bene comune».

La ricerca è stata la sua unica passione, sembra di capire.
«Diciamo che mi ci sono applicato molto. Quando mi chiedono qual è il libro che ho sul comodino sono in difficoltà. Perché quando vado a letto sono talmente stremato che dormo subito. Non ho tempo per tante altre cose che pure mi piacciono, un concerto, la visita a un museo. Viaggio come un pacco postale, la segretaria mi scrive quello che devo fare e io rispetto la tabella».

È proverbiale la sua passione per l’Atalanta. Va ancora allo stadio?
«Ogni tanto. Non più spesso. Mia moglie sostiene che se sto un’ora senza lavorare ho i rimorsi di coscienza».

Ed è soddisfatto di aver speso così la vita?
«Non ho sentimenti come la soddisfazione o l’orgoglio. Ho fatto quello che potevo fare, e certo si può fare sempre meglio. Devo molto a tutti i ricercatori che mi hanno seguito nell’impresa. Hanno creduto nell’idea di fondo dell’Istituto, fare il bene del prossimo senza speculare, restando indipendenti dalla politica, dalla religione, dalla finanza, dall’industria. Pronti a collaborare con chiunque ma mantenendo la nostra caratteristica».

Ora vive a Milano ma in ogni intervista lei cita i suoi natali bergamaschi.
«Sono molto legato alla mia città tanto che ho realizzato il Negri anche lì, volevo avesse un centro di ricerca di livello».

Se dovesse definire l’essere bergamasco?
«Mi riconosco in un motto: “Caràter de la rassa bergamasca. Fiama de rar, sòta la sènder brasca” (carattere della razza bergamasca: fiamma di rado, ma sotto la cenere c’è la brace). Molti mi rimproverano di non mostrare mai quello che faccio, di non fare marketing di me stesso. Noi bergamaschi siamo riservati, perché se sotto la cenere c’è la passione non c’è bisogno di esibirla. E poi sono grato a Bergamo per l’educazione nell’oratorio di Borgo Palazzo dove mi hanno insegnato ad occuparmi degli altri, a non essere egoista, a guardare al futuro con speranza».

C’è un amico del cuore che l’ha accompagnata durante l’arco dell’esistenza?
«Ce ne erano molti. Sono tutti scomparsi».

Il che l’ha portata immagino a riflessioni profonde sulla morte.
«È un fatto ineludibile. Va accettata, come la nascita. Però ho ancora molto da fare, prima che arrivi. Voglio citare il motto proprio di un mio amico: la morte da giovani il più tardi possibile».

Quasi tutti i partiti le hanno offerto candidature e le ha sempre rifiutate. Perché?
«Se è per questo mi hanno anche offerto il ministero della Salute. Ma non è il lavoro mio. Anche se avessi accettato, mi avrebbero cacciato dopo 15 giorni».

Magari avrebbe avuto il potere di cambiare le cose.
«No. Il potere vero non esiste. Esiste solo il potere condizionato. Anche chi vuol fare le cose migliori del mondo si trova a dover scendere a compromessi».

Torniamo all’inizio, al suo invidiabile stato di forma. La ricetta?
«Non ci sono ricette. Io sto cercando di rilanciare un’attività che è stata abbandonata in Italia, cioè la prevenzione che è il bene maggiore per la salute. Più del 50 per cento delle malattie non piovono dal cielo, ce le autoinfliggiamo».

Come è la sua giornata tipo?
«Sette ore di sonno, poi tutto il giorno al lavoro, la sera a casa all’una di notte dormo».

Lo sport?
«Cammino. Qui in istituto, negli aeroporti. Non prendo ascensori ma faccio le scale. Alla mia età basta e avanza».

Mai nemmeno una trasgressione?
«Ci fu un periodo in cui ero goloso di dolci. Ma sempre nell’ambito delle calorie che mi sono consentito».

Cosa è l’amore alla sua età?
«È come a 16 anni. Io sono innamorato di mia moglie allo stesso modo di un adolescente. L’amore cambia solo nelle sue manifestazioni non nell’essenza profonda».

Se la nominassero senatore a vita?
«Non è successo ed è improbabile che capiti ora. So di essere una persona scomoda».

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