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Attualità
luglio, 2018

La Libia è ancora figlia di Gheddafi

«Con la rivoluzione ci siamo rialzati dopo 40 anni. Ma nel mio paese pesa l’eredità del dittatore». Parla lo scrittore premio Pulitzer Hisham Matar

Hisham Matar lo scorso anno ha vinto il premio Pulitzer per l’autobiografia con “Il ritorno”, racconto della sua condizione di figlio alla ricerca del padre - Jaballa Matar - oppositore del regime di Muammar Gheddafi, sequestrato al Cairo nel 1990 e condotto nella prigione libica di Abu Salim, la prigione degli oppositori politici dell’ex rais. La prigione delle torture e del massacro del 1996 in cui 1.270 persone furono giustiziate e ammassate nei cortili, a marcire. I testimoni sopravvissuti ricordano di quel giorno che il rumore dei proiettili era durato ore, ininterrotto. Da Abu Salim si sono perse le tracce anche di Jaballa Matar. “Il ritorno” è il racconto di un’assenza, viva nella memoria di figlio come l’eredità più difficile con cui convivere. Nel marzo del 2012, dopo la rivoluzione, Hisham Matar torna in Libia per la prima volta, sulle tracce del padre, per colmare quella distanza e raccontare l’assenza come recita il sottotitolo del libro: Padri, figli e la terra fra di loro.

C’è stato un evento specifico prima di iniziare a scrivere “Il ritorno” che l’ha incoraggiata a iniziare il libro o è stata una naturale evoluzione del suo percorso come scrittore?
«Ho sempre trovato curioso quanto fosse per me impossibile stabilire quando i miei libri abbiano effettivamente avuto inizio. È quando scrivo la prima riga, è quando ho l’idea, o è quando sono nato? Forse tutti portiamo i nostri libri con noi, e solo alcuni finiscono per scriverli o per scriverne almeno una parte. In ogni caso, “Il ritorno” è nato da quell’importantissimo viaggio che ho fatto tornando in Libia nel 2012 dopo trentatré anni».

Come descriverebbe oggi la Libia, osservandola da lontano?
«La Libia è un paese giovane con una storia travagliata e un difficile presente. Sta tentando di navigare attraverso i fantasmi del passato e le zone violentemente spaccate del presente. È anche un paese molto ricco e questo spesso significa che altri lo guardino con il desiderio di un parassita, e lo stesso fa, purtroppo spesso, parte della sua stessa gente».

Nel suo libro ci sono pagine di grande coraggio che descrivono la storia della Libia, il regime di Gheddafi, i suoi servizi segreti. Oggi la letteratura può ancora cambiare le cose? La parola è ancora uno strumento in grado di spostare equilibri?
«Un sinonimo di letteratura è verità, e per scrivere qualcosa di vero bisogna mettere da parte le proprie cause e le proprie ambizioni. La letteratura è intransigente sulla sua libertà; richiede di essere libera anche dal suo stesso autore. Se uno scrittore cercasse di impiegare la letteratura per i propri scopi, si renderebbe ridicolo. Ma questo non significa che la letteratura non cambi il mondo, ma piuttosto è così che cambia il mondo. Credo che lo faccia, ma alle sue condizioni. Quante volte sono stato italiano, irlandese, giapponese, nero o gay? E quante volte sono stato ucciso e sono stato assassino. Sono stato una donna molte volte. È grazie alla letteratura che ha espanso il mio cuore, mi ha coinvolto nella vita degli altri».

Pensa che la letteratura araba possa aiutare a portare avanti le motivazioni che hanno animato la rivoluzione del 2011 o ritiene che quelle motivazioni siano andate perdute?
«Penso che le rivoluzioni del 2011, come forse tutte le rivoluzioni, siano complesse e imperfette. Spesso lasciano dietro le loro spalle un debito di smarrimento e confusione. E quindi questo, anche se indirettamente, deve toccare l’artista. La letteratura in particolare, con il suo interesse per uomini e donne in antitesi con i loro stessi cuori, è interessata a momenti di tale conflitto interiore».

Il suo libro è una summa della storia della Libia. Oggi la Libia - a mio avviso - non paga solo il prezzo della negligenza dei paesi occidentali dopo il 2011, ma è ancora vittima del regime di Gheddafi. Quando legge le notizie libiche, di fronte alla guerra civile che sembra non finire, ai gruppi fondamentalisti nel paese, cosa si aspetta per il futuro?
«Il presente è sempre un sintomo del passato. E lo è ancora di più con Gheddafi perché il suo progetto era quello di creare una Libia e la sua gente a sua immagine. E ha avuto quattro decenni per farlo. Ci è quasi riuscito. Questo è l’aspetto straordinario della nostra rivoluzione. Ci siamo rialzati dopo tanta oppressione. Ciononostante, l’eredità naturalmente rimane, e gran parte della Libia di oggi - il modo in cui il potere è negoziato o meno, il modo in cui la violenza è preferita al dialogo, il peso politico dell’umiliazione, la natura rudimentale delle istituzioni private e statali - tutti questi sono gheddafismi. E, cosa peggiore, quel contesto è stato un eccellente terreno fertile per l’estremismo. L’estremismo, dopo tutto, è un’espressione di disperazione».

Parlo della mia esperienza in Libia: negli ultimi due anni ho riscontrato un fenomeno preoccupante: un numero crescente di persone, soprattutto i giovani intorno ai 25-30 anni, guardano al regime di Gheddafi con nostalgia. Perché accade secondo lei?
«George Orwell, da qualche parte nei suoi libri, credo in “Omaggio alla Catalogna”, osserva come il fascismo cavalchi sulle spalle della borghesia. Il desiderio di stabilità può far accettare molta oppressione. Niente di nuovo né unico. Quindi capisco la sensazione. Ma il problema è di logica: se l’oggi è il risultato del passato come possiamo desiderare che torni la causa della situazione attuale? E poi: ho sempre rilevato in un tale lamentarsi un atto di autocommiserazione. Mi ricorda la vittima dello stupro che si incolpa se stessa. Nessuno merita di essere trattato con violenta umiliazione. I diritti fondamentali sono dovuti a ognuno di noi».

Pochi mesi fa a Tripoli ho incontrato una persona che ha combattuto nel 2011. Mi ha detto: “Sotto Gheddafi la vita non aveva odore, oggi la vita puzza”; come si può dare speranza ai giovani che si sentono illusi dalla rivoluzione e abbandonati?
«Il presente ci obbliga a impegnarci nuovamente con la nostra storia, per capire come siamo arrivati qui. Spero che lo faremo, ma non sono fiducioso perché, se guardi in giro - l’Italia è un ottimo esempio - la maggior parte dei paesi non è brava a guardarsi allo specchio. È un fallimento umano comune».
La condizione di esilio interiore è cambiata dopo “Il ritorno”?
 «Il mio esilio non è mai stato un fatto interiore o spirituale, ma piuttosto materiale: non è che non volessi tornare; semplicemente, a causa della situazione politica, non potevo tornare a casa. Così ora che sono stato in grado di tornare e posso continuare a farlo, non sono più un esiliato. Il che per me è un sollievo, perché non mi è mai piaciuta la parola esilio».

I”Il ritorno” ha alleviato il peso della sua storia o lo ha reso più difficile?
«Mi ha permesso di fare un passo avanti, di non essere come quell’uomo nel sogno che descrivo nel libro in cui appaio a me stesso come una figura deformata con la testa rivolta sempre all’indietro. Sono un po’ più interessato al presente ora e, nei giorni audaci, anche al futuro.

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