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Poiché proprio di una fede si tratta, guida dei nostri quotidiani comportamenti: che scienza e tecnica abbiano sempre e comunque “a portata di mano” la risposta efficace all’emergenza che di volta in volta si impone. Due errori in uno, ma potenti, incrollabili, quasi nel nostro cervello: il primo, che vi sia Madame la Scienza, e che essa disponga di una risposta al problema, mentre fare scienza significa ricerca, interrogazione, dibattito anche tra diversi paradigmi (e allora, quando gli scienziati contrastano tra loro, ci sentiamo come pecorelle smarrite); il secondo, che sia “emergenza”, cioè caso più o meno straordinario, ogni crisi, ogni rottura delle forme di vita in cui ci eravamo “addomesticati”, mentre queste crisi, queste rotture di continuità appartengono alla natura, e “curata” una causa che le provoca, certamente altre ne nasceranno. Il lavoro scientifico non promette di debellarle, cesserebbe di essere scientifico e si trasformerebbe in una religione salvifica se lo facesse - la scienza lotta per permetterci di vivere e di operare nel gioco inestricabile di malattia e salute.
Non so se questa crisi sia stata gestita al meglio. È evidente che ha fatto emergere ben noti guai del nostro sistema: come la sovrapposizione e confusione di ruoli tra poteri centrali e regionali. Inutile aggiungere che essa ha evidenziato per l’ennesima volta come sia pressochè impossibile affrontare con tempestività ed efficacia problemi globali se mancano non dico autorità, ma almeno indirizzi e norme sovrastatuali.
L’assurdità di pensare che basti bloccare un canale di comunicazione, aereo o treno, tra un Paese e un altro o addirittura tra Nord e Sud nel nostro, per combattere l’epidemia, si commenta da sé. Penso che prescrizioni precise, responsabilizzanti ciascuno sui comportamenti da seguire, con una dettagliata informazione sui rischi di contagio e certamente una rigorosa delimitazione dei territori dove sembra essere esploso, costituiscano mezzi più efficaci di un blocco general-generico di ogni manifestazione, incontro, lavoro comune.
La penso così, ma potrei certo sbagliare,e potrebbero aver ragione quegli scienziati che ritengono invece addirittura troppo leggeri i provvedimenti assunti. Ciò su cui ritengo proprio di avere ragione riguarda la stridente contraddizione culturale e politica che questa crisi mette a nudo. Nell’epoca della mobilitazione universale, nella quale ogni causa locale produce quasi immediati effetti su scala globale, è pandemica per natura, risulta impossibile rispondere al pericolo “chiudendo tutto”.
È utopia da anime belle implorare questo tempo di andare più piano. Immobilizzarci per resistere alla furia con cui si manifesta nei più svariati ambiti non significherebbe “guarire”, ma crepare. Il grande problema consiste nel vivere in esso governandolo, con tutti i mezzi politici e scientifici di cui disponiamo (e che finalmente sappiano lavorare insieme, da alleati).
Disporre di un’intelligenza e di ordinamenti che ci rendano pronti ad affrontare la crisi, muovendoci nel suo campo, ecco la questione. È la stessa che si presenta per la grande sfida dell’ambiente - sfida perduta se non si combina “difesa” con “sviluppo”. È la stessa per i movimenti dei popoli, dalle ragioni e dai caratteri più vari: anche qui la prima reazione è al grido del “chiudiamoci”. Il Nemico “viene da fuori”, il pericolo è alieno. Per stare “sani” bisogna stare “soli”. Sono reazioni irrazionali che questa crisi sanitaria potrebbe rafforzare ancora. Anche per questo è assolutamente necessario affrontarla con senso della misura, evitando il “contagio” allarmistico. Soltanto qui nel nostro mondo valgono ancora i confini: nel definire i pericoli che siamo chiamati a correre.