È forse il più recente tributo letterario al Frankenstein di Mary Shelley. Sicuramente è quello di cui si è parlato di più tra i lettori di lingua inglese nel corso dell'ultimo mese. "Frankenstein a Baghdad" dell'iracheno Ahmed Saadawi è stato pubblicato negli Usa e in Gran Bretagna nella traduzione di Jonathan Wright circa venti giorni fa. E in queste settimane ha collezionato una grande quantità di ottime recensioni.
Dwight Garner sul “New York Times” lo ha definito "Divertente e terrificante in un mix quasi perfetto". Sarah Perry su “The Guardian” lo ha descritto come "un acuto ritratto della divisione settaria e della inettitudine geopolitica del Medio Oriente, una favola morale che sfocia nell'assurdo e un fantasy pieno di orrore». E Ursula Lindsay sul “New Yorker” ha aggiunto che «Saadawi racconta una realtà che è così gotica nei suoi dettagli che, quando il romanzo vira verso il soprannaturale, non stupisce affatto». Dopo pochi giorni dalla pubblicatìzione si sono diffuse voci di un futuro adattamento cinematografico, voci che legano la produzione del film al nome di George Lucas. Ma cos'ha di tanto speciale questo romanzo?
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“Frankenstein a Baghdad” è ambientato nella capitale irakena negli anni 2005-2006, durante l'invasione americana. Un periodo di disordini e di terrorismo che precedette lo scoppio della guerra civile. Il libro racconta la storia di Hadi, un robivecchi che, dopo aver perso in un attacco terroristico un carissimo amico, decide di raccogliere parti di corpi di vittime di esplosioni e di cucirle insieme fino a costruuire un cadavere completo.
Dopo un nuovo attacco, però, l'anima di una vittima entra dentro il cadavere, e la creatura prende vita. Questo novello Frankenstein inizia a vagare per Baghdad uccidendo i cattivi: cerca i responsabili degli attentati che hanno ucciso le persone che gli hanno dati le parti del corpo. Presto però nasce un problema. Quando un attentato è stato vendicato, la parte del corpo del mostro che è legata a quell'attentato va in putrefazione e cade. Questo porta il mostro ad uccidere persone innocenti per rubargli le parti del corpo di cui ha bisogno.
I lettori in giro per il mondo conoscono “Frankenstein a Baghdad” da diversi anni. Pubblicato in arabo nel 2013, dopo aver vinto nel 2014 il più importante premio per la narrativa araba, il cosiddetto Booker arabo, il libro di Saadawi è stato tradotto in molte lingue: francese, cinese, italianom turco, ebraico, bosniaco... Gli studiosi di madrelingua araba che lavorano in università internazionali o inglesi hanno già pubblicato studi su questo argomento.
Bushr Juhi Jani dell'Università di Sheffield (GB) ha collegato il mostro di Saadawi all' "Abietto" di Julia Kristeva, cioè all'inquinamenti morale, alla "morte che infetta la vita". Hani Elayyan della American University of the Middle East, che ha sede in Kuwait, rimanza l'ispirazione del libro agli studi di Judith Butler’s su quella particolare forma di terrore che nasce da «una "vita precaria", nella quale la morte improvvisa e violenta può arrivare in ogni momento».
Ovunque il libro è stato accolto con ottime recensioni e anche premi: il Grand Prix de l'Imaginaire in Francia nel 2017, mentre in Italia una menzione è andata alla traduzione di Barbara Teresi’ per e/o – forse il più famoso editore italiano in questo momento, dal momento che è l'editore dei romanzi di Elena Ferrante, e il solo custode del mistero della sua identità.
Ahmed Saadawi, l'autore del libro, è nato nel 1973 a Baghdad, dove vive. Lavora come giornalista freelance e autore di documentari televisivi, ma anche pubblicato racconti e tre romanzi: “Frankenstein” è il suo romanzo più recente. Viveva a Baghdad, quindi, negli anni in cui la storia del libro è ambientata. Questo spiega perché i dettagli di cronaca sonom così precisi e così drammatici.
Quando Saadawi scrive che «mai in vita tua sentirai un odore» come quello di fumo, sedili di plastica e corpi bruciati insieme in un'esplosione, e che «te lo ricorderai finché vivi», il lettore sente che non sta inventando niente, che parla di una cosa che ha sperimentato nella vita reale.
I lettori occidentali sono stati attratti dal libro per il suo mix di cronache di guerra estremamente realistiche e di un omaggio alla più alta letteratura gotica, passando attraverso citazioni di ogni genere di film horror hollywoodiano. Ma qui vogliamo segnalare alcune fonti arabe che danno al libro il suo unico sapore e la sua profondità.
La prima fonte araba è nascosta proprio nella nascita del mostro di Saadawi. Il Frankenstein di Mary Shelley nasce dal desiderio di un giovane medico di diventare padrone della vita - e questo spiega il sottotitolo del libro, "Il moderno Prometeo".
Questo antefatto rimane uguale in tutte le più famose "variazioni sul tema" del mostro di Mary Shelley. Ma non nel libro di Saadawi. Hadi, il "padre" della creatura, non ha nessuna intenzione di strappare a Dio il potere di dare la vita. Al contrario, vuole solo dare «una degna sepoltura» a corpi così smembrati che «non verrebbero rispettati come gli altri morti»ma «finirebbero nella spazzatura». Questo desiderio ci riporta direttamente a una delle più famose favole arabe: “Ali Baba e i quaranta ladroni", che si trova nelle più diffuse versioni delle "Mille e una notte".
Il primo a entrare nella caverna stregata, il fratello di Ali Baba, Kassim, viene scoperto dai ladri, ucciso e tagliato in quattro pezzi. Sua moglie e suo fratello, con l'aiuto della furba schiava Morgiana, recuperano le parti del corpo dalla caverna e le fanno ricucire da un calzolaio bendato, in modo da poter fare un funerale dignitoso.
La storia del mostro di Saadawi però è molto più complicata. Il suo corpo è fatto da parti di cadaveri diversi: una sorta di orribile Arlecchino.
Il vestito di Arlecchiino è fatto di pezzi di stoffe diverse. In un'intervista, Saadawi ha raccontato che i pezzi del corpo del mostro hanno colori diversi perché voleva far vedere che vengono da vittime di differenti gruppi etnici iracheni. E ha raccontato che l'ispirazione è nata «in una fredda stanza di ospedale».
«Ho incontrato lì un uomo che piangeva perché suo fratello era morto in un'attentato», ha raccontato Saadawi. «Le famiglie venivano epr identificare i corpi dei loro parenti ma quest'uomo non riusciva a trovare suo fratello. Un infermiere allora gli ha detto di guardare in un'altra stanza, che era riservata alle parti di corpi dilaniati. Gli ha detto di mettere insieme quello che poteva per ricostruire un corpo intero».
Questa è la realtà orribile che ha dato origine al libro. Ma il passaggio dalla realtà al romanzo è segnato da diversi passaggi e da molte reminiscenze letterarie e cinematografiche. Quando il lettore incontra Hadi, lui si aggira in una strada coperta di sangue dopo un attacco terroristico, in cerca del pezzo che gli serve per completare il suo puzzle dell'orrore: «Voleva un naso, solo e trascurato, un naso che nessun altro voleva». Bushra Jahi Jani ha già legato questo dettaglio al falìmoso racconto di Nikolai Gogol.
Ma il "Naso" di Gogol è stato interpretato come un simbolo fallico: e siccome Saadawi sembra conoscere tutti i film su Frankenstein, il legame tra il naso di Gogol e il mostro di Saadawi può essere rintracciato in una famosa battuta di "Frankenstein Junior". Quando il Dottor Frankenstein dice alla sua assistente Inga che «perché l'esperimento riesce tutte le parti del corpo devono essere ingigantite», lei commenta con accento tedesco: «Le sue vene, i suoi piedi, le sue mani, i suoi organi interni tovranno tutti essere ingrantiti». Poi fa una faccia sconvolta e aggiunge: «Avrà un enorme schwanzstucker!».
Il Frankenstein di Saadawi è diverso da quello di Mary Shelley sotto diversi aspetti. Nel romanzo ottocentesco, il complesso sentimento che lega Victori al "suo" mostro è spesso interpretato come un orribile legame tra padre e figlio, mentre il mostro di Saadawi non può essere considerato "figlio" di Hadi. Ma d'altra parte, come ha notato Hani Elayyan, questo Frankenstein arabo ha una madre: una donna in lutto che lo "adotta" come figlio appena lo vede. Dopo vent'anni, Elishua spera ancora che suo figlio Daniel torni dalla guerra tra Iran e Iraq.
La gente la considera pazza, ma ritiene anche che sia benedetta, e che protegga le strade vicino alla sua casa dagli attacchi terroristici. È una donna cristiana e vive vicino alle "rovine ebraiche"; un simbolo della complessità della società irakena. Quando il mostro cerca rifugio a casa sua, lei si convince che Daniel sia ritornato. Cura le sue ferite, gli dà da mangiare, lo veste con i vestiti di suo figlio. Non ha paura di lui, non è sconvolta dal suo aspetto strano o orribile, eprché mlti soldati sono tornati dalla guerra orribilmente scioccati o cambiati. Elishua è uno dei personaggi più importanti del libro, e ispira alcune delle sue pagine più belle.
Il mostro di Mary Shelley diventa un assassino perché odia il suo creatore: uccide il fratello e la moglie di Victor Frankenstein eprché vuole farlo soffrire. Invece, al contrario di quello che si legge nella recensione dell'Economist", il mostro di Saadawi non ha nessun conto in sospeso con Hadi. Diventa anche lui un assassino ma un assassino con una missione: vendicare le persone i cui corpi hanno costruito il suo. E uccide innocenti solo quando deve andare a caccia delle membra che ha perduto.
Nel far questo, il mostro di Saadawi incrocia diversi temi frequenti nei film hollywoodiani. Comincia come un membro della “Zombie Franchise” che, come ha notato lo studioso indiamo K.S. Arsch, deve molto al romanzo di Mary Shelley. Presto diventa un supereroe che porta la giustizia dove la legge e l'ordine non possono arrivare, un tema molto molto popolare nei film americani: forse il film più recente di questo filone è “Seeking Justice” con Nicholas Cage, del 2011.
La polizia irakena inizia a investigare sul serial killer, ma presto le indagini vengono prese in mano da uno strano dipartimento speciale: pieno di indivini, necroanti e maghi di ogni gebere, questo dipartimento speciale porta le strategie di caccia agli alieni di “Men in Black” a un livello da fantasy. E quando il mostro si vede obbligato a uccidere innocenti per restare in vita, diventa anche membro della famosa "Franchise dei Vampiri".
Tutto questo rende il Frankenstein di Saadawi u mostro molto contemporaneo. In effetti l'autore non prende come modello il romanzo di Mary Shelley, ma l'intero "Immaginario di Frankenstein" formato da due secoli di romanzi, film, fumetti... Il nome di Mary Shelley non è mai citato nel libro, perrà c'è un richiamo al «film con Al Pacino», il cui titolo era “Frankenstein di Mary Shelley”. Il mostro irakeno viene chiamato Frankenstein solo nelle ultime pagine del libro: prima il suo nome è “shesma”, così lo chiama Hadi, una parola araba che viene tradotta con “Comesichiama".
Un'altra differenza importante tra il modello e l'omaggio è nel modo in cui la vita entra nel mostro. Mary Shelley prese ispirazione dall'elettricità - un argomento che è stato studiato da molti autori, ultimamente da Kathryn Harkup nel suo saggio “Making the monster” e in Italia da Marco Ciardi e da Pier Luigi Gaspa in un libro pubblicato pochi giorni fa da Carocci. Ci si aspetterebbe da Saadawi un richiamo alle moderne tecnologie o alla fantascienza. E invece si rifà alla tradizione araba.
All'inizio del romanzo, l'autore cita una leggenda su San Giorgio, il santo preferito da Elishua: Giorgio è incatenato a una ruota coperta di spade, il suo corpo viene fatto a pezzi, ma il Signore riumette insieme i pezzi, guarisce il corpo e resuscita il santo.
Ma questo è un miracolo, un'eccezione. La gente normale, nel mondo arabo, ha un destino più semplcie. In uno dei primi capitoli del libro, l'anima vagante che alla fine troverà rifugio nel corpo del mostro vaga per la città. Nel cimitero di Najaf incontra un ragazzo seduto su una tomba. Il ritratto di questo giovane è così vivido da sembrare un ritratto dal vero: sembra un omaggio dell'autore a un amico morto.
Il ragazzo spiega all'anima che, dopo la morte del corpo, le anime sono libere di andare in giro epr qualche giorno, finché il corpo inizia a decomporsi. E se non hanno un corpo a cui tornare, «allora è un casino». L'anima quindi inizia a vagare finché trova la creatura di Hadi: «Si impadronì di quel cadavere», scrive Saadawi, «perché presumibilmente era un corpo senza anima proprio come lui era un'anima senza corpo».
Altri legami con la tradizione araba sono meno evidenti, ma ci sono sicuramente: sarà interessante leggere quello che gli studiosi di letteratura araba scriveranno in futuro su questo argomento. Allora avremo più chiaro il mix di temi occidentali e arabi che rendono questo libro così affascinante. Dobbiamo ricordare che nelle "Mille e una notte" c'è un continuo viavai tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ed è difficile per un lettore occidentale immaginare quanto forte è ancora oggi l'influenza di quei racconti.
Nelle città del Medio Oriente sono ancora raccontati nelle piazze del mercato dai cantastorie: e Hadi stesso è un cantastorie. Racconta le sue sorie ai clienti del caffè di 'Aziz l'egiziano. È un cantastorie di successo, sa come rendere le sue storie più avvicenti aggiungendo dettagli realistici. Poi però un giorno inizia a raccontare del suo “shesma”, e la storia di questo sanguinario “Frankenstein a Baghdad” è così strana che nessun cliente del caffè riesce a credere che sia vera.