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Cultura
novembre, 2020

Si chiama Co-creation, è nato in Cina ed è il primo autore dell'era cyborg

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Dodici autori di fantascienza si alleano in un progetto di narrativa che nasce dall'interazione tra uomo e macchina. Ma non è solo la realizzazione dell'antico sogno dell'automa che scrive. In gioco c'è l'egemonia dell'Intelligenza Artificiale

Una frase la scrive un umano, una frase l’Intelligenza artificiale, una l’umano, una l’Intelligenza artificiale, fino a completare un racconto di fantascienza. Il progetto si chiama “Co-creation” e ha come principale animatore uno degli enfant prodige della sci-fi cinese, Chen Qiufan. L’idea, salutata con grande enfasi dai media nazionali, non poteva che arrivare da lui, definito “il William Gibson cinese” con alle spalle già un’esperienza di questo tipo: «Non posso nascondere – racconta – che questo progetto nasce dalle letture che ho fatto, da “L’era del diamante” di Neil Stephenson a “Il cacciatore di androidi” di Philip K. Dick, e  da un primo esperimento di scrittura di racconti con un algoritmo che ho sperimentato tempo fa; mi sono sempre interrogato sul modo in cui altre forme di intelligenza possano prendere coscienza. E mi sono sempre chiesto quali conseguenze potrebbe avere tutto questo».

Su Co-Creation c’è il sigillo economico di Lee Kai Fu, guru delle nuove tecnologie in Cina nonché finanziatore di tante aziende tech. Chen-Lee è un binomio che oscilla tra arte e business e non poteva che essere così: pur avendo bazzicato fin da ragazzino forum e siti di narrativa, Chen Qiufan ha lavorato per Google China e poi per una startup di realtà virtuale, prima di dedicarsi alla scrittura. Naturale il suo incontro con Lee, che nel progresso cinese ha deciso di credere e investire. Chen Qiufan a proposito di Co-Creation ricorda il “gioco mentale” creato dalla scrittura di sci-fi: «Devi mettere un pezzo dopo l’altro e alla fine tutto deve combaciare». In questa ricerca ora non sarà solo, perché lui e altri undici scrittori cinesi dovranno cimentarsi con un co-autore del tutto particolare, in un progetto dal quale dovrebbero uscire racconti di fantascienza su temi specifici: l’ambiente, la diversità di genere, le relazioni tra umanità e tecnologie. Non tutti sono entusiasti: «Una delle scrittrici che fanno parte del progetto è terrorizzata dall’idea che l’Ai si possa dimostrare migliore di noi nello scrivere romanzi», racconta divertito Chen.

This picture taken on October 23, 2019 shows Chinese sci-fi writer Chen Qiufan, also known as Stanley Chen, during a photo shoot in Beijing. - China's millenials are increasingly pursuing happiness and sustainable living rather than wealth and luxury, award-winning sci-fi writer Chen Qiufan says, insisting the nation's youth are waking up to environmental issues. (Photo by WANG ZHAO / AFP) / TO GO WITH China-HongKong-literature-environment,INTERVIEW by Alice PHILIPSON (Photo by WANG ZHAO/AFP via Getty Images)

Il rapporto tra uomo e macchina, il divenire cyborg o il divenire umano dell’Intelligenza artificiale, è uno dei temi salienti della fantascienza, non solo cinese. Da tempo veniamo a conoscenza di progetti letterari che vedono protagonisti macchine, algoritmi, software. In Cina una raccolta di poesie scritte da robot ha già sfidato da tempo la letteratura classica, mentre di recente il Guardian ha pubblicato un articolo scritto da un algoritmo. Un pezzo sarcastico, proprio sul rapporto tra Ai e umanità, concepito «meglio di tanti altri umani», secondo gli editor del quotidiano britannico.

La ricerca di questa simbiosi in Cina ha origine lontane; restando all’interno degli ultimi due secoli, un punto di partenza può essere fissato nel 1903, quando Lu Xun, il più importante intellettuale cinese del Novecento, sperimentatore eclettico e poliedrico (nel museo a lui dedicato a Pechino si possono trovare anche le prove di invenzione di font dei caratteri cinesi) nell’introduzione alla sua traduzione di “Dalla terra alla Luna” di Verne, scrisse che «la fantascienza è rara come l’unicorno, il che mostra in un certo senso la povertà intellettuale dei nostri tempi».

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La frase identifica quel particolare periodo cinese, la fine dell’ultima dinastia, il decadimento, le occupazioni straniere e i prodromi di quel Movimento del 4 maggio 1919 nel quale la Cina guardò di nuovo all’Occidente alla ricerca di “modernizzazione” e scienza. Lu Xun morirà prima di vedere la nascita della Repubblica popolare e il risorgere della fantascienza. Quale strumento migliore per sostenere la ricerca del futuro da parte del Partito comunista cinese?

Tra il 1949 e il 1976 gli sforzi scientifici di Pechino si uniscono a quelli militari e sulla scena arriva Qian Xuesen, l’ingegnere aerospaziale che porta in Cina la cibernetica e con essa l’ingegneria dei sistemi e il tentativo di cominciare a ragionare su una interazione uomo-macchina «con caratteristiche cinesi». Qian però odiava la fantascienza, la considerava anti-scientifica: proprio lui che nel corso della sua carriera fonderà le “scienze somatiche” alla ricerca di collegamenti extrasensoriali da ottenere attraverso la meditazione. Più che Qian, però, potè la Rivoluzione culturale. La fantascienza viene rigettata nel mondo “nero” e “destro” della borghesia.  Il primo “momento” della fantascienza è svanito.

Morto Mao nel 1976, arriva Deng Xiaoping e lancia le “quattro modernizzazioni”. La fantascienza rinasce, ma ristagna nella palude della Cina lanciata verso il successo: grande crescita ma anche arricchimenti selvaggi, banditismo economico e sociale. Si arriva al 1999. Al “gaokao”, il temutissimo esame di maturità, il tema presentato agli studenti è il seguente: “Se la memoria si potesse trapiantare”. Si tratta dello stesso titolo di un racconto apparso su una delle riviste di fantascienza pubblicate in quel periodo. In pochi giorni il magazine diventa uno dei più venduti e la fantascienza ritorna sulla cresta dell’onda. 

Da lì in avanti il tempo accelera: nel 2015 e nel 2016 l’algoritmo di Alpha Go - sviluppato da Google DeepMind – vince sui campioni europei e mondiali di “Go” il gioco di strategia inventato dai cinesi. Per il Partito comunista è “il momento”: la Cina lancia la sua corsa all’Intelligenza artificiale, concepita con ingenti finanziamenti, un popolo mobilitato a brevettare, programmare, inventare e un obiettivo, diventare il Paese più avanzato in termini di Ai entro il 2030.  La fantascienza diventa l’espressione più limpida di questa tensione e per una volta esce dai confini nazionali. Mentre Alpha Go sconfiggeva i campioni di “Go”, Liu Cixin vinceva il premio Hugo, il Nobel della fantascienza, con “Il problema dei tre corpi” (Mondadori), diventando un caso letterario mondiale.

In Cina però non c’è solo Liu Cixin. Il panorama letterario è vasto,  complice il proliferare di siti internet nei quali gli autori sono migliaia e i lettori sono milioni. Ma ci sono alcune costanti che rendono la fantascienza cinese rilevante non solo perché relativa a un Paese dove, come dice lo stesso Chen Qiufan, «sembra che la fantascienza sia già realtà», ma perché insiste su problematiche che sono ormai globali.

La curiosità nei confronti della sci-fi cinese, naturalmente, nasce anche in relazione all’immagine che l’ex Celeste Impero offre all’Occidente. In Cina non esiste più il denaro, si fa tutto con lo smartphone o in molti casi con la propria faccia. Le app di tracciamento, le videocamere a riconoscimento facciale, i telescopi più grandi del mondo, le smart city, il traffico “intelligente”: la Cina è già immersa in quello che noi potremmo definire “il futuro”.

E non è un caso se gli autori della new wave si concentrano su due aspetti in particolare: il tempo e lo spazio. In “Pechino pieghevole” (Add editore) la scrittrice Hao Jingfang immagina la capitale come un cubo di Rubik: i livelli della metropoli appaiono e svaniscono consentendo a tre fasce di popolazione tre forme di vita differenti in tempi diversi. Tempo, spazio e diseguaglianza, il trittico che è valso a Hao il premio Hugo per i racconti, prima donna asiatica a vincerlo e a trovare una propria strada all’interno del mondo sci-fi.

Se Chen Qiufan è cyberpunk (il suo “Waste Tide” è a tutti gli effetti una distopia), Hao è “iper realistica”, qualcosa di simile a quella speculative fiction di cui Ballard è il campione occidentale. Non a caso in “La città definitiva” Ballard (nato a Shanghai, ha raccontato il periodo trascorso nel campo di prigionia giapponese ne “L’Impero del Sole”) presenta un personaggio, emblema della società industriale, che ha immaginato una città nella quale gli spazi emergono e si sostituiscono ad altri a seconda della loro funzione “produttiva”.

In questa direzione si staglia anche Han Song, di cui è stata pubblicata la raccolta “I mattoni della rinascita” (Future fiction). Giornalista della Xinhua, l’agenzia di stampa cinese, Han Song è un autore di decine di romanzi e racconti. Di giorno descrive i fatti con lo stile richiesto a un organo di stampa controllato dal Partito, di notte tracima la realtà in visioni apocalittiche nelle quali ricorrono alcuni elementi come il sonnambulismo, l’amnesia, l’iper produttività e la sua trasformazione in solitudine. Han Song è amante degli spazi chiusi claustrofobici: nei suoi racconti l’umanità cinese è via via relegata nell’angusta strettoia di aerei, ospedali, metropolitane.

Del resto spazio e tempo sono due direttrici che fin dalla Cina arcaica segnano il destino della popolazione. È dall’incastro di spazio e tempo che discendono ordine e caos, la vita di governi e sudditi. Il sinologo Marcel Granet ricorda che i cinesi vedono «nel tempo un insieme di ere, di stagioni e di epoche; nello spazio un complesso di ambiti, di climi e di orienti». In queste balestre cairologiche si inserisce il recupero delle creature fantastiche tipiche della Cina antica: mostri antropomorfi che l’Imperatore deve sconfiggere per accedere alla virtù, unico viatico al “mandato celeste”. Al contrario, se sopperisce, il mandato è revocato.

Nel recupero di queste leggende di cui fu grande amante anche Borges, la fantascienza cinese ha trovato una sua interprete. Si tratta di Xia Jia autrice di racconti nei quali torna l’elemento fantastico, perché, come sostiene lei stessa, «la fantascienza è quanto era per Gilles Deleuze: una letteratura in costante divenire, nata nella frontiera tra ciò che sappiamo e quanto immaginiamo».  

All’interno di questo confine - altro elemento spaziale - si inserisce il Pcc che nel suo sforzo di soft power ha trovato nella sci-fi un ottimo veicolo di comunicazione del proprio “modello”. Di recente il partito ha pubblicato alcune linee guida su come trattare i temi fantascientifici, nel tentativo di creare un canone. Impresa complicata: gli scrittori di fantascienza dimostrano che la realtà delle cose si presenta sfuggente, frammentaria e indicano l’antidoto, la ricerca costante di novità nel tentativo di spezzare tempo e spazi, non solo letterari. «Il progetto Co-Creation nasce proprio con questo intento», conclude Chen Qiufan: «Che poi è lo spirito della fantascienza: cercare nuove possibilità».

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