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Attualità
aprile, 2020

Il vaiolo alla conquista delle Americhe 

Nel 1519 gli spagnoli di Cortés e de Alvarado sbarcano in Messico. Poche centinaia di uomini riusciranno ad abbattere l'impero azteca grazie alle armi da fuoco. E all'epidemia che ucciderà milioni di nativi

La conquista delle Americhe è la più grande guerra batteriologica della storia. Dal secondo viaggio di Cristoforo Colombo (1493), gli europei portano nel Nuovo Mondo una lista di morbi infinita: vaiolo, morbillo, peste, influenza, salmonella, scarlattina, varicella. Il saldo dei morti dopo mezzo secolo è altissimo. Da una popolazione stimata fra i 15 e i 25 milioni, esclusa l'America meridionale, nel 1550 i sopravvissuti sono tre milioni.
I primi a cadere sono gli indigeni del Caribe, dove sbarcano le tre caravelle. Gli altri seguiranno la stessa sorte lungo il cammino da nord a sud degli spagnoli. Gli imperi aztechi, maya, inca crolleranno più per le epidemie che per i cannoni di bronzo e per le lotte interne.
Questa inchiesta vecchio stile parla delle epidemie fra gli aztechi.

1517-1518. L'imperatore azteco Motecuhzoma II viene informato dell'arrivo di bizzarri stranieri nelle isole del Caribe e sulla costa messicana. Gli uomini della prima invasione, guidata da Hernán Cortés e Juan de Grijalva, cavalcano ignoti animali a quattro zampe, hanno la barba e usano bastoni che sputano fuoco.
L'imperatore è un uomo mediocre e superstizioso, poco amato dal popolo Méxica, come gli aztechi chiamano se stessi. Si convince che, secondo una serie di profezie e di prodigi interpretati dai sacerdoti, potrebbe trattarsi del ritorno messianico sulla terra del dio-uccello Quetzalcóatl, raffigurato nei riti con una maschera barbuta.

18 febbraio 1520. Dopo i buoni risultati della prima esplorazione, Hernán Cortés parte da Cuba alla guida di una spedizione militare in forze. Con i suoi ufficiali Pedro de Alvarado, Francisco de Montejo, il cronista Bernal Díaz del Castillo, ci sono undici navi, seicento uomini, sedici cavalli, dieci cannoni e altra artiglieria di piccolo calibro.
In un paio di settimane la flotta tocca la costa messicana dello Yucatán. Qui gli spagnoli prendono a bordo Jerónimo de Aguilar che ha fatto naufragio in una spedizione del 1511 insieme a Gonzalo Guerrero. De Aguilar è stato ben accolto dagli indigeni, ha preso moglie e ha imparato la lingua maya.
La flotta continua a fare piccolo cabotaggio verso nord e, in una tappa successiva, prende a bordo venti schiave. Fra loro c'è una figura determinante per il successo dell'impresa. È Malinche o Malintsin in lingua locale. Malinche (qui sopra nel dipinto di Diego De Rivera) parla sia il maya, sia il náhuatl, la lingua degli aztechi. Diventerà interprete e consigliera influente traducendo dal náhuatl al maya con De Aguilar che, a sua volta, riferisce in castigliano a Cortés.

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22 aprile 1520. Nel giorno di Venerdì Santo di cinquecento anni fa gli spagnoli sbarcano a Veracruz. Da lì iniziano una lunga marcia verso l'altipiano vulcanico che li porterà a Tenochtitlán, l'attuale Città del Messico, capitale dell'impero.
Le reazioni degli americani al passaggio degli stranieri sono per lo più amichevoli. Non così quelle degli spagnoli che non esitano a uccidere quando non vedono esaudite le loro richieste.
Motecuhzoma, ancora convinto della natura divina degli ospiti, spedisce incontro agli spagnoli ambasciatori carichi di doni, oro e gemme. Gli inviati dell'imperatore tornano a Tenochtitlán sbalorditi. In particolare, sono colpiti da Pedro de Alvarado che per la sua corporatura robusta e i capelli rossi viene soprannominato Tonatiuh, uno dei nomi riservati al Sole, divinità suprema.
La vista delle ricchezze dà alla testa degli spagnoli che raddoppiano gli sforzi per arrivare alla meta.
I figli del Sole non riescono a capire che stanno subendo un'invasione, come faranno qualche anno dopo le popolazioni maya che daranno subito battaglia. Eppure non sono né ingenui né angelici né arretrati.
Il loro livello culturale è elevatissimo. Primeggiano in architettura, letteratura e astronomia. La capitale è una metropoli di 200 mila abitanti che arrivano a 1,5 milioni, se si contano i sobborghi.
Amministrano con una fitta rete burocratica un impero di trentotto province che occupa la gran parte del Messico attuale e arriva fino al Chiapas e al Guatemala, dove inizia la terra dei Maya.
In un secolo di espansione i prescelti del dio della guerra Huitzilopochtli hanno assoggettato con durezza i popoli vicini, che li odiano. Impongono tributi e mantengono l'ordine manu militari. Praticano torture efferate. Ma quello che più terrorizza gli spagnoli è il ricorso ai sacrifici umani. Cortés comprende che con le sue scarse forze a disposizione una politica delle alleanze è indispensabile.
Nell'autunno del 1519 gli spagnoli sono alle porte di Tenochtitlán in territorio Tlaxcala, uno dei principati indipendenti minacciati dagli aztechi, e stringono un patto con loro dopo avere fatto lo stesso con i Totonacas di Veracruz.

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8 novembre 1519. La spedizione di Cortés e De Alvarado arriva alla capitale. Il presunto dio e l'imperatore si incontrano con grandi cerimoniali e si parlano grazie alla traduzione di Malinche. Ma diventa subito chiaro chi comanda.
Cortés chiede a Motecuhzoma II di vietare i sacrifici umani e di esporre effigi di Cristo e della Vergine nei luoghi di culto. In breve, l'imperatore méxica diventa un prigioniero insieme al fratello minore Cuitláhauac e al resto della corte.
Intanto a Cuba l'adelantado Diego Velázquez de Cuéllar, rappresentante della Corona di Spagna, decide di punire l'eccessiva autonomia di Cortés. Una spedizione agli ordini di Pánfilo de Narváez salpa per arrestare il conquistatore. Cortés parte da Tenochtitlán per affrontare la flotta in arrivo da Santiago.
Nella capitale rimane de Alvarado con soli ottanta uomini. L'ambizioso “Tonatiuh” coglie l'occasione. Da un pezzo i suoi rapporti con Cortés sono peggiorati e, in sua assenza, decide il colpo di mano.

22 maggio 1520. Mentre gli aztechi sono raccolti in preghiera al Tempio Maggiore per la festa di Tóxatl, “Tonatiuh” irrompe con i suoi soldati e gli alleati indigeni. È un massacro fra i più efferati della storia coloniale.
I totonacas e i tlaxcaltechi infieriscono su uomini, donne e bambini per vendicare quelli della loro gente ai quali i sacerdoti méxica hanno strappato il cuore. Ci sono centinaia di morti. Gli spagnoli finiscono sotto l'assedio della folla. Gli aztechi hanno compreso che gli stranieri non sono dei ma popolocas, barbari venuti a distruggerli.
In quel mese di maggio c'è però un fatto che passa inosservato rispetto alla strage e ai dissidi interni fra conquistatori spagnoli.
A Veracruz, sulla costa, muore di vaiolo uno schiavo nero. È l'inizio dell'epidemia.
Quando Cortés rientra a Tenochtitlán dopo avere sconfitto la flotta di de Narváez, la situazione è ancora molto delicata. De Alvarado convince Motecuhzoma, che ormai veste i panni del collaborazionista, a mostrarsi al suo popolo per rabbonirlo.

29 giugno 1520. L'imperatore si affaccia alla terrazza del suo palazzo e si rivolge alla folla. Chiede concordia e pace con l'invasore. I méxica reagiscono con una sassaiola. Motecuhzoma viene colpito e morirà di lì a poco.
Con Motecuhzoma in agonia, gli spagnoli decidono di rimettere in libertà il fratello Cuitláhauac. Al successore al trono viene affidato lo stesso compito: calmare i sudditi.
Cuitláhauac si impegna solennemente. Appena libero, il primo guerriero anticoloniale delle Americhe si mette alla testa dell'esercito di liberazione. Gli spagnoli scappano. Abbandonano la capitale e si dirigono verso ovest, a Tacuba, che oggi è nella cintura urbana della capitale.

Sono carichi di tutto l'oro e dei preziosi che sono riusciti a rubare. Il peso della refurtiva rallenta la marcia.
30 giugno-1 luglio 1520. Gli spagnoli la chiamano la Noche triste. Le truppe di Cuitláhauac, pare avvertite da una vecchia uscita a raccogliere acqua, attaccano via terra e con le canoe nel canale dei Toltechi. Per gli europei è una disfatta. Perdono la metà degli uomini. I tesori trafugati finiscono sott'acqua. De Alvarado si salva e inizia una peregrinazione che durerà quasi un anno, fra mille pericoli in un territorio diventato ostile, finché gli spagnoli riusciranno a raggiungere le terre degli alleati tlaxcaltechi.

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7 settembre 1520. Il vincitore Cuitláhauac è consacrato Huey tlatoani (grande oratore cioè imperatore). Tutti gli spagnoli presi prigionieri nella “notte triste” vengono sacrificati al dio Sole. Sarà un regno di pochi mesi.
25 novembre 1520. Cuitláhauac muore di vaiolo (“malattia contagiosa di origine virale che nel 30% dei casi risulta fatale”, scrive l'Istituto superiore di sanità).
L'epidemia ormai sta devastando il Messico. La lunga incubazione del vaiolo (10-14 giorni) e la stessa caccia agli invasori hanno lasciato circolare persone ancora senza sintomi a distribuire il contagio dovunque.
Sul trono sale Cuahutémoc, cugino di Cuitláhauac, che subirà la sconfitta definitiva, e la morte per garrota, il 13 agosto 1521 quando Cortés rientrerà vincitore a Tenochtitlán con i suoi 80 mila alleati. Ma gli abitanti delle Americhe continueranno a morire.

A fine 1523 “Tonatiuh” de Alvarado porterà guerra e malattia fra i Maya. Un anno dopo, alla fine del 1524, Francisco Pizarro e Diego de Almagro si spingeranno oltre Panama in cerca dell'Eldorado peruviano e alla conquista dell'impero degli Inca.
Per spiegare l'enorme letalità delle malattie europee sugli americani gli epidemiologi concordano su una sorta di verginità immunologica dei popoli cosiddetti indigeni. In particolare, la vicinanza con animali domestici era sostanzialmente sconosciuta nel Nuovo Mondo dove l'allevamento non era praticato e gli animali erano lasciati al pascolo libero.
Non solo esistevano meno possibilità per la zoonosi, il passaggio di specie di virus e batteri, ma gli americani adulti non avevano avuto la possibilità di immunizzarsi contraendo malattie come il morbillo in età infantile, cosa che accadeva agli europei.

Altre malattie che derivano dal contatto con gli animali sono la peste (insetti, ratti), lo stesso morbillo (cani), l'influenza (maiali o uccelli) fino all'Hiv (scimmie) e al Cov-Sars-2 (pipistrelli).
Un altro elemento scatenante furono i viaggi per mare dei coloni europei, spesso accompagnati dai loro animali domestici. Le prime traversate avvenivano in condizioni igieniche disastrose che spesso trasformavano le navi in bombe batteriologiche ambulanti, come si sa dalle stragi di schiavi trasportati dall'Africa alle Americhe.
Non bastando il vaiolo, nel 1545-1550 un'epidemia di salmonella enterica (cocolitzi in náhuatl) devasta l'attuale stato messicano dell'Oaxaca. Muoiono a milioni.

Solo qualche anno fa gli esami condotti sui resti nei cimiteri hanno consentito di chiarire la natura del contagio. Non è invece certo che sia di origine americana, come si è sostenuto, la sifilide che gli inglesi chiamavano great pox per distinguerla proprio dal vaiolo (small pox).
Pochi giorni prima che Cortés partisse per conquistare il Messico, il 6 aprile 1520 muore Raffaello Sanzio, probabilmente di sifilide che circolava in Europa almeno da un paio di decenni e si diceva fosse stata portata a Napoli dai francesi.

Per trovare una cura al flagello del vaiolo bisogna aspettare secoli. Nel 1796 il dottor Edward Jenner immunizza un garzone di stalla inoculandogli il vaiolo preso dalle piaghe di una mucca ma il morbo continua a provocare decine di milioni di vittime in tutto il mondo.
La malattia è stata eradicata solo nel secolo scorso con vaccinazioni di massa.


Nota
Come riferimento bibliografico si cita Il rovescio della conquista dello storico e antropologo messicano Miguel León Portilla (1964, in edizione Adelphi 1974).

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