A osservare le sue prime settimane di lavoro l’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte si sta caratterizzando come il governo più spostato a destra degli ultimi decenni, un governo oscurantista sui diritti civili e discriminatorio sulle politiche sociali. Un Esecutivo in cui su 63 membri solo 11 sono donne.
Si impedisce alle navi che soccorrono i naufraghi di farli sbarcare in Italia, mettendo in pericolo le loro vite e perfino quelle di bambini e donne incinte; si dice che le famiglie arcobaleno non esistono e che i consultori servono a convincere le donne a non abortire; che gli asili nido gratuiti devono essere riservati soltanto ai bambini italiani; si prepara l’ennesimo condono fiscale (per pudore lo chiamano pace fiscale ) come facevano i governi Berlusconi; si dice, stavolta senza pudore, che la flat tax serve ai ricchi perché è giusto che paghino meno tasse, anche se la Costituzione dice il contrario. Si annuncia un censimento su base etnica di Rom e Sinti. Se non è destra questa!
Si dirà: ma questo è Salvini, non l’interno governo. Già, ma è il leader leghista, con le sue raccapriccianti sparate, a dettare quotidianamente l’agenda politica e mediatica. Gli altri sembrano imbarazzati comprimari.
Non avrebbe i consensi che ha avuto, questa destra radicale, se la sinistra in Italia non avesse commesso errori anche molto gravi. Ma se alziamo lo sguardo oltre i nostri confini, vediamo che il nostro Paese è stato travolto dallo stesso vento sovranista e populista che ha portato Trump alla Casa Bianca, che ha prodotto la Brexit, che ha prevalso in diversi paesi europei, da ultima l’Austria, e che ha ottenuto buoni risultati in Paesi solidi come la Francia e perfino la Germania.
Ad una globalizzazione sbagliata e senza regole, risponde l’illusione sovranista. All’impronta liberista delle politiche europee, si risponde voltando le spalle all’idea stessa dell’integrazione europea. Questo sta accadendo e con questo bisogna fare i conti. Ecco la sfida per i progressisti: misurarsi con qualcosa che è ben più profondo delle volgarità di Matteo Salvini e dell’opportunismo doroteo di Luigi Di Maio. Perché è una sfida globale.
Per affrontare sfide di questa portata non si può sempre inseguire la destra sul suo terreno, ieri sull’immigrazione, oggi sull’illusione sovranista. Questa sfida si affronta rilanciando un’altra idea di società, altri principi ed altri valori rispetto a quelli proposti da sovranisti e populisti. E allora, se loro dicono prima gli italiani i progressisti devono dire prima le persone. Se loro dicono che i ricchi devono pagare meno tasse bisogna affermare il contrario, come è scritto sulla Costituzione. Se loro dicono che le famiglie arcobaleno non esistono occorre dire che la società è più avanti dei loro pregiudizi. Se loro vogliono che i consultori servano a spingere le donne a non abortire, si deve ribadire che le conquiste delle donne non dovranno mai più essere messe in discussione e le leggi dello Stato vanno rispettate. Se vogliono riportare indietro il Paese ai tempi dei loro nonni, bisogna guardare avanti per dare un futuro ai nostri figli e alle nostre figlie.
Chi può e deve fare tutto questo? Come costruire un progetto politico alternativo ?
C’è chi ha proposto un “fronte repubblicano” ma è una ipotesi che non mi convince perché apparirebbe una sorta di “union sacrée” dei garantiti e dell’establishment. Certo, per tornare a vincere i progressisti non possono andare in ordine sparso, devono unirsi. Ma proporre un’alleanza tra le organizzazioni politiche del centrosinistra così come sono oggi, non susciterebbe alcun entusiasmo. Avrebbe il sapore dell’intesa stanca degli sconfitti. Non basta dunque unirsi, bisogna coinvolgere le persone con metodo democratico e soprattutto innovare, proporre idee nuove, programmi nuovi, persone nuove.
Serve quello che ho più volte chiamato un Big Bang per rigenerare tutto il mondo progressista.
Il 4 Marzo per la sinistra, per tutta la sinistra, quella riformista e quella radicale, è stata più di una sconfitta. È stata una debacle continuata, salvo poche eccezioni, anche alle elezioni amministrative. Dopo un cataclisma così l’imperativo è cambiare. E invece tutto sembra procedere come prima: stesse narrazioni, stessi assetti, stessi protagonisti, quasi sempre maschi, peraltro. Stesse lunghe e autoreferenziali liturgie.
Ma per rigenerare bisogna includere, coinvolgere le tante realtà sociali, le associazioni femministe, quelle ambientaliste, i movimenti civici, le comunità Lgbt, le reti dei sindaci che non hanno trovato rappresentanza nelle esperienze politiche e nelle candidature alle ultime elezioni.
La società corre più veloce dei tempi dei partiti e a sinistra bisogna fare in fretta, ripensare tutto, rappresentanza, modalità di partecipazione, programmi. Solo così gli italiani, incluso chi non ha votato o ha votato Cinquestelle per disperazione, si renderanno conto che a sinistra c’è fermento, che può nascere qualcosa di nuovo, qualcosa che restituisca speranza, entusiasmo, voglia di impegnarsi.