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Attualità
marzo, 2019

L’ultimo oltraggio in aula alla memoria di Andy Rocchelli, reporter dalle tenebre d’Europa

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A Pavia si celebra il processo al presunto assassino del fotografo ucciso in Ucraina nel 2014. Tra gli slogan dell'imputato e la piccola folla plaudente dei suoi fan nazionalisti

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L’imputato di omicidio Vitaliy Markiv, 29 anni, cammina in silenzio verso la gabbia della Corte d’Assise. Ma non appena passa davanti alla balaustra del pubblico, ancora una volta beffa i due agenti di scorta: «Gloria», urla a squarciagola. Una folla di sorrisi, donne bionde e castane tra cui la sua mamma e uomini con i capelli rasati venuti apposta a vederlo, risponde all’unisono: «All’Ucraina!».

I giudici non sono ancora entrati e nessuno sanziona l’affronto irriverente del cecchino della Guardia nazionale di Kiev e nemmeno il tifo dei suoi fan. Succede quasi tutti i venerdì, ad ogni udienza nell’aula più grande del Tribunale di Pavia. Il soldato Markiv va poi a sedersi obbediente sull’unica panca dietro le sbarre: è accusato, con altri commilitoni rimasti ignoti, di aver ucciso in Ucraina senza nessuna ragione il fotografo lombardo Andrea Rocchelli, 30 anni, e l’attivista europeo per i diritti umani ed ex dissidente sovietico, Andrei Mironov, 60 anni, e di aver anche tentato di uccidere il fotoreporter francese William Roguelon, 28 anni, che era con loro. Gli agenti della polizia penitenziaria adesso riaprono il pesante cancello. L’imputato esce e si accomoda accanto a Raffaele Della Valle, il suo avvocato di fiducia. Il processo può continuare.
Vitaliy Markiv, il presunto assassino

Questo pubblico, che ci circonda e si alza in punta di piedi per vedere meglio, è la fotografia più viva che Andy Rocchelli, nome con cui Andrea firmava gli scatti e i suoi libri, continua a inquadrare per noi dal giorno della sua morte, il 24 maggio 2014: è l’immagine istantanea del nazionalismo europeo che oggi vediamo riaffiorare arrogante ovunque, fin dentro i palazzi di giustizia. E che Andy ha cominciato a ritrarre dall’inizio di quel primo esperimento di sovranismo che da piazza Indipendenza, cinque anni fa a Kiev, ha portato l’estrema destra ucraina in Parlamento e, inevitabilmente, alla guerra contro i russi.

Volti rotondi e insospettabili di condòmini della porta accanto. Un pubblico identico a migliaia di connazionali, badanti, assistenti familiari e baby-sitter, che negli ultimi vent’anni hanno permesso agli italiani di continuare a lavorare senza lasciare incustoditi nonni e bambini. Un popolo che con le figlie e i figli oggi diplomati o laureati in Italia sta finalmente risalendo la scala sociale. Perfino Vitaliy Markiv è uno di loro. Cittadino italiano, nato in Ucraina e cresciuto con la mamma a Tolentino, nelle Marche: è stato arrestato il 30 giugno 2017 non appena è atterrato all’aeroporto di Bologna al suo rientro da Kiev, grazie a una paziente indagine che il pubblico ministero, Andrea Zanoncelli, stessa età e stesso nome di Andy, ha sviluppato con il colonnello Paolo Storoni e i carabinieri del Ros di Milano e con il supporto del procuratore di Pavia, Giorgio Reposo, anche lui sempre presente alle udienze.

I fan del soldato Markiv sono venuti ad ascoltare due comandanti militari, convocati come testimoni con la garanzia dell’immunità. Il primo a sedersi accanto all’interprete, di fronte all’attentissima presidente della Corte Annamaria Gatto, è il parlamentare indipendente Bogdan Matkivskyi, 39 anni, giacca blu della stessa tonalità della bandiera ucraina raffigurata in una grossa spilla appuntata al colletto: Matkivskyi, arruolato nella seconda compagnia del primo battaglione della Guardia nazionale, fin dall’inizio della rivolta nel 2014 è un miliziano dei corpi di autodifesa molto vicino ad Andriy Parubiy, 48 anni, oggi presidente del Parlamento e in passato fondatore del Partito social-nazionalista ucraino con evidenti allusioni (sempre smentite) al nazionalsocialismo di Adolf Hitler. Il secondo testimone, Andriy Antonishak, 50 anni, indossa la divisa e le medaglie di comandante del battaglione Kulchytsky della Guardia nazionale: coordinava le operazioni, tra cui quelle affidate a Matkivskyi e al plotone di Markiv. Prima della rivoluzione, dice lui ai giudici, faceva l’uomo d’affari. Oggi gli piace vestirsi da ufficiale. Anche all’estero.

Tre file dietro la balaustra si agita il portavoce di un’associazione di cristiani ucraini. Così si presenta su Facebook, quando chiama i fedeli a sostenere Vitaliy Markiv. Non si perde un’udienza. Ed eccolo anche oggi, mentre nella sua lingua suggerisce la risposta al primo dei due testimoni. Si nasconde alle spalle di un’avvocatessa ucraina dai capelli nerissimi, accompagnata da un suo giovane collega e da un terzo vestito in borghese ma con muscoli e capigliatura da militare.

Forse i tre non sono 007, ne hanno però l’aspetto. La mattina presto fanno colazione nella saletta appartata di un bar di via Cavour, a cento metri dal Tribunale nel centro di Pavia. E quando entrano l’onorevole Matkivskyi e il comandante Antonishak, loro fingono di non riconoscerli.

Domanda del pubblico ministero. Traduzione dell’interprete. Suggerimento sottovoce in ucraino del rappresentante dei cristiani. Matkivskyi lo guarda e risponde. I carabinieri si avvicinano alla balaustra. Prima ammonizione. Lui dopo un po’ parla ancora. Seconda ammonizione. Nuova domanda e il suo terzo bisbiglio vola sopra le teste fino al banco dei giudici. Il suggeritore viene espulso dall’aula.
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Andrea Rocchelli, attivista della verità
10/10/2016

C’è qualcosa di anomalo in questo cristianesimo nazionalista che ignora il quinto comandamento. Qualcosa che risalta nella perfezione maniacale dei ricami delle camicie tradizionali, che quasi tutte le donne e qualche uomo del pubblico indossano. E perfino nella posizione del governo di Kiev che continua a considerare l’imputato un eroe: tanto che gli avvocati della famiglia Rocchelli, Emanuele Tambuscio e Alessandra Ballerini, hanno ottenuto la citazione a giudizio dello Stato ucraino attraverso l’ambasciatore a Roma, «in qualità di responsabile civile» dell’omicidio per la violazione degli obblighi delle parti in conflitto e dei doveri nei confronti dei civili. L’anomalia appare all’improvviso nelle immagini trasmesse da un ufficiale del Ros dei carabinieri sul maxischermo visibile a tutti. I commilitoni di Markiv chiudono in un bagagliaio un prigioniero in canottiera con la testa infilata in un sacco e una grossa catena al collo. Un’altra immagine mostra lo stesso uomo rannicchiato in una fossa mentre con un badile i miliziani ucraini lo ricoprono di terra. Dal colore roseo dei primi piani sulla sua pelle, il prigioniero è ancora vivo. Può essere eroe il soldato di un governo europeo che tortura i nemici?

La Guardia nazionale non è fatta di militari regolari. Ha raccolto volontari, nazionalisti, estremisti. Lo si vede ancora in una foto mostrata nelle udienze di qualche settimana fa. Sette soldati, uno dei quali assomiglia all’imputato, sollevano la bandiera di guerra nazista rossa bianca e nera con la svastica al centro. Ridono. Festeggiano. Uno imbraccia una mitragliatrice. Il ragazzo in piedi a destra del gruppo saluta con il braccio teso e le dita unite. Dietro di loro è appesa al muro la bandiera gialla e blu dell’Ucraina. Sono immagini estratte dal telefonino Lenovo e dalle memorie sequestrati a Vitaliy Markiv. Foto che accusano, nelle loro azioni e nei loro pensieri, i presunti assassini: come se anche dopo la sua morte, Andy li avesse inseguiti, scoperti, immortalati nei suoi scatti.
Sabato 24 maggio 2014 Andrei Mironov, il collega francese William Roguelon ed Andy Rocchelli si fanno accompagnare da un tassista alla periferia di Sloviansk, città di centomila abitanti nell’Ucraina orientale. Da alcune ore non si spara più. Nella guerra del Donbass, scoppiata come risposta della Russia ai piani di espansione della Nato, non ci sono soltanto i militari ucraini e i separatisti filorussi. Andy Rocchelli è lì per dare un volto ai civili silenziosi, inermi e affamati che sono le vittime innocenti di ogni conflitto. Li vediamo nel suo magnifico libro “Evidence”. Scatti che anticipano il fallimento dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite nel difendere la pace contro l’imperialismo di Mosca e il nazionalismo di Kiev. Le sue foto di bambini europei appena illuminati dentro una botola, accovacciati in cantina tra vasetti di conserve in un improvvisato rifugio antiaereo, sono un avvertimento per il nostro presente: perché senza tolleranza, capacità di dialogo e rispetto reciproco, questo è ciò che accade e accadrà di nuovo in Europa.

Quel pomeriggio il taxi di Sloviansk si ferma ai piedi della collina Carachun. Andy e gli altri scendono e fanno qualche scatto alla strada. Dalle postazioni sulla collina, l’esercito regolare ucraino e i volontari della Guardia nazionale dominano la pianura. Sicuramente vedono che si tratta di civili disarmati che stanno fotografando un treno merci bloccato a un passaggio a livello. Sparano prima con i fucili di precisione AK74, che anche Markiv ha in dotazione. Rocchelli, Mironov, Roguelon, il tassista più un passante mai identificato vanno a proteggersi sotto gli alberi in un fosso profondo tre metri. E dalla collina ora li bombardano con i mortai. I soldati li braccano vigliaccamente per oltre venti minuti. A ogni colpo, aggiustano la mira. Andy scatta a raffica finché ne ha le forze: sono le sue ultime trenta foto. Inquadra le esplosioni e i suoi compagni in trappola. Il tassista si salva. Roguelon resta gravemente ferito. La sua testimonianza è fondamentale: «Sono sicuro di come i colpi di mortaio provenissero dalla fazione ucraina», è la testimonianza del fotografo francese davanti ai magistrati.
Markiv ha una giustificazione per tutto: hanno sparato i separatisti russi. E la bandiera con la svastica, secondo lui, è un bottino di guerra: «Questa fotografia», sostiene l’imputato il 18 gennaio in una dichiarazione spontanea alla Corte, «è stata un’operazione condotta dalla Guardia nazionale. Durante una perquisizione ai terroristi filorussi, abbiamo ritrovato questa bandiera... e al ritorno nella base, sembra una sciocchezza, ma fanno il cenno come tipo il bottino di guerra, guarda cosa abbiamo trovato». Testuale. Non sarebbe quindi un saluto nazista: ma un modo per indicare la bandiera che però nella foto, stranamente, si trova nella direzione opposta rispetto al braccio teso. Vedremo alla fine del processo se la Corte d’Assise gli avrà creduto.

Il maxischermo mostra intanto ai giudici un videoselfie dell’imputato con elmetto e divisa. Il telefonino lo riprende dentro la sua postazione in prima linea sulla collina sopra Sloviansk. Poi fa una panoramica a tutto quello che c’è davanti: si vedono una fabbrica e gli alberi sotto cui Andy Rocchelli e Andrei Mironov sono stati uccisi. Quella di Vitaliy Markiv è tra le postazioni più vicine, anche se la distanza in linea d’aria potrebbe superare il chilometro: un po’ al limite per garantire la precisione di un fucile d’assalto, ma una portata facilmente raggiungibile a qualunque tiro di mortaio. Sono filmati dello stesso periodo dell’omicidio che l’imputato ha pubblicato sulla sua pagina Facebook dimostrando, secondo l’accusa, che lui in quei giorni è lì: è per questo che la Procura di Pavia ha ottenuto il suo arresto.

Spara una mitragliatrice. I suoni della guerra entrano in aula senza preavviso. La mamma del fotografo, Elisa Signori, 65 anni, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Pavia, abbassa lo sguardo e si stringe in un abbraccio. È seduta in mezzo alla figlia Lucia, 29 anni, e al marito Rino, 65, ingegnere in pensione. Accanto a lui, la giovane compagna di Andy, Mariachiara Ferrari. Hanno la schiena appoggiata alla parete sinistra. Da lì vedono e sentono tutto, a tutte le udienze: le grida di battaglia di Markiv, gli sguardi arroganti dei suoi sostenitori, i loro selfie allegri in corridoio come se fosse una festa. Il nazionalismo non ha mai avuto pietà delle vittime.

Andy però continua a essere vivo in quest’aula. Con la sua eredità di testimone. Con gli amici che vengono in Tribunale a sostenere la mamma, il papà, Lucia e Mariachiara. Con i colleghi del suo collettivo fotografico “Cesura”, lo stesso di Gabriele Micalizzi, ferito pochi giorni fa in Siria.
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Gli ultimi scatti di Andrea Rocchelli prima di essere ucciso
10/10/2016

Il fatto che Andy Rocchelli abbia inseguito i suoi assassini anche dopo la morte non è un modo di dire. Lo racconta la mamma: «All’obitorio a Sloviansk una mano amica che non abbiamo mai conosciuto ha fatto qualche scatto al pavimento, poi ha tolto la schedina dalla macchina fotografica di Andy e l’ha nascosta in una tasca della custodia». La Ricoh sporca di fango e la Olympus rimasta pulita nello zaino vengono consegnate ai genitori apparentemente senza schede.

Due anni dopo, nell’autunno 2016, i fotografi di Cesura chiedono a Rino Rocchelli di poter tenere per qualche tempo le macchine fotografiche nella loro casa a Pianello Val Tidone, in provincia di Piacenza. «Ci telefona Micalizzi», continua il papà, «e ci avverte che dentro una piccola cerniera della custodia ha trovato tre schedine. C’erano le immagini della discussione della laurea in architettura di Lucia, pochi giorni prima della partenza di Andy per l’Ucraina, e le foto del pomeriggio del 24 maggio che mancavano. Comprese le ultime trenta, fatte a raffica: sono tutti nel fosso e si vede quel quinto uomo di cui non si è mai saputo nulla».

Andy, forse già ferito a morte, tiene l’indice premuto sul pulsante di scatto. Quelle trenta immagini confermano oggi il racconto di William Roguelon e accusano le postazioni militari ucraine sulla collina Carachun. Ma, udienza dopo udienza, smascherano anche la zona grigia europea che, come scrive proprio in questi giorni su “doppiozero.com” il presidente del Centro internazionale Primo Levi di Torino, Ernesto Ferrero: «È la zona di quelli che per la loro buona pace, perché tengono famiglia, perché devono fare carriera, perché se non lo fanno loro lo fa qualcun altro, fingono di non vedere e di non sapere, e così facendo hanno avvallato e avvallano le imprese più criminose di cui è tristemente ricco il Novecento ma anche il Terzo Millennio». Venerdì 15 marzo il soldato Markiv darà alla Corte la sua versione dei fatti.


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