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ottobre, 2019

Così i soldi italiani finanziano l’energia sporca che piace a Erdogan

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La regione della Mugla in Anatolia era un paradiso terrestre. Ora è devastata dallo sfruttamento delle centrali a carbone su cui la Turchia ha puntato nonostante il loro impatto. E anche grazie ai nostri finanziamenti

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Davanti c’è il mare, le spiagge di sabbia chiara ancora affollate di turisti, le coste con trenta siti archeologici simbolo della civiltà mediterranea. Dietro, verso le montagne, si stendono boschi millenari, laghi, torrenti e, tra le colline, paesi e villaggi incantevoli, circondati da viti e oliveti a perdita d’occhio.

«Sono venuto a vivere qui per scappare dal caos e dall’inquinamento della capitale Ankara», dice il dottor Haluk Akbatur, chirurgo oculista riscopertosi vignaiuolo, aprendo ai ricercatori italiani la porta del suo rustico in pietra affacciato su un ruscello da cartolina. «Quando sono arrivato, pochi anni fa, questa regione era un paradiso. Oggi è un inferno».

Dietro la collina sale il fumo nero delle ciminiere. Mega-centrali a carbone. Fornaci di cemento e acciaio in riva al mare, che bruciano il più dannoso dei combustibili fossili. Tra comuni spopolati, espropriati, abbandonati dagli abitanti che devono emigrare per sfuggire ai tumori da inquinamento. Laghi acidi, con acqua avvelenata dagli scarichi industriali. Polvere nera nell’aria, che fa ammalare le piante ed entra nei polmoni. E tra le centrali e i boschi, enormi miniere a cielo aperto, con ruspe che sventrano i terreni («si mangiano le nostre campagne», protestano i contadini) per estrarre carbone di pessima qualità. Uno scempio, un disastro ambientale e sociale per la regione di Mugla, nel sud-ovest dell’Anatolia, la più devastata da un regime che in tutto il paese si ostina a scommettere miliardi sull’energia più inquinante, ignorando l’allarme mondiale per il clima.
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Il presidente turco Erdogan non è solo un nemico della pace e della democrazia, capace di scatenare una nuova guerra in Siria, bombardare i curdi che hanno combattuto e sconfitto i terroristi dell’Isis, islamizzare una società laica, annullare elezioni perdute dal suo partito, imprigionare migliaia di oppositori. Erdogan è anche un nemico del pianeta. Il governo turco non ha aderito all’accordo di Parigi, siglato nel 2015 da 195 nazioni, per fermare il cambiamento climatico e bandire i combustibili più nocivi. Al contrario, ha varato un piano di autosufficienza energetica (obiettivo mancato) che dopo il fallimento delle maxi-dighe ora punta sul carbone. Con 26 centrali in piena attività, altre quattro in costruzione, due società statali mobilitate per sfruttare miniere sempre più grandi e sussidi ricchissimi ai privati. Un piano che chiama in causa anche l’Italia: più di metà dei finanziamenti esteri per il carbone turco arriva dal nostro paese.

Il settore è dominato da 13 gruppi industriali che hanno beneficiato delle privatizzazioni di centrali e miniere, in precedenza pubbliche, varate dal partito di Erdogan. Le società private sono sovvenzionate dallo Stato con finanziamenti, garanzie e sussidi pubblici. Solo gli incentivi fiscali alla produzione e al consumo di carbone costano oltre mezzo miliardo di euro all’anno. Il governo ha anche svincolato le società privatizzate dal rispetto delle normative ambientali: lo stop ai limiti e ai controlli anti-inquinamento, in vigore dal 2014, dovrebbe scadere alla fine di quest’anno, salvo nuove proroghe. E le aziende più ricche hanno legami fortissimi con il partito di Erdogan, documentati anche da indagini e intercettazioni, tutte insabbiate dopo le retate di magistrati e poliziotti bollati dal regime come golpisti «gulenisti».

Questo articolo si basa su documenti, testimonianze, filmati e atti societari raccolti dai ricercatori di Re:Common, un’organizzazione senza fini di lucro che si batte a livello globale contro la corruzione e la distruzione dell’ambiente. All’inchiesta hanno collaborato anche giornalisti che vivono in Turchia e non possono firmare per motivi di sicurezza personale.

Nella regione-simbolo di Mugla, la più devastata dal boom del carbone, tutte le centrali e le miniere sono controllate da tre società private. Il gruppo Ic Ictas, fondato dal magnate Ibrahim Cecen, è un colosso dell’energia, edilizia e infrastrutture, che negli anni di Erdogan ha ottenuto contratti statali miliardari per la costruzione di centrali, mega-ponti, ospedali. Limak è un altro conglomerato di aziende, guidato da Nihat Ozdemir, che ha ottenuto colossali appalti statali e si è aggiudicato anche il quarto lotto del Tanap, la tratta turca del super-gasdotto Tap (quello contestato in Puglia). Entrambi gli industriali sono stati intercettati, nel 2013, mentre ricevevano pressanti richieste da Erdogan (anche con telefonate personali) per comprare giornali e tv in perdita, in cambio di contratti pubblici. L’indagine è stata poi fermata come «complotto dei golpisti». Il terzo polo, Bereket Energy, controlla altre società privatizzate dal governo ed è concentrato sull’energia, in particolare sul carbone, che si è rivelato un pessimo affare: il gruppo ha accumulato debiti per quattro miliardi e mezzo di dollari, secondo l’agenzia Bloomberg, e nel marzo scorso ha dovuto siglare un accordo anti-fallimento con le banche.

Il primo finanziatore straniero del carbone turco è il colosso bancario italiano Unicredit, che ha concesso prestiti per oltre un miliardo ai tre gruppi attivi nella regione di Mugla. Gran parte dei fondi sono stati stanziati dalla filiale turca Yapi Kredi Bank (controllata da Unicredit insieme al gruppo finanziario Koc) quando il suo capo-economista era Cevdet Akcay, legatissimo al partito del presidente: il banchiere fu intercettato nel 2011 mentre suggeriva al ministro degli esteri (che girava i messaggi al nipote di Erdogan, oggi titolare delle finanze) i nomi dei politici da chiamare al governo.

Ora Unicredit ha cambiato linea. Nell’aprile scorso, all’assemblea degli azionisti, l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier ha annunciato una svolta sul carbone. In risposta alle critiche, il vertice della banca ha garantito «una revisione della policy sul finanziamento alle attività di produzione di energia da carbone», che terrà «nella massima considerazione il tema dei cambiamenti climatici».

In attesa della svolta verde, prevista per fine anno, il sostegno alle aziende turche nell’era di Erdogan è costato caro al gruppo italiano: Yapi Kredi ha chiuso il bilancio del 2018 con perdite per 846 milioni di euro.

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