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Un realismo però da illusionisti. Che li condanna, tutti e due, alla palude parlamentare, all’incrociarsi e scornarsi di vite che sono diverse eppure procedono parallele, specie in un paese come l’Italia, oggettivamente troppo piccolo per ego tanto grandiosi. Il premier di Volturara Appula, 55 anni, già avvocato del popolo, assurto al vertice di Palazzo Chigi per guidare il famoso «governo del cambiamento», è finito venti mesi dopo alla caccia di una pattuglia di responsabili di riserva, come un Berlusconi qualsiasi, dopo un cambio di maggioranza mai visto, degno di un Houdinì. L’ex premier da Rignano sull’Arno ed ex sindaco di Firenze, 45 anni, già Rottamatore, venuto a galla per radere al suolo «la vecchia sinistra», e finito adesso a costruire una costellazione di partitini da 1-3 per cento, a partire dal suo, e imbandire a ripetizione quelli che una volta avrebbe chiamato «gli stanchi riti della politica» (nel Pd si lamentava delle troppe riunioni della segreteria nazionale, adesso è alla seconda riunione dell’Assemblea nazionale in un solo mese).
La somiglianza fra i due, per colmo dell’ironia, fu notata prima di tutti dalla deputata forzista Renata Polverini: «Giuseppe Conte è un Matteo Renzi senza slide», proclamò nel giugno 2018 l’ex governatrice del Lazio che adesso, dopo aver sostenuto l’uno ai tempi del patto del Nazareno, si sta adoperando più di altri per fare semmai da stampella all’altro. C’è da dire che, tragicamente, in effetti Conte e Renzi pescano o tentano di pescare il proprio futuro dallo stesso cilindro, lo stesso bacino politico-parlamentare: il famoso centro moderato, mitologico, «immarcescibile» come disse una volta l’ex sindaco di Firenze parlando di Pier Ferdinando Casini. Quello che servirebbe a far crescere la creatura renziana, pescando un po’ da Calenda, molto da Forza Italia. Lo stesso che costituirebbe l’ossatura di un partito di Conte, se mai si farà.
E se oggi i detrattori chiamano il partito di Renzi «Forza Italia viva», a sottolinearne la carica destrorsa, c’era per converso una stagione in cui Conte, a capo di un governo di destra, rivendicava il suo cuore «battere tradizionalmente a sinistra». C’era addirittura un tempo in cui il professore era e si presentava come un renziano. «Ma chi, l’amico di Maria Elena?» sbottò infatti proprio Renzi la prima volta in cui sentì che il professore di Diritto privato dell’Università di Firenze era tra i nomi portati avanti dai Cinque stelle. La futura ministra delle Riforme, in effetti, aveva avuto modo di conoscere Conte anni prima, nel multiforme universo degli avvocati fiorentini (lo ha ricostruito Jacopo Iacoboni ne L’Esecuzione): era stata infatti membro di una commissione d’esame nella scuola delle professioni legali, assieme al poi avvocato del Popolo e a Leopoldo Pucci, futuro capo di gabinetto di un altro avvocato di base a Firenze, il Guardasigilli Alfonso Bonafede (cioè colui che avrebbe portato Conte al M5S).
Ed è peraltro lungo questo filo rosso che, nei primi anni dell’ascesa renziana, proprio Conte aveva lavorato, per esaudire il desiderio del suo mentore, Guido Alpa, di conoscere il Rottamatore. Un incontro, dopo qualche tentativo, che effettivamente avverrà e sarà poi l’unico tra i due di cui si abbia memoria (il futuro premier si limitò ad accompagnare Alpa, restando in silenzio): di lì in poi, si sarebbero sentiti al massimo al telefono. Comunque, quando poi Conte divenne presidente del Consiglio, per il segretario del Pd era tutt’altro che lo sconosciuto che all’epoca pretendeva di essere: «Ci ricordiamo i grandi complimenti che ci faceva quando eravamo al governo noi. Conserviamo ancora i messaggini di lode per il nostro governo», avrebbe poi raccontato Renzi in una intervista a Gian Antonio Stella in occasione dell’uscita di “Un’altra strada”, l’annuale libro che l’ex Rottamatore dà alle stampe (il prossimo si chiama “La mossa del cavallo”, appunto).
Ecco, sembra uno scherzo pensare che Conte sia stato poi messo al governo dai Cinque stelle, che hanno per anni prosperato nel racconto di Renzi come il male assoluto: e anzi, è proprio a quella forte impronta anti-renziana nel dna dei Cinque stelle che bisogna tener presente in questi giorni, nel constatare che un qualche rapporto, fra i due, non è mai nato. Nessun incontro nemmeno nell’occasione della nascita di Italia Viva, che pure è avvenuto dopo il giuramento del Conte bis: «Gli ho telefonato», fece sapere Renzi. Non poco dipende, sussurrano da parte di Iv, dalla posizione di Rocco Casalino, portavoce del premier che ha lavorato per anni nel cuore della propaganda del «pd-meno-elle». Non a caso, nel corso della ospitata a Porta a porta di mercoledì scorso, proprio Renzi ha sottolineato la diarchia imperante a Palazzo Chigi: «Se il presidente del Consiglio o qualche suo collaboratore vogliono sostituirci non c’è nulla di male», ha stilettato Renzi. Ma, c’è da dire, se le cronache riportano espressioni sempre piuttosto contenute da parte di Conte nei confronti di Renzi (si rintraccia un «non abbiamo bisogno di fenomeni», per dire), non altrettanto si può dire dell’inverso.
L’ex sindaco di Firenze, in effetti, sul premier ha rovesciato di tutto. Articolati insulti. Spettacolari cambi di fronte. «Giuseppe Conte è il presidente del Consiglio più incapace che la storia di questo paese ricordi», tuonava in diretta Facebook il 24 luglio, cioè nei giorni caldi del Russiagate . Un mese prima, in Aula al Senato era stato ancora più tranchant, definendo il presidente del Consiglio «un aspirante meteorologo, vice dei suoi vice, portavoce del suo portavoce, cerimoniere senza cerimonia, che non riesce a mettere bocca su Libia, Venezuela, Trump. Va alle riunioni ma ha scambiato le nomine con le nomination». E ancora, in una sua e-news: «Peggio di Salvini e Di Maio c’è solo Conte. Un aspirante gentleman incapace di dirigere uno dei Paesi del G7». E infatti «l’Italia non conta più una cippa». Un premier «disastro», «summa di tutte le incompetenze», che invece nella crisi d’agosto, per magia, è diventato «uno che ha saputo lasciare con stile», per poi trasformarsi nel giro di qualche settimana addirittura in un presidente del consiglio che «ha innanzitutto un presente, ovviamente ha anche un futuro. La cosa importante è che sia aiutato da tutti. Perché il suo è un lavoro difficile». Comprensivo, persino.
Così, sul finire dell’estate l’ex alleato di Matteo Salvini, il premier che aveva firmato i decreti Sicurezza si acconciava a governare con la sinistra, pur di restare il premier, e nello stesso momento anche l’ex leader del Pd mutava rapidamente la propria posizione, pur di riprendersi la scena. «Non so se voteremo in futuro un governo insieme coi Cinque stelle, ove questo avvenisse, di questo governo io non ne farò parte in modo orgoglioso» ebbe a dire nei giorni della sua Frattocchie in Garfagnana, vale a dire durante la scuola di politica organizzata dalla poi ministra Elena Bonetti e ospitata dal capogruppo dem Andrea Marcucci. In quei giorni, prendeva sottobraccio quella tendenza che lui stesso aveva sottolineato ai tempi del voto di fiducia al Conte-uno. Vale a dire il cambio di vocabolario portato dal governo giallo verde. Non si diceva più inciucio, ma «contratto». Non più «partitocrazia», ma «democrazia parlamentare». Insomma pieno trasformismo. «E quello che nella scorsa legislatura si chiamava “un uomo che tradisce il proprio mandato” oggi sia chiama “cittadino che aiuta il governo a superare una fase di crisi”», ammoniva Renzi. Ecco, nel giro di un anno e mezzo sarebbe stato proprio lui a tradire anni di #senzadime - ovvero mai al governo coi grillini - in nome della necessità di aiutare il governo a sterilizzare l’Iva e se stesso a far parte del gioco.
E mentre Conte, come un avvocato che cambia cliente, ha abbandonato la finta aria barricadera dei primi tempi e anzi si atteggia a uno consapevole del proprio fondamentale ruolo (capace di aprire una vertenza col cerimoniale persino sulla mancata prima fila nel vertice di Berlino sulla Libia), anche Renzi ha completamente lasciato alle sue spalle il linguaggio pop-barbarico che era stato la sua cifra. Altro che partite a biliardino, serate alla Playstation, abbracci ai gufi. Altro che vetrina di Eataly. Adesso, il leader di Italia viva raduna i suoi nei ristoranti di Trastevere come ha sempre fatto la politica, festeggia i nuovi arrivati anche in loro assenza (Michela Rostan da Leu, Tommaso Cerno, dal Pd), telefona e fa telefonare dal fido tesoriere Bonifazi, studia contro-programmazioni. Brandisce minacce da prima e seconda repubblica, come la guerriglia degli emendamenti e dei voti con l’opposizione, il ritiro dei suoi ministri o la mozione di sfiducia. Pone condizioni da prima o seconda repubblica, come la leggendaria pari dignità con gli altri alleati di governo e l’elencazione di nuove priorità e obiezioni e altolà continui che finiscono per essere incomprensibili persino agli specialisti, tediosi per tutti gli altri. Ed è forse in questo, alla fine, che l’instancabile propugnatore della mossa del cavallo incontra l’estenuante adoratore del cavillo. Fino a finali dai risvolti horror-politici come magari quello di immaginare nuovi «patti del Nazareno», senza peraltro nemmeno starci più, al Nazareno.