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Quando si dice la beffa. Matteo Salvini non ha fatto in tempo a costruirsi la solida fama di sovranista al grido di “Prima gli italiani” quand’ecco che deve fare i conti con il passato del suo movimento, che sta per compiere trent’anni e tutto era all’inizio meno che sovranista o nazionalista che dir si voglia. Anzi, aveva la sua ragion d’essere nello sgretolamento dell’unità nazionale.
Ma ora che Salvini ha imposto alla Lega una svolta a 180 gradi in chiave appunto nazionale con la sua schiacciante campagna nel profondo Sud, l’imbarazzo del capo del Carroccio è palpabile. Sembra infatti arrivato il momento delle “autonomie differenziate”, «che non saranno proprio la secessione ma le somigliano molto», come dice l’economista Gianfranco Viesti. Una moltitudine di funzioni, dall’istruzione alle infrastrutture, dall’ambiente ai beni culturali fino alla parte di sanità ancora non decentrata, passeranno sotto la responsabilità delle regioni, che si finanzieranno trattenendo una parte delle imposte riscosse sul territorio. Fino alla metà, pretende il governatore veneto Luca Zaia.
Erano anni che si intensificava la pressione delle due regioni-faro del Nord, Lombardia e Veneto, entrambe a consolidata guida leghista, perché si arrivasse al “Big Bang”. Tutto si impernia sulla revisione federalista del titolo V della Costituzione del 2001, peraltro varata dal governo di centrosinistra nel maldestro tentativo di prevenire le mire indipendentiste di Bossi. «Una riforma fatta frettolosamente, priva di leggi di attuazione e di una solida maggioranza tanto che richiese un referendum confermativo e negli anni successivi provocò una lunga serie di questioni interpretative alla Corte Costituzionale», ricorda Giovanni Maria Flick che di quella Corte faceva parte (ne divenne presidente nel 2008). Un tentativo di “ricentralizzare” le funzioni venne con il referendum di Matteo Renzi nel 2016, ma fu una batosta. Invece nelle due regioni interessate altrettanti referendum consultivi l’anno dopo hanno sancito che la maggioranza di lombardi e veneti vuole l’autonomia fiscale.
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Da allora Zaia e Attilio Fontana, presidente della Lombardia, ai quali si è unito a sorpresa il governatore Pd dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, sia pure con minori pretese, martellano perché si proceda. La riforma richiede una legge di rilevanza costituzionale, di iniziativa governativa, da approvare con maggioranza assoluta. La base è il testo delle intese col governo raggiunte con ognuna delle tre regioni, dentro le quali c’è di tutto, dalla scuola alle ferrovie: 23 materie delegate (15 per l’Emilia-Romagna), tutte quelle consentite dall’articolo 116 della Costituzione riformata. Una rivoluzione copernicana, iniziata in sordina con poche attribuzioni: «Poi via via le regioni hanno chiesto sempre di più, in una bulimia del potere», commenta Claudio De Vincenti, nei governi del centrosinistra ministro alla Coesione. «La bulimia è una malattia autodistruttiva, quello che si cerca di fare con il Paese. Le regioni potranno bloccare il passaggio nel loro territorio di una strada o di un elettrodotto, o impedire il passaggio di merci da esportare».
Le tre regioni, all’epilogo del governo Gentiloni, il 28 febbraio 2018, hanno ottenuto la firma alle intese, base per la legge. Ora che al governo c’è la Lega, la riforma ha messo il turbo. Ma Salvini in questi 10 mesi ogni volta ha trovato un pretesto per rinviare tutto.
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L’ultima volta in consiglio dei ministri il 14 febbraio ha annunciato che se ne parlerà dopo le europee, ma Zaia e Fontana non mollano perché si proceda subito. La pentola a pressione sobolle e può esplodere da un momento all’altro. Giuseppe Conte ha assicurato la sua mediazione con la consueta formula morotea: «Daremo corso alle autonomie senza minare l’unità nazionale», ma forte è l’imbarazzo del capo della Lega: la scelta è scontentare la sua nuova base o soddisfare le pretese della ex-Padania. «Potrebbe finire con la scissione nel Carroccio e le frange tradizionaliste schierate con Zaia», azzarda Paolo Balduzzi, economista della Cattolica e della voce.info. C’è anche da misurarsi con i nemici-amici dei 5 Stelle: l’autonomia differenziata è inserita nel contratto di governo, ma ora i grillini non ne vogliono più sapere.
Con una disinvolta retromarcia Luigi Di Maio, come se non bastassero le spaccature nella maggioranza, ha opposto un secco «Non se ne parla neppure», dopo che i ministri pentastellati di Infrastrutture, Ambiente e Sanità hanno stoppato la cessione di competenze. Lo stesso Di Maio, dato che le politiche del lavoro fanno parte del pacchetto, vede nel provvedimento una minaccia alla guida centralizzata del tormentato avviamento del reddito di cittadinanza. «Ci sono forti motivi di preoccupazione in questo processo che rischia di riportarci nell’imbuto del 2001: una misura nata per prevenire la secessione che invece la favorisce», commenta Flick.
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Che non nega il significato politico di dare un segnale alle regioni meno efficienti perché migliorino la funzionalità, ma rileva errori macroscopici di procedura: «Non ha avuto senso negoziare le intese al chiuso di riunioni bilaterali fra governo e regioni interessate senza una procedura trasparente e la possibilità di una valutazione politica complessiva della conferenza Stato-regioni. L’equilibrio fra l’unità e l’autonomia di cui parla l’articolo 5 della Costituzione, va calato in una realtà che preveda comunque il principio di solidarietà».
Per di più le regioni chiedono il passaggio parlamentare con i provvedimenti blindati, approvati o respinti senza modifiche: «Sarebbe la riduzione del Parlamento a una mera funzione notarile, in supporto a questa deriva verso un’Italia a due velocità in cui prima o poi quella che corre di più finirà col voler aderire alle regioni europee più progredite».
Anche per l’attuazione della riforma è previsto che si installino commissioni bilaterali fra la regione in questione e il ministero per gli Affari Regionali, guidato da Erika Stefani da Vicenza, fedelissima di Zaia. Per le somme in ballo, la Ragioneria generale dice che lo Stato spende per i servizi essenziali nelle tre regioni 71,5 miliardi l’anno attinti dalla fiscalità generale. Le competenze rivendicate valgono per ora 21,5 miliardi, metà per la scuola: 10,5 in Lombardia, 6 nel Veneto, 5 in Emilia. Le regioni chiedono di trattenere le somme da Irpef, Iva e Ires per gestirle in autonomia: ora sulla base dei precedenti storici, dopo cinque anni con i fabbisogni standard, tutti da determinare. Ma calcolarli è incredibilmente complesso per il numero di variabili da considerare: come calcolare la quota parte dell’ammortamento di una strada? A chi intestare i redditi di un’azienda di Milano che ha una fabbrica nel Mezzogiorno?
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I precedenti sono poco confortanti. Per i comuni è stata tentata una riforma simile con la legge 42 (“Calderoli”) del 2009, ma di fabbisogni standard non si vede l’ombra. Risultato, per le dieci attribuzioni assegnate ai Comuni, dagli asili nido al decoro urbano, si procede a oltranza con i costi storici, «con aberrazioni spaventose», racconta Mario Esposito, un giornalista del Mattino che da una vita si batte contro le tentazioni secessionistiche (il suo ultimo libro pubblicato da Rubbettino nel 2018 si chiama “Zero al Sud”).
«Tanti comuni minori ma anche Altamura, una città di 70 mila abitanti in provincia di Bari con 2100 bambini, sono pesantemente carenti quanto ad asili nido: applicando il criterio in vigore dei costi storici non ha diritto ad alcuna assegnazione specifica». Ma torniamo alle regioni. Da coordinare con i fabbisogni saranno le “medie nazionali” da stabilire per ogni funzione, anche qui con fantomatiche commissioni tutte da stabilire. Obietta l’economista Innocenzo Cipolletta: «Se Veneto o Lombardia riusciranno ad assicurare livelli migliori della media nella sanità o nella scuola, allora bisognerà allineare le regioni rimaste indietro per elementari principi di solidarietà nazionale, e ciò avverrà a spese del Tesoro con tutte le conseguenze sul deficit. La verità è che su sanità e scuola s’impernia lo Stato unitario, decentrarle è un azzardo». Inestricabile è poi un’ultima questione: «La situazione dei conti pubblici la conosciamo», dice l’economista Massimo Bordignon, «e la possibilità che si debba presto varare una forte correzione tagliando spese e aumentando entrate, non è remota. Come farà il governo centrale se ha attribuito alle regioni buona parte del gettito tributario e le competenze sulle spese?».