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È la prima volta che gli Stati europei avranno la possibilità di realizzare alcuni dei loro sogni nel cassetto, quelli che i politici citano sempre perché parlarne non costa nulla ma tutti sanno che le risorse non ci sono: da quel ponte proibitivo alla riforma del sistema fiscale, dalla realizzazione di una fibra veloce universale alla costruzione di una scuola all’altezza del futuro. Per il momento le idee sono tante ma confuse. Spesso più tessere di un patchwork che di una strategia. Eppure l’obiettivo del Ngeu non è solo quello di aiutare gli Stati, soprattutto i più colpiti dal Covid-19, a riprendersi, riportando l’orologio al 2019. È soprattutto reimpostare la struttura economica e sociale della Ue e gettare le fondamenta di una nuova società non solo digitale e verde ma anche più giusta e più competente. L’occasione per conseguire quelle vecchie riforme mai attuate e quegli investimenti necessari ma troppo grandi per bilanci normali.
Il tempo c’è. La Commissione europea comunicherà nei prossimi giorni le cifre esatte dei prestiti e dei finanziamenti a disposizione di ogni Stato. Per adesso si naviga a vista, con le stime basate sui numeri presentati da Palazzo Berlaymont lo scorso maggio e le linee guida adottate dal Consiglio europeo di luglio. E se la Commissione invita tutti a cominciare a presentare ufficialmente i piani di rilancio a partire dal 15 ottobre per facilitarne il coordinamento e l’efficacia - molti investimenti coinvolgono più Paesi - ha però chiarito che per farlo ci sarà tempo fino al prossimo 30 aprile. Ne ha subito preso nota la Germania, l’unico grande Paese europeo che, forte di un indebitamento inferiore al 60 per cento del Pil, non ha fretta. «Meglio fare bene, spendere e investire strategicamente, che fare presto», sottolinea Guntram Wolff, presidente del think-tank economico Bruegel: «Tanto l’esborso reale dei fondi non è probabile prima del 2022-2023, tenendo in considerazione i tempi medi che occorrono già oggi per assorbire i soldi del bilancio europeo».
La Commissione si aspetta che solo un quarto dei finanziamenti assegnati sarà speso nel biennio 2020-2022. Come strumento ponte ci sono già le risorse del fondo Sure, per mitigare gli effetti immediati dell’aumento della disoccupazione e quelle del Mes, il meccanismo di assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà. Oppure, suggeriscono in molti, stati come l’Italia potranno continuare a indebitarsi a tassi molto favorevoli, con un occhio però a come fare poi per riportare il debito sotto controllo.
Non tutti i membri Ue si trovano nella stessa situazione di partenza, che è poi la ragione per cui Francia e Germania hanno deciso di mettere in comune non più solo la politica monetaria ma anche quella di bilancio: i Paesi più poveri o più indebitati la scorsa primavera, quando era tempo di sparare ognuno il proprio bazooka per reagire alla crisi economica scatenata dal Covid, hanno dimostrato di non avere le stesse risorse dei più forti. Bastava dare un’occhiata ai grafici sull’andamento degli investimenti degli ultimi anni per capire che chi non investe generalmente di soldi liquidi ne ha pochi, e che quando capitano disastri se la deve cavare con un calibro 9 più che con un bazooka.
E difatti, mentre all’inizio della scorsa estate Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - il “Club Med” dei Paesi in difficoltà - mettevano fretta al Consiglio europeo perché varasse il piano di rilancio comune, Berlino, che potrà prendere a prestito con tassi negativi addirittura per le prossime tre decadi, aveva già lanciato il suo personale piano di rilancio e resilienza, mettendo sul piatto 130 miliardi di euro, circa il 4 percento del Pil, quasi tutti devoluti al sostegno dei consumi. Tra le misure: 300 euro una tantum per ogni bambino entro ottobre; l’abbassamento dell’Iva dal 19 al 16 per cento e dal 7 al 5 per cento fino al 31 dicembre e sussidi fino a seimila euro per l’acquisto di auto elettriche.
Risorse che si sono aggiunte a quelle emergenziali di marzo: 100 miliardi per ricapitalizzare o comprare azioni nelle aziende in crisi a causa del Covid; 23 miliardi per compensare i lavoratori della perdita di ore di lavoro; 18 miliardi per i liberi professionisti e le piccole imprese e una serie di misure minori. Totale: ben 300 miliardi, che però al massimo spingeranno il debito tedesco al 70 per cento del Pil.
Scavalcato il crinale delle vacanze, dall’altra parte della vecchia linea Maginot, Emmanuel Macron, partner di Angela Merkel nell’opera di salvataggio e rilancio dell’Europa, non poteva non dare un chiaro segnale politico che anche Parigi, al pari di Berlino, fosse all’altezza del momento. Così, dopo avere speso oltre 100 miliardi in primavera per le misure di soccorso, con un chiaro occhio alla politica europea, il 3 settembre ha platealmente annunciato il piano “France Relance”: altri 100 miliardi. Un raddoppio di denaro che vale circa il quattro percento del Pil francese (e che farà schizzare il debito al 120 per cento del Pil), e che prevede almeno 30 miliardi per la transizione ecologica, di cui 9 per lo sviluppo di un’industria dell’idrogeno e di altre tecnologie alternative, 4,7 miliardi per la modernizzazione della rete ferroviaria e 6,7 per migliorare l’isolamento degli edifici. Include poi sono 35 miliardi per le aziende, con relativa riduzione del cuneo fiscale per almeno due anni, e altrettanti per i progetti di coesione sociale, terza gamba delle misure volute da Bruxelles, con particolare attenzione alla disoccupazione giovanile. «Un piano imponente ma che, a differenza di quello tedesco, non fa nulla per stimolare i consumi e sbloccare gli oltre 100 miliardi di risparmi dei francesi», ha commentato l’influente Jean-Hervé Lorenzi, presidente del think-tank “Le cercle des économistes”. Ribattono dall’Eliseo che l’obiettivo del piano di rilancio e resilienza, che Macron spera di vedere finanziato al 40 per cento da fondi europei, mira soprattutto a modernizzare la Francia entro il 2030, che poi è, o dovrebbe essere, la vera scadenza, o l’obiettivo, dipende dai punti di vista, di tutti i Recovery fund nazionali. Nel farlo, dopo 14 anni di un’assenza incoraggiata da Bruxelles, ritorna al centro dell’economia nazionale lo Stato, con la sua facoltà di selezionare i settori da incentivare. «Siamo tutti keynesiani quando siamo in trappola », ha detto il commissario all’Economia Paolo Gentiloni in un recente video-incontro a Bruxelles, citando l’economista Robert Lucas: «È inevitabile che lo Stato avrà un ruolo maggiore nei prossimi anni, un fatto desiderabile per riorientare l’economia e renderci più forti».
Di forza avrà sicuramente bisogno la Spagna, ancora alle prese con una pandemia di cui non riesce a domare la seconda ondata. Con oltre 500 mila casi, è il Paese occidentale con il maggior tasso di infezione. Dopo l’Italia, di cui spaventa il risicato spazio di reazione in ragione del debito oltre il 130 per cento del Pil, è il Paese che dovrebbe ricevere il maggior aiuto europeo, circa 140 miliardi di euro, di cui la metà in sovvenzioni. Ma le urgenze sono tante prima di cominciare a pianificare il futuro, e i 50 miliardi stanziati per tappare le prime falle insufficienti: dalla copertura dei costi di una disoccupazione che sembra volere rialzare la testa come ai tempi della crisi del 2009, quando superò il 20 per cento, al crollo del settore del turismo, che in pochi mesi ha più che dimezzato gli introiti e che, con la fine dei sussidi ai lavoratori, rischia di lasciare a casa l’anno prossimo il 70 per cento della sua forza lavoro. «Solo se gli aiuti europei si accompagneranno a riforme adeguate la Spagna potrà mettere la parola fine alla disoccupazione strutturale, uno dei suoi problemi principali, e gettare le basi della crescita futura nell’economia verde e nel digitale», ha detto Carlos Torres Vila, presidente della banca BBVA, durante una conferenza organizzata dall’associazione della stampa spagnola. Nei piani del premier socialista Pedro Sánchez, il “Piano nazionale di ricostruzione, trasformazione e resilienza”, concentrato sui quattro pilastri della transizione digitale, transizione ecologica, coesione sociale e cambiamento femminista della società, dovrebbe consentire un recupero del 2 per cento del Pil nel breve periodo, una stima inferiore di un punto percentuale a quella prevista da Francia e Italia. «In comune Italia e Spagna hanno però la scarsa capacità di assorbimento dei fondi europei», interviene Zsolt Darvas, che studia i Recovery fund per il think-tank Bruegel: «La vera sfida sarà quella di trasformare i fondi in investimenti».
Una prova a cui si stanno preparando anche i Paesi dell’Est, in rapporto al Pil tra i grandi beneficiari di questo moderno Piano Marshall europeo, con casi, come quello bulgaro, in cui il Ngeu avrà un impatto addirittura del 15 per cento sulla ricchezza nazionale. Nel caso della Polonia, sul podio dei maggiori recipienti in termini assoluti, non ci sarà molto da riflettere: problemi di stato di diritto a parte, è sulla decarbonizzazione (in 10 anni nelle aree urbane e in 20 in quelle rurali) che Bruxelles ha puntato le sue fiche. Per farla finita con il carbone e i ricatti. «La Germania ha praticamente comprato il voto al piano di rilancio europeo di Polonia e Ungheria», taglia corto Wolff. Una mossa inevitabile se l’obiettivo ultimo è, nelle parole del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, garantire alla Ue «l’indipendenza strategica» per i prossimi 30 anni.