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Tra qualche giorno, il 17 dicembre, Jorge Mario Bergoglio compirà 84 anni. Per festeggiarlo, qualche settimana fa la banda della Polizia di Stato, ricevuta in udienza in Vaticano, gli ha dedicato all’ingresso il più famoso tango di Gardel, borra la tristeza, calma la amargura, cancella la tristezza, calma l’amarezza, lui ha ringraziato, «è stato bello per me entrare in sala con la nostalgia dell’autunno di Buenos Aires». Nel 2021, il 13 marzo, oltrepasserà gli otto anni di pontificato, il termine entro cui il suo predecessore Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, si dimise. I cardinali elessero lui, il vecchio gesuita arcivescovo argentino, chiamandolo a Roma da «quasi la fine del mondo». Sta preparando in questi giorni i due discorsi più importanti della fine dell’anno. Quello del Concistoro del 28 novembre, la nomina di tredici nuovi cardinali, tra cui nove elettori nel futuro conclave. E quello per i tradizionali auguri alla Curia romana. Un anno fa, nel 2019, aveva intuito, con singolare preveggenza, quanto stava per avvenire con il Covid: «Questa non è un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. I cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali, costituiscono scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». Citò Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il Gattopardo: «E invece capita di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”». E aveva avvertito: «Non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati». Anche lui deve averlo pensato nella piazza San Pietro vuota, deserta, sotto una pioggia incessante, nell’ora più buia della pandemia.
Il prossimo discorso si annuncia di resa dei conti, dopo due mesi di travaglio senza precedenti. Senza precedenti quanto sta accadendo in Vaticano in queste settimane. Il licenziamento in pochi minuti del cardinale Angelo Becciu, il pomeriggio inoltrato del 24 settembre, con la perdita delle prerogative che le dimissioni comportano, prima fra tutte la possibilità di partecipare al prossimo conclave. È stato cancellato dall’elenco dei cardinali elettori ed è stato parcheggiato tra i non elettori, dove ci sono gli ultraottantenni, lui che di anni ne ha 72. E non si escludono nuove clamorose misure disciplinari ai sensi del diritto canonico, dopo l’atto di citazione contro l’Espresso in cui l’ex sostituto vaticano si è lasciato andare ad accuse clamorose contro il papa, presentato come una persona influenzabile da un articolo di giornale, manipolabile se non manipolato, in contrasto con quanto lo stesso Becciu aveva detto in conferenza stampa il giorno dopo la cacciata. In più, l’(ex) cardinale (nella querela ci tiene a far sapere di esserlo ancora) minaccia di far invalidare il prossimo conclave, se svolto in sua assenza. E fa rivelare dai suoi legali di essersi sentito danneggiato nel suo status di sicuro papabile per la successione di Francesco, nello stupore generale: nessuno ci aveva mai pensato, tranne lui, evidentemente.
Il licenziamento di Becciu è un passo senza ritorno per il papa, eletto dopo le dimissioni di Ratzinger per riportare pulizia e trasparenza nella Curia romana travolta dagli scandali. Cosa pensi dell’ambiente Francesco lo ha ripetuto anche nel suo ultimo testo, “Ritorniamo a sognare” (Piemme), dedicato a quelli che ha definito i tre covid della sua vita (l’operazione al polmone nel 1957, l’esilio in Germania nel 1986, la solitudine e lo sradicamento a Cordoba): «A Cordoba mi misi a leggere i trentasette tomi della Storia dei papi di Ludwig Pastor. Con quel vaccino il Signore mi ha preparato. Una volta che conosci quella storia, non c’è molto che possa sorprenderti di quanto accade nella curia romana e nella Chiesa di oggi. Mi è servito molto!». «Sono stato molto duro», ammette Bergoglio nel suo libro, ricordando il suo «modo di comandare» quando era superiore provinciale dei gesuiti in Argentina, l’esercizio della leadership e del potere, spietato con chi ha tradito la sua fiducia.
L’operazione di pulizia continuerà. Ma il caso Becciu non esaurisce il rilancio di Francesco, l’offensiva è su tutta la linea e si è consumata in un pugno di settimane, se non di giorni. Il 4 ottobre, la festa di San Francesco di Assisi, il papa ha pubblicato l’enciclica “Fratelli tutti”, il documento più importante del suo pontificato, sull’amicizia e sulla fraternità sociale. Condizionata dal «tempo che ci è dato da vivere», quello della pandemia: sogni che vanno in frantumi, ombre di un mondo chiuso, il ritorno all’indietro della storia. La manipolazione degli altri, la demolizione dell’autostima che è un mondo per dominare, il decostruzionismo delle persone: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori». La politica marketing «che trova nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace», «esasperare, esacerbare e polarizzare» ogni conflitto. «Vincere significa distruggere». All’opposto, la strategia della fraternità, la ricerca (faticosa) di nuovi strumenti, l’idea di una politica popolare che vada oltre il populismo, così come negli anni Ottanta e Novanta Bergoglio fu tra i protagonisti in America Latina del superamento della teologia della Liberazione con la teologia del popolo. Ancora vaghi i contorni degli strumenti di questa politica ispirata da un ritorno del cristianesimo alle sue origini, le radici cristiane: il partito novecentesco non c’è più, i movimenti popolari sono difficili da esportare nel Vecchio Continente. Ma in questa ricerca Francesco ha ben presente chi sono i suoi nemici e quali i potenziali alleati.
Senza darlo a vedere, il papa argentino può essere considerato, insieme alla figlia di un pastore luterano Angela Merkel, uno dei grandi vincitori della corsa elettorale americana. Contro Donald Trump e la sua cerchia di consiglieri, Francesco ha combattuto per quattro anni la sua buona battaglia, tanto più che l’imperatore della Casa Bianca, come nel medioevo, pretendeva di dividere l’episcopato Usa e i cattolici in pro o contro di lui, in ostilità a Bergoglio. Uno scontro a tutto campo. Sul piano geopolitico, il papa ha rifiutato di incontrare il segretario di Stato Mike Pompeo in visita in Vaticano dal segretario di Stato Pietro Parolin, dopo l’accordo con la Cina sui vescovi. Sul piano ideologico, c’è stata l’ultima nomina di Trump, la giudice della Corte suprema Amy Coney Barrett, cattolica e conservatrice, ma anche, sul fronte opposto, la promozione di Bergoglio dell’arcivescovo di Washington Wilton Gregory, il primo cardinale afroamericano. La linea del fronte ora si sposterà sul nuovo presidente Joe Biden, il primo cattolico alla Casa Bianca dopo John Kennedy, capace di citare, senza dirlo, un salmo e un canto liturgico durante il suo discorso di vittoria: l’ala destra dei vescovi Usa vorrebbe escluderlo dalla comunione per le sue posizioni pro-choice sull’aborto, con Bergoglio però è già scattata la collaborazione.
La costruzione della rete passa dalle scelte dei laici da inserire negli organismi vaticani. A luglio il papa ha chiamato Mario Draghi nella pontificia Accademia delle Scienze sociali, qualche settimana prima del discorso dell’ex presidente della Bce al meeting di Rimini sul debito buono e debito cattivo. E poi, subito dopo, c’è stato l’ingresso della direttrice generale del Cern Fabiola Gianotti nella pontificia Accademia delle Scienze. Intanto duemila giovani imprenditori e economisti di 120 Paesi sono stati convocati ad Assisi per immaginare il nuovo modello economico post-covid, fondato su sviluppo, progresso e sostenibilità.
L’intero senso del pontificato di Francesco è questo: aprire processi, renderli irreversibili, senza avere paura di fare errori, di sbagliare nella scelta delle persone. Il concistoro di novembre è l’ultimo tassello del rilancio. I cardinali elettori nominati da Bergoglio diventano 73 su 128: una maggioranza schiacciante per proseguire l’opera di Francesco nel prossimo conclave, sempre che si trovi l’accordo. Gli europei sono 53, i latinoamericani 24, gli africani 18, gli asiatici 16, i nordamericani 13, 4 arrivano dall’Oceania. Gli italiani sono 22. Tra i nuovi, il più promettente è un cardinale italiano, Mauro Gambetti. Giovane, 55 appena compiuti, bolognese, laurea in ingegneria, leva militare, alto e magro, un mite inflessibile, era il superiore del sacro convento di Assisi. Da frate francescano a cardinale, senza passare per l’ordinaria trafila ecclesiastica (è stato ordinato vescovo solo domenica scorsa). Due anni fa impressionò il suo discorso nella basilica superiore di Assisi, davanti alla Merkel: «Quale visione di Europa condividiamo? Possiamo immaginare un’Europa unita e plurale che sappia precedere gli accordi economici e finanziari, e anche oltrepassarli? La politica è in grado di offrire un indirizzo di senso alle persone e alle comunità ormai disorientate? Dobbiamo rinunciare a interessi particolaristici, privilegi e miopi esercizi di sovranità, per offrire ai nostri figli un orizzonte di unità che sappia valorizzare le differenze e perseguire un destino di pace e di sviluppo». Si riposerà a Imola, poi verrà a Roma, in Vaticano, con una nomina curiale (le Chiese orientali) che gli permetterà di conoscere l’ambiente. La sua nomina è più che un’indicazione per il dopo Bergoglio, è un programma di lavoro.
Il rilancio e il colpo di coda. Dei tanti nemici interni alla Chiesa, che ora hanno trovato un leader nel defenestrato cardinale Becciu, con il tentativo disperato di delegittimare il papa, con accuse che se prese alla lettera dovrebbero condurre alla sua interdizione, al rovesciamento del pontefice. Dal papa però arrivano segnali di distacco e di serenità. Francesco si prepara all’ultima fase del suo pontificato. «È un’enciclica di congedo», ha detto in privato quando è uscita “Fratelli tutti”. E ai suoi interlocutori che vanno a trovarlo a Santa Marta ripete con un sorriso, «sapete dove trovarmi, per ora». Chi l’ha visto entrare al suono del tango argentino nell’aula delle udienze, però, sa che non ha nessuna intenzione di smobilitare. La barca è in tempesta, ma il timoniere è solido.