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Cultura
febbraio, 2020

Ma quale eroina: Antigone appartiene alla élite. Per questo deve morire

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Il filosofo sloveno Slavoj Žižek  riscrive la storia della più amata ribelle del mondo antico. Che per lui è irresponsabile, egoista, fanatica, causa di guerre e distruzioni. In una Tebe che assomiglia all'Europa di oggi

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«Tu, Antigone, sei un nemico più pericoloso di tuo zio Creonte, per questo ti uccideremo», recita il Coro nell’Antigone di Slavoj Žižek, primo testo teatrale del filosofo sloveno, che ha riscritto la tragedia di Sofocle per parlarci di noi, dell’Europa disintegrata, e naturalmente dell’eroina che conosciamo tutti: la donna in lotta contro il potere. Antigone la ribelle, Antigone la santa, Antigone vittima innocente, Antigone icona femminista, Antigone paladina dei più deboli, Antigone il mito sopravvissuto nei secoli e pronto ogni volta a rivivere nei panni di un nuovo eroe acclamato dalla nostra società. Ma non per Žižek, che immagina la figlia di Edipo colpevole di aver provocato il caos a Tebe, in nome di una giustizia elitaria...

Ogni epoca torna ai classici greci per raccontare il presente. E il teatro, da Bertolt Brecht in poi, portando in scena “Antigone” di Sofocle, si è sempre posto il problema della responsabilità dell’individuo di fronte alla legge dello Stato: chi è dalla parte della ragione? Il cuore della tragedia, rappresentata per la prima volta nel 442 a. C. ad Atene, è proprio questo: lo scontro fra il re Creonte e Antigone, il conflitto fra Stato e individuo, legge e diritto, polis e famiglia, uomo e donna, vecchio e giovane. Tutti temi attualissimi, che spiegano il perché di tanto successo.

Ma la storia che viene raccontata è (quasi) sempre la stessa, con la giovane dalla parte della ragione. I fatti raccontati da Sofocle sono noti: contro il volere di Creonte, nuovo re di Tebe, Antigone vuole dare sepoltura al corpo del fratello Polinice, morto durante il combattimento con Eteocle. Scoperta dal re, la figlia di Edipo viene rinchiusa viva in una grotta. Quando il sovrano decide di liberarla, dopo le terribili profezie di Tiresia, per lei è troppo tardi. Il suo promesso sposo, Emone, si suicida, e dopo di lui anche sua madre Euridice, moglie di Creonte, che resterà solo nella sua disperazione.

È la storia di un’eroina amatissima, insomma, diventata il simbolo di chi rivendica i diritti dei più deboli. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Siamo certi che Antigone abbia ragione? Davvero non ha colpe? E se invece fossimo noi ad avere bisogno di un’eroina in cui credere? E magari nella nostra cecità, abbagliati dal personaggio di turno, non riuscissimo a vedere le conseguenze di chi vuole per forza stabilire le sue leggi? Il caos, i morti, le guerre di ieri e di oggi, l’Europa alla deriva tra Brexit, crisi dell’euro, rifugiati, fake news: ecco quello che non vediamo secondo Žižek, ciò che ci sfugge, ammaliati dai nostri eroi. E il filosofo sloveno (che di Antigone aveva parlato in diversi suoi lavori precedenti, anche se non in chiave così negativa come ora) lo dice nei due interventi video dello spettacolo diretto da Angela Richter.

La regista tedesca porta in scena il testo di Žižek tra proiezioni video e telecamere che filmano gli attori in diretta, con un cubo trasparente al centro della scena attorno al quale (e dentro) si muovono gli interpreti croati. In Italia lo vedremo il 26 e 27 febbraio al Teatro Storchi di Modena, all’interno di Vie, il festival di teatro, danza, musica, performance organizzato da Emilia Romagna Teatro e diretto da Claudio Longhi, intitolato “Bye bye ’900?” (21 febbraio - 1° marzo, Modena, Bologna, Cesena, Carpi e Spilamberto).

«Io e Žižek ci siamo conosciuti per via di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, che ho incontrato molte volte durante il suo periodo di asilo politico a Londra, nell’ambasciata dell’Ecuador», racconta Angela Richter: «Siamo tutti e due suoi sostenitori. Di Žižek ammiro il coraggio del pensiero e il suo modo di affrontare verità impopolari, e in questo è simile ad Assange. Quando affronta l’Antigone in realtà parla anche dell’Europa. Credo che lui, come me, stia cercando disperatamente di capire dove stiamo andando oggi, soprattutto alla luce di tutti questi populismi di destra che danno risposte facili a problemi non facilmente risolvibili. L’Europa dovrebbe essere unita, viviamo tutti sulla stessa terra, la miseria dell’altro è anche un nostro problema. Io credo nella democrazia, ma penso che sia in pericolo».

L’Europa alla deriva e i morti caduti nell’indifferenza, disastri che la giovane tebana non vede e di cui viene accusata. «Antigone è molto radical, oggi potremmo paragonarla ad un fanatico religioso, che segue le regole della sua religione indipendentemente dalle conseguenze», prosegue la regista: «Ciò che Žižek sottolinea anche nel dramma è che Antigone, in quanto figlia del re Edipo, è ancora un membro dell’élite. Tebe ha vissuto una terribile guerra, iniziata dalla classe dirigente, dove muoiono migliaia di persone innocenti, ma nessuno ne parla. È più o meno la stessa cosa che accade ogni giorno nel mondo, per esempio nello Yemen, dove bambini innocenti vengono uccisi dai droni, ma nessuno ne scrive, mentre siamo ossessionati dalle vite dell’élite, artisti, attori o politici. È una percezione molto distorta della realtà».

Ma a questa ossessione il popolo si ribella, prende il potere e uccide sia Creonte che Antigone. E per Žižek questo è un lieto fine, perché tale è un finale in cui muoiono i malvagi, ed è il finale che lui sposa pur lasciando aperta la possibilità di scegliere fra altri due, quello classico in cui Antigone è condannata a morte dal re, e quello in cui viene perdonata. Ribellarsi, dunque, è ancora possibile («il messaggio del sovrano - recita il Coro - non è “Non puoi” né “Devi!” ma “Puoi”»). «Grazie a Internet e ai social media una ragazza come Greta Thunberg è riuscita ad avviare una protesta globale per combattere i cambiamenti climatici», dice Angela Richter: «A volte basta una sola persona per svelare una verità nascosta, come ha fatto Edward Snowden con le rivelazioni sui programmi top-secret di sorveglianza di massa. Il suo gesto mi fa sperare».

Il potere al popolo, dunque, altro che Antigone. Nessuno finora aveva osato tanto: uccidere un’eroina, accusarla di essere elitaria e malvagia, decretarne la sua fine dopo 2.500 anni di vita gloriosa. Perfino Jean Anouilh, nella sua riscrittura del dramma (nel 1944) in cui dipinge Creonte come un re saggio e Antigone come una giovane in cerca di consenso, va sempre nella stessa direzione: la donna, anche da morta, è l’emblema della lotta contro le ingiustizie nel nome di una fratellanza non solo di sangue, ma universale. E nella rivisitazione di Bertolt Brecht (1948), che partiva dalla traduzione di Friedrich Hölderlin, negli anni in cui si affacciavano le Antigoni pacifiste contro i dittatori, la figlia di Edipo diventa la vittima del regime totalitario, oppressa da un Creonte tiranno che desidera solo dominare. Alla versione brechtiana si ispirò il Living Theatre, che per la prima volta mise in scena Antigone in Germania, il 18 febbraio 1967, con uno scopo ben preciso: responsabilizzare lo spettatore (che impersonava Argo, città nemica di Tebe).

Della figura di Antigone Judith Malina disse: «È una delle principali fonti di ispirazioni della cultura del nostro pianeta e rappresenta la volontà della donna di dimostrare la sua forza e la sua indipendenza di pensiero». Antigone anarchica e pacifista, che nel più recente progetto della compagnia Motus (“Syrma Antigones”) incarna il tema della rivolta nel mondo contemporaneo.

Non serve scavare tanto indietro nel tempo per capire quanto il mito di Antigone abbia resistito sulle scene. Nello spettacolo diretto cinque anni fa a New York dal greco Theodoros Terzopoulos, la parte di Antigone fu affidata alla cantante soul Jennifer Kidwell, ribelle nera avvolta in un manto rosso sangue. E anche negli allestimenti italiani è sempre l’eroina ribelle. Nell’Antigone di Luca De Fusco (pronto a debuttare a Pompei il 18 giugno con la versione di Anouilh) si parte dalla riscrittura di Valeria Parrella per mettere al centro il diritto all’eutanasia, con la giovane che sfida le leggi dello Stato “staccando la spina”.

Nell’allestimento del dramma sofocleo firmato Federico Tiezzi la ragazza di Tebe è pervasa da uno spirito di ribellione così forte da mettere in crisi la posizione di maschio di Creonte, ancora più maschilista nella messa in scena di Laura Sicignano in tournée (al Teatro Carcano di Milano dal 20 febbraio al 1° marzo, al Teatro della Pergola di Firenze dal 24 al 29 marzo, produzione del Teatro Stabile di Catania): «Una moglie ribelle è come un cancro», dice il sovrano. Qualcosa comincia a spezzarsi nello spettacolo di Massimiliano Civica prodotto dal Teatro Metastasio di Prato, in arrivo a Roma (Teatro India, 18-30 aprile).

Sulla scia del pensiero hegeliano, il regista dice: hanno ragione entrambi, l’uno difende gli interessi della città, l’altra quelli della famiglia, ma sbagliano il modo in cui si pongono. Antigone è colpevole di arroganza quanto Creonte. Appartiene alla famiglia reale ed è in difesa di quell’oligarchia che agisce. Per questo il re compare in abiti da partigiano, perché difensore della comunità e quindi del pensiero democratico, mentre il corpo-fantoccio di Polinice giace a terra in divisa nazifascista. Ma Creonte non sa ascoltare e quando capirà di aver sbagliato sarà troppo tardi. Nell’interpretazione di Žižek, non c’è scampo per nessuno dei due. Ad ucciderli sarà il popolo. È la fine di un mito? A voi la scelta, dice Tiresia: farete da soli, a vostro rischio e pericolo.

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