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Attualità
agosto, 2019

Riace è tornata un deserto

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L'ex città simbolo dell'accoglienza è solo l'ombra di quella rianimata dai migranti e da Mimmo Lucano. Siamo andati a vederla

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Seguitemi, vi prego, in questo breve viaggio agostano lungo la superstrada che si affaccia sul blu cobalto e le spiagge bianche del mare Ionio e, lasciato alle spalle il Capo Spartivento, arrampicatevi con me fino alla cima da dove si domina il mare sul cui fondo giacquero per secoli i guerrieri di bronzo per emergere infine nella loro abbagliante bellezza e dal quale giunsero poi i poveri in fuga da fame, guerra e morte, spinti “dal vento” nella terra che è sempre stata luogo di accoglienza, crocevia di scambi e contaminazioni, luogo di povertà e di riscatto, di ribellioni e repressioni, di umanità e ferocia, di ’ndrangheta e di lotta antimafia, di ribelli giusti ma “illegali” e di giudici ingiusti ma “legali”.

Eccoci dunque a Riace, la Riace dei bronzi e di Mimmo Lucano, il sindaco dell’accoglienza e dell’umanità perseguitato dalla “legge” come i briganti che popolarono queste terre, esiliato a pochi chilometri da qui, oggi divenuta una roccaforte di Matteo Salvini, eletto senatore in Calabria, e dei suoi epigoni locali. Alle elezioni europee la Lega è stata il primo partito e nelle elezioni comunali ha vinto il leghista Antonio Trifoli, mentre Mimmo Lucano, che ha potuto candidarsi ma non ha potuto fare campagna elettorale per il divieto di soggiorno a Riace, non è riuscito a conquistare un seggio in Consiglio Comunale.

Siamo venuti a osservare da qui le imprese agostane del Trucetto. Qui non siamo al Papeete, no. La ricetta di Matteo Salvini - ordine e sicurezza, porti chiusi e carceri aperte, immigrati fuori dalle palle e in galera chi li aiuta, in mare o a terra - ha agito davvero come una ruspa. Non parliamo di tweet e mojito, di selfie e cubiste: parliamo di persone in carne e ossa, di circa cinquecento immigrati cacciati via perché il ministro ha cancellato i finanziamenti degli Sprar. È un deserto che hanno chiamato pace: le botteghe artigiane, dove i migranti avevano imparato un mestiere, chiuse, sbarrate le porte di palazzo Pinnarò dove aveva sede l’Associazione Città Futura; i rifiuti - raccolti con gli asinelli per poter passare nei vicoli da un cooperativa sociale cui Lucano aveva affidato la raccolta dell’immondizia, commettendo secondo la procura un gigantesco reato - si accumulano nei vicoli, i commercianti hanno visto calare i loro introiti, gli italiani che lavoravano con i migranti hanno perso il lavoro. Restano i murales, l’anfiteatro, l’iconografia che i vincitori non hanno ancora avuto il tempo di cancellare. Adesso comandano loro su un paese fantasma che torna a spopolarsi come prima di Lucano e di quel barcone di curdi, giunto sulla spiaggia di Riace nel 1998.
Mimmo Lucano

È dunque dai vincitori che dobbiamo andare, per capire come intendano governare, in cosa si concretizzi quel prima gli italiani in nome del quale hanno spazzato via “i nivuri”. Ma purtroppo non si può: i vincitori fuggono alle domande o urlano invettive contro il fantasma di un’utopia che hanno voluto demolire ma cui non sanno sostituire nulla. Prendo un primo appuntamento con il nuovo sindaco, cui voglio chiedere come prima cosa se è sicuro di essere davvero sindaco dal momento che pende una causa dì ineleggibilità poiché Trifoli era vigile urbano a tempo determinato del comune di Riace e quindi, secondo il comma 8 dell’articolo 60 del Tuel (che raccoglie le leggi sugli enti locali) non avrebbe potuto essere eletto. Infatti è accaduto che la richiesta di aspettativa di Trifoli vigile urbano sia stata firmata dopo la sua elezione da Trifoli sindaco. Il sindaco mi fissa un primo appuntamento alle 11 in Comune cui mi reco con puntualità. Il sindaco mi riceve ma, mi dice, purtroppo non può parlarmi perché ha un appuntamento cui non può mancare. Obietto che mi bastano anche dieci minuti, ma no, non si può, l’appuntamento cui deve recarsi è in-de-ro-ga-bi-le. Però, mi dice una collaboratrice, non si preoccupi, potete prendere un altro appuntamento; bene dico allora a che ora posso tornare nel pomeriggio? No, oggi non si può. Allora possiamo fare domani? Un appuntamento telefonico però, spiego, perché non potrò essere sul posto. Ok, domani alle 15, allora. Mi raccomando, dico, ci tengo alla sua opinione. L’indomani chiamo inutilmente per tutto il pomeriggio, senza ottenere risposta. Evidentemente al sindaco forse ineleggibile (quindi forse illegale) eletto in sostituzione di un sindaco accusato di ogni illegalità possibile, L’Espresso non piace punto.

Abbiamo più fortuna fuori. Al bar accanto al Comune, seduto al tavolino gioca a carte Filippo Farò, eletto nella lista del nuovo sindaco, attorniato da silenti e consenzienti compaesani. A lui, più che L’Espresso (qui non ho ancora detto per chi lavoro) forse non piacciono i miei braccialetti etnici o quelli di Aldo Libri, uno dei miei compagni di viaggio nella desolazione post-atomica della Riace senza Lucano, dirigente di un sindacato di base, il Sul, ex-segretario della Cgil della Piana di Gioia Tauro, che sfoggia anche un bellissimo Panama e ostenta una barba alla Ho-Chi-Min. Don Filippo Farò non risponde a domande ma urla invettive.

« Vi piaceva Lucano?».
«No».
«Perché?”».
«Perché no».
«E perché no?».
«Perché non mi piaceva».
«Scusate, ma così non vale. È tautologico».
«Voi fate come i bambini: perché, perché, perché».
«Eh, sapete è il nostro mestiere fare domande. Allora perché non vi piaceva Lucano?».
«Picchi’ si faciva i cazzi soi».
«In che senso?».
«Vedete che mi fate distrarre e poi perdo la partita».
«Ma cosa volete fare per Riace ora che avete vinto?».
«Sono trascorsi appena due mesi, lasciateci il tempo».
«Voi avete votato per Salvini?».
«Caciertu».
«Ho capito vi lascio alla vostra partita allora, arrivederci. Qualcun altro vuole dirmi qualcosa in proposito?».
«Ma quando mai, parlau Filippo e parlau bonu».
(Filippo Farò ha vissuto per decenni lontano da Riace, è tornato sette mesi prima delle elezioni). Insomma, un racconto di Pirandello in terra di Calabria.

Basta spostarsi di qualche passo e scendere nel cuore del vecchio borgo e la musica cambia: «Come vanno le cose? E non lo vedete con i vostri occhi? Dove prima giocavano i bambini, i miei figli insieme a quelli dei migranti, ora c’è un mortorio e anche gli affari sono calati del 50 per cento. Non meravigliatevi che Lucano abbia perso: chi avrebbe retto a una persecuzione come quella che ha subito lui, che però ha preso oltre cento voti personali, su circa 1.000 votanti, senza neppure poter fare campagna elettorale, esiliato come un pericoloso delinquente? La verità è che non potevano permettere che nel cuore della Calabria crescesse un modello di accoglienza e umanità come quello di Riace», mi dice un commerciante.

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«È vero», aggiunge Aldo Libri, «i due modelli erano Riace e San Ferdinando, a Rosarno. Il villaggio solidale e il lager dove la gente muore bruciata viva nei roghi o perché gli ’ndranghetisti gli sparano addosso». A legare questi due mondi è la storia di Becky Moses, 26enne nigeriana cui era stata negata la richiesta d’asilo e per questo andata via da Riace: «È morta bruciata nel ghetto di San Ferdinando, dove si viveva senza luce, senza acqua, dove per scaldarsi si può solo accendere un fuoco. Accanto al suo corpo hanno trovato una carta d’identità firmata da me e io sono fiero di averlo fatto», ha raccontato Mimmo Lucano. Dice Aldo Libri: «Riace, con tutti i limiti e gli errori che possono essere stai commessi in perfetta buona fede, è l’idea umana dell’accoglienza che serve anche a chi accoglie perché può ripopolare borghi altrimenti abbandonati. Rosarno è il modello dello schiavismo: ti prendo, ti sfrutto, ti getto via quando non servi più. Mentre perseguono il modello Riace, nessuno si occupa della barbarie di San Ferdinando».

La ruspa che ha spianato Riace non avrebbe però potuto agire senza un’ offensiva giudiziaria che ha trasformato Lucano - indicato nel 2010 terzo miglior sindaco del mondo e inserito dalla rivista Fortune tra i 40 leader più influenti del mondo, per le sue politiche di accoglienza, candidato dal presidente di un Municipio romano al premo Nobel per la pace - in un pericoloso criminale, messo agli arresti domiciliari, poi liberato ma esiliato dal proprio paese, perseguitato proprio a causa di quelle politiche di accoglienza che gli erano valse unanimi e vasti riconoscimenti, malgrado la corte di Cassazione abbia demolito l’impianto accusatorio e il giudice che ha deciso il rinvio a giudizio abbia fatto sopravvivere solo due dei 14 reati contestati a quello che la Procura di Locri considera il capo di una vera e propria organizzazione criminale: A Riace ha detto chiaramente la Suprema Corte, «non ci sono state né ruberie, né truffe, né matrimoni di comodo. Il contestato appalto per la differenziata, assegnato dal Comune di Riace a due cooperative del paese che impiegavano italiani e migranti, è stato gestito in modo assolutamente regolare. È la legge a prevedere la possibilità di affidamento diretto a cooperative sociali “finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate” a condizione che gli importi del servizio siano “inferiori alla soglia comunitaria”».

L’ossessione securitaria di Salvini e l’azione della Procura di Locri si sono così sommate alzando quella che Ilario Ammendola, storico, già sindaco di Caulonia, dove Lucano è costretto a risiedere, chiama «l’onda reazionaria», simile a quella che in altri momenti della storia calabrese, come nel caso della Repubblica rossa di Caulonia, cui Ammendola ha dedicato un libro acuto e affascinante, “La ’ndrangheta come alibi”, edito dalla piccola ma raffinata casa editrice La Città del Sole di Franco Arcidiaco. «Il potere ha sempre usato la criminalizzazione per reprimere le lotte dei diseredati. Facendo leva sul fatto che in certe zone della Calabria la ‘ndrangheta agli inizi somigliava più a una forma di ribellismo che alla potente organizzazione criminale di oggi e quindi era facile che s’intrecciasse con le rivolte sociali come quella di Caulonia senza assolutamente però essere egemone. Oggi si ripete lo stesso copione e il modello Riace diventa modello criminale da reprimere», spiega Ammendola, uno dei coltissimi intellettuali che in questa terra disgraziata si oppongono a una lettura unidimensionale per cui ogni cosa viene ridotta a fenomeno criminale e trattata di conseguenza.

«Il suono del campanello che mi ha svegliato all’alba del due ottobre era agghiacciante», gli racconta Lucano nel libro «aveva qualcosa di sinistro, quasi di lugubre. È un’esperienza terribile per una persona innocente… vedermi le dita intinte nell’inchiostro nero, violentemente espropriato della mia intimità e della mia libertà, è un’esperienza terribile. Io le leggi le ho osservate perché i soldi destinati agli ultimi del mondo li ho dati a loro, e solo a loro, sino all’ultimo centesimo. Anzi ho destinato a migranti anche le somme che mi sono state consegnate come riconoscimento del mio impegno. Qualcuno si attacca al foglio di carta fuori posto ma potranno rovistare per anni anzi per secoli ma non troveranno un solo euro distratto alle finalità a cui era destinato. Ho giurato fedeltà alla Costituzione e ho mantenuto il giuramento, ho la coscienza assolutamente pulita perché ho dedicato tutta la mia vita alla causa degli ultimi del mondo».

Il modello securitario e giustizialista, l’Onda reazionaria di cui parla Ammendola, proprio nelle ore in cui sono a Riace diventa uno tsunami di barbarie e disumanità che impedisce a Mimmo di accorrere al capezzale del padre ultranovantenne, consumato dal precipitare di una leucemia per cui era stato ricoverato all’ospedale di Locri e poi rimandato a casa, in quella Riace nella quale Mimmo non può metter piede.

Lo sento al telefono proprio in quelle ore e comprensibilmente non ha voglia di pensare ad altro: «Ho la testa sempre lì, penso a mio padre», mi dice con la voce segnata dal dolore, poi però aggiunge: «Non è solo Salvini il problema, no, non è solo lui».

«Quando manca un soggetto di cambiamento», mi spiega Ammendola, «che dovrebbe essere la sinistra, se succede che l’alternativa sia tra Salvini e Gratteri, la strada alla destra è spianata». Nicola Gratteri, capo della Procura di Catanzaro, che ha sostenuto a spada tratta la crociata contro Lucano, il magistrato che Renzi voleva ministro della giustizia, la cui nomina fu bocciata dal Presidente Giorgio Napolitano, ma il cui nome torna nel totoministri di queste ore, è considerato da Ammendola e non solo da lui il teorico di una torsione giustizialista e antigarantista che spiana la strada a una destra reazionaria e aggressiva che anche qui in Calabria fa proseliti.

Il fascino dell’uomo forte conquista anche un discendete del Brigante Giuseppe Musolino, che gestisce un locale nel cuore dell’Aspromonte il cui nome richiama il mestiere del cugino e mi dice: «Sì, voto per Salvini perché ha le palle. Ma temo che proprio per questo Renzi e Grillo non ci faranno votare». Il consenso popolare qui è trainato dallo spostamento di gruppi di potere: «Vedi», mi spiega Ammendola, «qua c’è il fenomeno del corteo dietro al leader. Sono professionisti, avvocati, alti burocrati che vivono attorno alla spesa pubblica e che vedi dietro ogni capo che scende in Calabria con l’aura del vincente: c’erano prima dietro Silvio Berlusconi, poi dietro Matteo Renzi, infine appresso a Matteo Salvini. E sono pronti ad accodarsi al prossimo vincitore». E l’impressione è che sarà sempre così fino a che una vera proposta politica di cambiamento, di cui Riace è il simbolo sfregiato ma ancora vivo, non spezzerà la continuità trasformistica.

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