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Giuseppe Conte giudice del concorso all'università. E la sua allieva lo vince

Il presidente del Consiglio, insieme al suo maestro Guido Alpa, è stato commissario per l'assegnazione di una cattedra. Che è andata a una collaboratrice di lungo corso dei due. Un caso imbarazzante per l'esecutivo che dice di voler combattere nepotismo e autoreferenzialità negli atenei

Lorenzo Fioramonti ha preso il problema di petto. Appena insediato al ministero, il nuovo sottosegretario all’Istruzione ha promesso di combattere «la tradizione di autoreferenzialità, e in alcuni casi di vero e proprio nepotismo», dell’università italiana. Parole forti, pronunciate in un’intervista pubblicata online da L’Espresso il 22 giugno.

L’economista eletto deputato con i Cinque Stelle probabilmente sa già come vanno le cose dalle nostre parti, visto che ha lasciato l’Italia per trovare una cattedra a Pretoria, in Sudafrica. Se però gli servisse un racconto in presa diretta ?dei meccanismi di selezione nel mondo accademico, Fioramonti dispone di un esperto a portata di mano. Si chiama Giuseppe Conte. Proprio lui, il presidente del Consiglio, avvocato ?con una brillante carriera universitaria alle spalle.

Conte, ordinario di diritto privato a Firenze, ha partecipato a diversi concorsi, prima come candidato e poi, più di recente, è stato chiamato a selezionare gli aspiranti docenti in alcune facoltà giuridiche sparse per l’Italia. Sulla base di documenti ufficiali, L’Espresso ha ricostruito una vicenda che chiama in causa il capo del governo e il suo maestro Guido Alpa, luminare del diritto con cattedra alla Sapienza ?di Roma. Nel 2002, proprio Alpa presiedeva la commissione che ?ha promosso Conte nel concorso ?per professore ordinario bandito dall’università Vanvitelli di Napoli. ?In quello stesso anno, come si legge ?nel suo sterminato curriculum, il futuro premier ha fondato insieme ad Alpa ?lo studio legale che porta il nome ?del famoso cattedratico.

La storia che L’Espresso è in grado di raccontare prende invece le mosse nel mese di marzo del 2016. A quell’epoca l’Università San Raffaele di Roma, fondata e controllata dagli Angelucci, meglio noti come proprietari di cliniche nel Lazio, cercava un professore associato di diritto privato per il corso di laurea in “Scienze dell’organizzazione e dell’amministrazione”. Al termine di un concorso la cattedra è stata assegnata a una studiosa (Giovanna Capilli) ?con oltre 15 anni di esperienza come ricercatrice e docente universitaria, ?che ha prevalso rispetto ad altri tre concorrenti.

Dagli atti depositati emerge però che almeno due dei tre commissari, cioè Alpa e Conte, avevano rapporti professionali di lunga data con la candidata che si è aggiudicata l’incarico. Già nel 1999 Alpa era stato ?il tutor della vincitrice del concorso, all’epoca neolaureata, quando quest’ultima, dopo gli studi a Messina, era approdata alla Sapienza con ?una borsa di studio.

La collaborazione è proseguita anche negli anni successivi. Anni ?in cui la futura professoressa dell’ateneo San Raffaele ha ottenuto molteplici incarichi di docenza e di ricerca in corsi universitari, master e seminari, tutti coordinati da Alpa. In altre parole, gran parte della sua carriera si è svolta nella scia del famoso professore, con cui ha firmato anche numerose pubblicazioni.

Conte invece è entrato in scena nel 2007. In quell’anno, e fino al 2009, l’avvocato di origini pugliesi ha insegnato diritto privato presso la facoltà di economia della Luiss, l’università romana controllata da Confindustria. E tra i suoi collaboratori, con un contratto integrativo di docenza, troviamo anche la giovane allieva di Alpa, che dopo una parentesi di qualche anno come professoressa all’Università Giustino Fortunato di Benevento ha infine presentato la sua candidatura per l’incarico di associato all’ateneo romano degli Angelucci.

Dopo i preliminari di rito, ad aprile del 2016 l’università San Raffaele bandisce il concorso per un posto di professore associato di diritto privato. In base al regolamento interno dell’ateneo, la nomina dei commissari spetta al rettore Enrico Garaci, docente di lungo corso, negli anni Ottanta al vertice dell’università di Tor Vergata, candidato sindaco capitolino per la Democrazia Cristiana e poi a lungo presidente dell’Istituto superiore di sanità. A norma di legge, la commissione deve essere formata da tre professori ordinari del «settore concorsuale oggetto della selezione», cioè, nel caso specifico, ?il diritto privato.

La platea dei potenziali commissari è quindi amplissima, popolata da decine di nomi. Eppure, Garaci sceglie proprio ?i due docenti che più a lungo hanno lavorato con uno dei candidati. A ben guardare, poi, anche il terzo e ultimo commissario, l’avvocato genovese Fabio Toriello, associato a Sassari, fa parte della scuderia degli allievi di Alpa. Il concorso, come è norma in questi casi, si è poi svolto per intero sulla carta. Nessun colloquio con i candidati. La valutazione è avvenuta in base alle pubblicazioni scientifiche, del curriculum e dell’attività didattica dei quattro aspiranti docenti.

All’atto della nomina i tre componenti della commissione sono stati chiamati ?a sottoscrivere una dichiarazione in cui affermano che «non sussistono situazioni di incompatibilità (…) con i candidati e con gli altri commissari». Tutti firmano. Nessuno, quindi, si è visto costretto ad astenersi dal giudizio per conflitto d’interessi.

Le maglie della legge in materia sono larghe quanto basta per garantire la regolarità formale della procedura nonostante l’evidente rapporto di vicinanza professionale tra un candidato e almeno due componenti su tre della commissione. Altra cosa, invece, è la tradizione di “autoreferenzialità” se non di vero e proprio “nepotismo” che ?il sottosegretario Fioramonti sostiene ?di voler combattere.

Casi come quello ?del concorso targato Alpa e Conte all’università San Raffaele sembrano suggerire che non manchino davvero ?gli spazi d’intervento per la riforma annunciata dal sottosegretario all’Istruzione in quota Cinque Stelle.

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